Ci sono diagnosi che si costruiscono lentamente, su anni di osservazione e su dati che sembrano neutri finché qualcuno non li mette in fila e li legge per quello che davvero sono: un avvertimento.
Quella enunciata recentemente da Paolo D’Achille, Presidente dell’Accademia della Crusca, all’Università di Ferrara è una di queste: non un appello retorico, non una nostalgia da letterato ma una diagnosi medica sulla salute di una lingua. L’italiano, la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio, rischia di ridursi a dialetto.

Il paradosso è duplice: da un lato i dialetti regionali, quei codici antichi e vitali nati dalla frammentazione del latino volgare dopo il crollo dell’Impero Romano, stanno scomparendo con una rapidità che le statistiche rendono quasi difficile da credere e dall’altro l’italiano, che li ha progressivamente sostituiti, sta a sua volta cedendo il proprio spazio vitale all’inglese.
Tutto ciò accade in particolare negli ambiti in cui una lingua si rinnova, si consolida e si afferma come strumento di produzione intellettuale, dalla ricerca scientifica, all’università, dalla cultura alta alla nomenclatura della tecnologia.
L’italiano si trova, in questo preciso momento storico, in una posizione scomoda e forse inedita: troppo forte per non continuare a soffocare i dialetti, troppo fragile per resistere alla pressione dell’inglese.
Per capire la portata di quello che sta accadendo ai dialetti italiani è sufficiente guardare i numeri ISTAT più recenti e confrontarli con quelli di quasi quarant’anni prima: tra il 1988 e il 2024, l’uso prevalente del dialetto in famiglia è passato dal 32% al 9,6%, mentre con gli amici dal 26,6% all’8% e con gli estranei dal 13,9% al 2,6%.
Oggi solo il 2,3% della popolazione usa il dialetto come codice esclusivo in tutti i contesti relazionali, riducendosi quasi a una curiosità antropologica.
Eppure questi dialetti non erano lingue di serie B. Nati dopo il crollo dell’Impero Romano dalla fusione del latino volgare con le parlate delle popolazioni locali e dei dominatori succedutisi nella penisola, nel corso del Medioevo e del Rinascimento erano i codici comunicativi ufficiali di stati e comunità. Producevano letteratura, regolamentavano il commercio, costruivano identità.
Solo dopo l’Unità d’Italia, e in modo decisivo con l’avvento della televisione nel secondo dopoguerra, l’italianizzazione delle masse si fece sistematica, avviando quel declino che i dati ISTAT ora fotografano con precisione implacabile.
Il declino, peraltro, non è uniforme.
L’analisi regionale dell’ISTAT rivela una spaccatura geografica netta: il Mezzogiorno e il Veneto rappresentano le ultime roccaforti delle parlate locali, mentre il Centro-Nord mostra un legame sempre più flebile con le radici linguistiche territoriali. Un caso a parte è quello del Trentino-Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia, dove si registrano le quote più alte di utilizzo di lingue diverse dall’italiano e dal dialetto (rispettivamente il 25,8% e il 23,3%) per la presenza di minoranze linguistiche storiche e di bilinguismo ufficiale riconosciuto.
Quello che si sta perdendo, con questa erosione progressiva, non è soltanto una modalità comunicativa. È un patrimonio che affonda le radici in secoli di storia, un sistema di rappresentazione del mondo che porta con sé sfumature, immagini, ritmi e concetti che nessuna traduzione può rendere del tutto.
L’italiano ha una storia straordinaria, come ha ricordato il Presidente dell’Accademia della Crusca: è la lingua che ha conquistato l’Europa non con le armi, ma con la bellezza.
Il professor Francesco Bruni l’ha definita, con una formula rimasta celebre, «lingua senza impero». Il linguista Max Weinreich, invece, aveva scritto che «una lingua è un dialetto con un esercito e una marina». È una frase che spiega benissimo la diffusione del francese, dello spagnolo, del portoghese, del russo e, soprattutto, dell’inglese ma che non funziona per l’italiano, che si è imposto attraverso la forza della letteratura e del prestigio culturale.
Dante, Petrarca e Boccaccio hanno costruito un modello linguistico che, grazie alla mediazione di Pietro Bembo e poi dell’Accademia della Crusca, fondata nel 1583, ha resistito per secoli come punto di riferimento normativo.
Il Vocabolario della Crusca, pubblicato a Venezia nel 1612, fu il primo dizionario monolingue di un idioma moderno, modello per quelli in francese, spagnolo e tedesco che vennero dopo.
Un primato di cui, sottolinea Paolo D’Achille, dovremmo andare fieri.

Eppure quell’italiano che aveva diffuso nel mondo le parole del melodramma, della Commedia dell’arte, delle arti figurative, della musica, della moda e della cucina sta oggi cedendo terreno nei luoghi dove la lingua si rinnova: i laboratori di ricerca, le aule universitarie, le riviste scientifiche. Il pericolo che D’Achille descrive ha un nome tecnico: destandardizzazione.
Quando una lingua perde il suo riferimento condiviso, finisce confinata all’uso informale, al parlato, alle forme espressive minori. Sopravvive a scuola per l’alfabetizzazione di base ma cede ai livelli più avanzati. È esattamente ciò che accadde al latino nell’età del basso impero: si frantumò lentamente in una costellazione di parlate volgari che nessuno, all’inizio, si preoccupava di chiamare con un nome proprio.
Il Presidente dell’Accademia della Crusca identifica tre eventi fondamentali degli ultimi decenni che hanno accelerato questa traiettoria: l’immigrazione e la formazione dei “nuovi italiani”, figli di non italofoni; la comunicazione mediata dal computer che ha rivoluzionato le modalità di scrittura e lettura e, infine, l’affermazione dell’inglese come lingua del mondo globalizzato.
C’è anche un altro fenomeno, più sottile e forse più insidioso, che riguarda il rapporto dell’italiano con la sua stessa storia. La distanza tra la lingua attuale e quella del passato è cresciuta in modo preoccupante e la sua comprensione non viene più assicurata dallo studio scolastico della letteratura. Non si tratta solo di arcaismi evidenti ma anche di parole semplicemente di registro elevato che stanno diventando incomprensibili per le generazioni più giovani.
Il fronte più critico, nella diagnosi del professor D’Achille, è quello accademico. In Italia, pubblicare in inglese ormai non è solo una scelta strategica per raggiungere un pubblico internazionale: è diventata la condizione necessaria per essere valutati anche in patria. A questo si aggiunge il fenomeno dei corsi universitari erogati interamente in inglese, nonostante la legge preveda la piena competenza della lingua nazionale.
Il paradosso, sottolinea il Presidente della Crusca, è che tutto questo non favorisce davvero l’internazionalizzazione ma soltanto la fuga dei talenti all’estero.
Un’ironia amara: si crea un ambiente universitario anglofono per essere più competitivi a livello globale e il risultato è che si formano giovani laureati meglio attrezzati per vivere e lavorare altrove. Il confronto a livello europeo è impietoso.
Se altri Paesi, come la Spagna o la Francia, hanno istituzioni che svolgono un ruolo attivo nella definizione delle politiche linguistiche e difendono la lingua nei contesti istituzionali, in Italia questo livello di intervento non è mai esistito in modo sistematico.
Le ragioni sono storiche: il peso delle politiche linguistiche del fascismo ha lasciato nel dopoguerra una diffidenza duratura verso qualsiasi forma di interventismo statale sulla lingua. Il cuore del problema tuttavia sono i fenomeni più sottili e meno visibili. Economia, tecnologia, moda e intrattenimento parlano ormai inglese, ma la questione non riguarda soltanto il lessico: si allarga alla capacità di generare idee, immaginari, visioni.
L’Italia, in questa lettura, non sta soltanto importando parole straniere ma i modelli concettuali che quelle parole portano con sé.
Custodire Dante, Petrarca e Boccaccio è necessario, avverte D’Achille, ma non basta. Occorre che l’italiano torni a essere uno strumento vivo di produzione culturale, non un monumento da preservare, poiché un linguaggio che non riesce più ad assimilare il nuovo finisce per diventare estraneo a se stesso.
Cosa fare, dunque?
Il Presidente dell’Accademia della Crusca indica alcune direzioni possibili, sapendo che nessuna di esse è sufficiente da sola: una politica linguistica nazionale che non è mai davvero esistita, il recupero della funzione formativa della scuola come “ascensore sociale” attraverso la lingua, il ritorno all’invenzione culturale, alla capacità di creare e non solo di conservare. È un monito che chiama in causa l’intera società italiana: istituzioni, università, editoria, media, scuola.
La lingua non è solo uno strumento di comunicazione. È il modo in cui un popolo pensa, immagina, costruisce il proprio futuro. Perderla o anche solo ridimensionarla significa smarrire una parte di ciò che si è.
Giornalista, il diritto d'autore è il leitmotiv della sua vita professionale. Molisana doc, da decenni è trapiantata nella capitale. Legge molto, ama il cinema e il teatro. L'attualità è la sua passione.
- Maria Rosaria Grifone
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2 risposte
Grazie.
Bellissimo articolo. Mi hai confermato che scoprire il mondo e aprirsi ad altre culture è necessario, ma è altrettanto vitale farlo senza mai dimenticare o svendere le proprie radici linguistiche. Grazie per questo spunto!
“È un monito che chiama in causa l’intera società italiana: istituzioni, università, editoria, media, scuola”. …aggiungerei i media che attengono alla comunicazione artistica: in primis teatro, letteratura e cinema.