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Massimo Popolizio dà voce ai dannati della terra in uno spettacolo che brucia di attualità

di Maria Rosaria Grifone

C’è qualcosa di straordinariamente coraggioso nel portare sul palcoscenico un romanzo come Furore di John Steinbeck. Un’opera che è, prima di tutto, materia viva: polvere rossa dell’Oklahoma, sudore e lacrime, il rombo sgangherato di un camion lungo la Route 66, l’ostilità di una California che non voleva saperne di accogliere i suoi fratelli più poveri. Eppure Massimo Popolizio ci riesce attraverso un lavoro di trasformazione teatrale di rara profondità.

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Massimo Popolizio, Furore. Teatro Argentina – Roma

Dal 17 al 29 marzo, il Teatro Argentina di Roma ospita il grande ritorno dello spettacolo ideato e interpretato da Popolizio, con l’adattamento firmato da Emanuele Trevi, su musiche eseguite dal vivo da Giovanni Lo Cascio. Dopo il debutto nel 2019 e le successive repliche che hanno conquistato pubblico e critica in tutta Italia, questo one-man show conserva tutta la sua forza, che risulta anzi rinvigorita dal tempo e dalle nuove urgenze del presente. Prima di parlare dello spettacolo, è necessario però soffermarsi sul testo che lo genera.

Il romanzo FuroreThe Grapes of Wrath in originale — fu pubblicato da Steinbeck nel 1939 e immediatamente divenne un best-seller. L’autore ricevette il Premio Pulitzer per la Narrativa nel 1940 e nel 1962 il Nobel per la Letteratura.

Il libro nacque da un’inchiesta giornalistica: Steinbeck aveva trascorso mesi nelle tendopoli della California, documentando attraverso i suoi reportage per il San Francisco News la condizione disperata dei migranti interni, i cosiddetti Okies – famiglie di contadini provenienti da Oklahoma, Texas, Arkansas e Missouri durante la Dust Bowl e la Grande Depressione – costrette ad abbandonare le loro terre per la devastante combinazione di crisi economica e siccità.

La storia della famiglia Joad, che viene raccontata nel romanzo, è quella di milioni di americani che si trovarono a fare i conti con un sistema economico che li aveva trasformati da lavoratori della terra a numeri su un bilancio bancario.

La transizione da un’economia di mezzadria al capitalismo industriale aveva spazzato via intere comunità rurali degli stati centrali  proiettandole verso ovest, in quella che rimane una delle più devastanti migrazioni di contadini della storia moderna.

L’opera di Steinbeck non si limita a descrivere questa migrazione ma la analizza, la sente, la soffre. Attraverso un doppio registro narrativo, alternando capitoli dedicati alla vicenda dei Joad ad altri di natura quasi saggistica, l’autore costruisce un affresco in cui il destino individuale si fonde con quello collettivo, in cui la storia privata di una famiglia diventa specchio di una catastrofe sociale.

Ed è precisamente questa struttura che Massimo Popolizio ha saputo cogliere e trasportare in scena. Ridurre teatralmente Steinbeck è sicuramente un’impresa ardua. Le opere fortemente letterarie portano con sé una componente descrittiva che sembra sfuggire per natura alla dimensione scenica. Dunque come si mette in scena un mondo intero con un solo attore? La risposta di Popolizio è tanto elegante quanto rivoluzionaria: attraverso una lettura trasformata in azione, in evocazione, in creazione.

L’attore ha realizzato una dimensione che assomiglia a quella che si crea nel lettore quando, nel silenzio della concentrazione, le parole scorrono sotto gli occhi e il mondo del romanzo si materializza nella mente. Grazie alla sua straordinaria musicalità recitativa e alle sue caratterizzazioni vocali, Popolizio riesce a trasformare il ritmo dello stile di Steinbeck in materia pulsante, un suono capace di costruire personaggi attraverso quelle parole e quelle intenzioni.

Fondamentale nel successo dello spettacolo è il lavoro di Emanuele Trevi, scrittore e critico letterario vincitore del Premio Strega 2021 con Due vite. Trevi ha realizzato un adattamento che rispetta la potenza poetica di Steinbeck senza tradirne la natura letteraria. La drammaturgia seleziona, condensa e riorganizza il materiale del romanzo attorno alla figura del narratore a cui Popolizio presta corpo e voce, trasponendo sulla scena le infinite risorse del metodo narrativo di Steinbeck e rendendole ancora più evidenti ed efficaci attraverso la sua interpretazione.

La scenografia è volutamente essenziale: uno spazio occupato da pacchi e fogli di giornali da vecchia redazione, un leggio da doppiaggio, un telo per la proiezione delle immagini, la zona per il polistrumentista.

Accanto a Popolizio, presenza tutt’altro che secondaria è infatti quella di Giovanni Lo Cascio che esegue le musiche dal vivo. L’artista non si limita ad accompagnare: la sua musica si intreccia con la voce di Popolizio in un dialogo continuo, creando atmosfere sonore che amplificano la dimensione epica e lirica dello spettacolo. Sarebbe un errore infatti ridurre Furore a un documento storico, per quanto straordinario.

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Massimo Popolizio, Furore. Teatro Argentina – Roma

Lo spettacolo di Popolizio non lascia spazio a questa consolatoria distanza temporale. L’odissea dei Joad — la famiglia costretta ad abbandonare la propria terra, a percorrere migliaia di chilometri su un camion sgangherato, a sperare in un futuro che si rivela un’ulteriore trappola — risuona con un’urgenza dolorosamente contemporanea. Quei contadini, disposti a rinunciare a tutto per attraversare il Paese sulla mitica Route 66, carichi di speranze e ideali, rimandano inevitabilmente alle migrazioni di oggi.

Le tendopoli della California degli anni Trenta hanno i loro equivalenti nei campi profughi di ogni continente. Il cinismo, la diffidenza, la cattiveria che alcuni cittadini americani di allora nutrivano verso i connazionali meno fortunati ricorda in modo spaventoso la spirale di violenza e xenofobia che attraversa oggi gli Stati Uniti e, più in generale, l’Occidente.

Steinbeck descriveva un sistema in cui l’uomo veniva declassato a fattore del bilancio, dominato da entità superiori, mostruose e disumane, in cui il profitto era diventato l’unico credo, in nome del quale si era disposti a sacrificare tutto, a cominciare dal capitale umano.

Quella descrizione sembra scritta oggi. Furore di Massimo Popolizio porta dunque nel cuore del presente una storia del passato e la rende bruciante, urgente, necessaria. Lo spettacolo è una coproduzione del Teatro di Roma e della Compagnia Umberto Orsini, due delle realtà più importanti del teatro italiano contemporaneo. Il loro sodalizio su questo progetto ha permesso la nascita di un evento che lascia un segno, che continua a lavorare dentro lo spettatore anche dopo che le luci si sono spente.

Al termine della rappresentazione, ciò che rimane non è soltanto l’emozione di aver assistito a una grande prova d’attore. Rimane qualcosa di più difficile da nominare: la sensazione di aver fatto un’esperienza autentica, di aver incontrato — attraverso la letteratura e il teatro — qualcosa di vero sull’essere umano, sulla sua resistenza, sulla sua dignità ferita e indomita. John Steinbeck scriveva nel 1939, immaginando di rivolgersi ai suoi contemporanei.

Eppure, ascoltando la voce di Massimo Popolizio che dà vita alle pagine di Furore sul palcoscenico del Teatro Argentina, si ha la netta sensazione che stesse scrivendo anche per noi.

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Giornalista, il diritto d'autore è il leitmotiv della sua vita professionale. Molisana doc, da decenni è trapiantata nella capitale. Legge molto, ama il cinema e il teatro. L'attualità è la sua passione.

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