Un’opera teatrale che è insieme grido di protesta e atto di resistenza è quella che Antonio Latella ha portato in scena al Teatro Vascello di Roma, riscuotendo un grande successo di pubblico.
Wonder Woman, scritto a quattro mani con Federico Bellini e interpretato da Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara e Beatrice Verzotti, non è semplicemente uno spettacolo: è un atto di denuncia che trasforma il palcoscenico in tribunale della coscienza collettiva.
La vicenda da cui tutto parte è reale e agghiacciante.


Nel 2015, ad Ancona, una giovane donna peruviana subì uno stupro di gruppo. Quello che doveva essere un percorso lineare verso l’ottenimento della giustizia si trasformò in un secondo trauma per la vittima quando la Corte d’Appello assolse gli imputati con una motivazione che fece scalpore e che ancora oggi suona come uno schiaffo: la ragazza sarebbe stata «troppo mascolina» per essere attraente e quindi per essere vittima di violenza sessuale.
Un giudizio basato sull’estetica della vittima, un rovesciamento kafkiano in cui chi ha subito la violenza diventa colpevole del proprio aspetto fisico.
Anche se la Cassazione ha poi ribaltato quella sentenza aberrante, condannando i veri responsabili, il precedente resta come testimonianza di quanto profonde siano le radici del pregiudizio.
Latella e Bellini costruiscono un testo che è strutturalmente spiazzante. Non cercano la linearità narrativa né la compiutezza drammaturgica tradizionale ma scelgono un flusso continuo di parole che mima il ritmo irregolare del pensiero traumatizzato. È una scrittura che pulsa, si arresta improvvisamente, riparte, torna indietro proprio come il battito cardiaco di una persona sotto stress, come il respiro di chi deve raccontare più volte la stessa storia dolorosa a interlocutori che sembrano non voler ascoltare davvero.
Ed è proprio qui la forza del testo: nel riconoscere che una deposizione sulla violenza non può essere lineare, coerente, perfettamente logica. La memoria sotto shock non produce racconti cristallini e pretendere questa coerenza dalle vittime è già una forma di violenza.
La protagonista – chiamata “Vichingo” dai suoi aggressori, un soprannome che già di per sé dice tutto sulla percezione distorta della sua femminilità – viene trasformata dalle quattro attrici in una Wonder Woman contemporanea. Tuttavia non si tratta dell’eroina invincibile dei fumetti, ma ha qualcosa di più prezioso e più raro: il coraggio di resistere.
Il parallelo con il personaggio creato da William Marston è ricco di risonanze. Wonder Woman, nei fumetti, è figlia delle Amazzoni, costrette a combattere contro gli uomini oppressori guidati da Ercole.
La protagonista dello spettacolo di Latella è a sua volta una guerriera, ma il suo campo di battaglia è quello della verità negata, dell’ascolto rifiutato, della giustizia tradita. La sua arma è il lazo della verità, quell’oggetto iconico che costringe chiunque ne sia avvolto a non mentire, che viene trasformato in metafora della volontà interiore di far emergere i fatti autentici, costi quel che costi.
Non è casuale che Latella scelga proprio Wonder Woman come figura di riferimento. William Marston non fu solo il creatore di uno dei personaggi più iconici del fumetto americano ma anche l’inventore del poligrafo, la cosiddetta “macchina della verità”. Tutta la sua vita fu dedicata a un obiettivo: trovare strumenti per risolvere o almeno rendere visibile quel confine spesso troppo arbitrario tra verità e menzogna.
Nel contesto dello spettacolo, questa doppia eredità di Marston diventa centrale. Come si individua la verità quando il sistema stesso che dovrebbe tutelarla sembra interessato a seppellirla? Come si combatte quando ogni tentativo di affermare i fatti viene accolto con scetticismo, quando ogni contraddizione viene usata come arma contro chi denuncia? Lo spettacolo ricostruisce con precisione chirurgica il calvario della vittima. Ogni incontro – con i poliziotti di quartiere, con gli assistenti sociali, con le giudici stesse – diventa un ulteriore muro da scalare. Non c’è empatia, non c’è ascolto autentico.
Antonio Latella rifiuta gli effetti spettacolari, le soluzioni facili, il conforto delle risposte definitive. Lo spettacolo chiede invece allo spettatore di non voltarsi dall’altra parte, di ascoltare fino in fondo una storia che fa male.
È il ritratto di una donna che non si arrende, non perché sia forte in senso supereroico, ma perché ha scelto di non lasciare che la menzogna prevalga sulla verità.
Wonder Woman è teatro politico nel senso più profondo e meno retorico del termine. I veri imputati dello spettacolo non sono solo i ragazzi autori dello stupro.
Sul banco degli accusati Latella mette un’intera società, con i suoi meccanismi giudiziari che a volte sembrano proteggere più i colpevoli che le vittime, con i suoi media che oscillano tra il silenzio complice e lo sfruttamento del dolore altrui, con la sua cultura che ancora giudica le donne in base all’aderenza a canoni estetici e comportamentali discutibili.
La domanda implicita dello spettacolo è brutale: in che tipo di mondo viviamo quando una donna viene considerata «troppo mascolina» per essere credibile come vittima di violenza? Quali sono i presupposti culturali che permettono a un simile ragionamento di arrivare in una sentenza? E cosa dice di noi, come collettività, il fatto che questi presupposti esistano ancora?
L’assenza di un’unica voce narrante è una scelta che amplifica il senso di disorientamento e allo stesso tempo crea una solidarietà femminile sul palco, come se le voci delle quattro attrici fossero tutte variazioni della stessa esperienza, testimonianza del fatto che la storia raccontata non è un caso isolato. Wonder Woman non è dunque uno spettacolo facile, né vuole esserlo.
In un’epoca in cui il dibattito sulla violenza di genere è sempre tragicamente attuale, Antonio Latella sceglie la strada più difficile: quella dell’ascolto autentico, della complessità non risolta, della domanda che resta aperta. Non offre il sollievo della chiusura narrativa, ma la responsabilità della consapevolezza.
La Wonder Woman di Latella e Bellini non è invincibile ma resiste. E in questa resistenza ostinata, in questo rifiuto di arrendersi alla versione dei fatti imposta da altri, c’è una forma di eroismo più reale e più necessario di qualsiasi superpotere.
Giornalista, il diritto d'autore è il leitmotiv della sua vita professionale. Molisana doc, da decenni è trapiantata nella capitale. Legge molto, ama il cinema e il teatro. L'attualità è la sua passione.

