C’è un paradosso nel mondo dell’editoria italiana contemporanea. Da un lato, ogni anno vengono pubblicati decine di migliaia di titoli, un numero che farebbe pensare a un settore florido, vitale, in espansione. Dall’altro, quasi nessuno di questi libri vende abbastanza copie da lasciare un segno e l’intero comparto è sotto l’assedio silenzioso ma devastante della pirateria digitale.
Sono due facce della stessa crisi: un sistema che produce troppo e incassa sempre meno, mentre chi lavora — a cominciare dagli autori — si ritrova a stringere i denti.

I numeri, questa volta, non lasciano spazio all’interpretazione. La quarta analisi dell’istituto Ipsos Doxa per l’Associazione Italiana Editori (AIE), condotta nell’ottobre 2025 su un campione di 3.800 individui, fotografa una situazione che peggiora di anno in anno e che per la prima volta include anche la nuova, insidiosa variabile dell’Intelligenza Artificiale.
Il dato più immediato è quello economico. Nel 2025, la pirateria libraria ha sottratto al mercato editoriale italiano 722 milioni di euro, pari al 30% del valore complessivo del mercato escludendo il settore scolastico e l’export.
Rispetto ai 687 milioni registrati due anni prima, la crescita è significativa e inarrestabile. Tuttavia il danno reale è ben maggiore: considerando l’indotto (logistica, servizi, distribuzione) la perdita per il sistema-Paese sale a quasi 2 miliardi di euro con 313 milioni di mancate entrate fiscali e, soprattutto, con la perdita di 4.500 posti di lavoro nel comparto editoriale e di 11.500 se si allarga lo sguardo all’indotto.
La distribuzione del danno per settori racconta storie diverse. Se l’editoria trade ha perso 439 milioni di euro, con 38 milioni di copie in meno vendute rispetto al potenziale, l’editoria universitaria ha subito un danno di 165 milioni di euro per 4,4 milioni di copie perse mentre l’editoria professionale e le banche dati hanno registrato perdite per 118 milioni di euro (2,2 milioni di copie o licenze). Guardando ai canali, i 722 milioni si distribuiscono tra store online (361 milioni), librerie fisiche (293 milioni) e abbonamenti (68 milioni). Oltre 500 milioni riguardano libri a stampa e 221 milioni i formati digitali.
Più di un italiano su tre ha compiuto almeno un atto di pirateria editoriale nell’ultimo anno. È una percentuale che dovrebbe far riflettere, considerando che stiamo parlando di un comportamento illecito sebbene normalizzato a livello di massa.
Nel dettaglio: il 25% ha scaricato gratuitamente almeno un e-book o audiolibro da fonti illegali, il 18% ha ricevuto da amici o familiari almeno un e-book, il 14% ha ricevuto o acquistato un libro fotocopiato, il 9% ha ricevuto codici di accesso per leggere e-book o audiolibri in abbonamento.
La situazione è più grave guardando ai segmenti specifici. Tra gli studenti universitari, ben il 76% ha compiuto almeno un atto di pirateria nell’ultimo anno.
I comportamenti più diffusi includono ricevere gratuitamente e-book da compagni (31%), scaricare da siti illegali (27%), ricevere libri fotocopiati (26%), acquistare riassunti in copisteria o da altri studenti (24%), acquistare libri fotocopiati (23%), acquistare compendi online (23%).
Tra i liberi professionisti il 48% ha compiuto almeno un atto di pirateria: scaricare da siti illegali (33%), stampare materiali da formati digitali (23%), scaricare banche dati professionali gratuitamente (24%).
Un dato culturalmente rilevante riguarda la percezione del rischio. Il 63% degli italiani riconosce che la pirateria è un reato grave: è il tasso più alto da quando sono iniziate le rilevazioni. Eppure il 60% ritiene poco o per niente probabile essere scoperti e sanzionati. Erano il 70% due anni fa: una diminuzione significativa ma ancora insufficiente.
La distanza tra la consapevolezza morale e il comportamento effettivo è il vero problema culturale che l’Italia deve affrontare. Per la prima volta, la ricerca AIE ha misurato l’impatto di un fenomeno che potrebbe presto surclassare la pirateria tradizionale per portata economica: l’utilizzo di rielaborazioni dei libri generate dall’Intelligenza Artificiale.
I numeri sono già oggi impressionanti. Il 12% della popolazione sopra i 15 anni utilizza riassunti o rielaborazioni di libri prodotte dall’IA. Tra gli studenti universitari, questa percentuale sale al 58% per i testi di studio e si attesta al 22% per i contenuti editoriali professionali. I contenuti non vengono semplicemente letti e dimenticati: il 45% di chi utilizza rielaborazioni IA per libri di lettura le conserva e il 36% le condivide con altri mentre tra gli studenti universitari, il 60% le conserva e il 22% le condivide.
Il tasso di soddisfazione degli utenti supera il 70%: evidentemente, molti considerano questi strumenti un sostituto accettabile — e gratuito — del libro originale.
A questo si aggiunge il problema della consapevolezza giuridica: solo il 34% degli italiani sopra i 15 anni sa che caricare contenuti protetti da copyright su sistemi di IA senza autorizzazione è illegale. Il 61% non se l’è mai chiesto, e il 5% pensa addirittura che sia legale.
Il paradosso più inquietante è che i sistemi di IA si sono sviluppati proprio grazie ai contenuti editoriali, spesso acquisiti illecitamente, e ora rischiano di diventare il principale strumento per aggirare il pagamento di quegli stessi contenuti. È un cortocircuito che minaccia le fondamenta dell’industria culturale: senza creatori remunerati, non ci sono contenuti di qualità e senza contenuti di qualità non ci sono dati su cui addestrare sistemi intelligenti degni di questo nome.
Alla pirateria si affianca un secondo problema strutturale, meno discusso ma altrettanto grave: il sovrannumero di libri pubblicati che non raggiungono mai il mercato.
Nel 2023, secondo i dati AIE, sono stati pubblicati in Italia oltre 85.000 titoli. Un numero che, confrontato con i dati di vendita certificati dall’istituto GFK, rivela una sproporzione sconcertante: i titoli pubblicati quell’anno che hanno venduto più di 2.000 copie sono stati appena 3.254. Questo significa che oltre 80.000 libri — più del 96% dei titoli pubblicati — hanno venduto meno di 2.000 copie. E molte migliaia tra questi non sono mai arrivati nemmeno nelle librerie. Va chiarito che il successo di un libro non si misura solo sul numero assoluto di copie vendute, ma sulle aspettative con cui è stato prodotto.
Un libro stampato in 5.000 copie e venduto tutto è un trionfo ma uno stampato in 50.000 e venduto per 20.000 è un disastro economico. Il problema è che il sistema della stampa, della distribuzione e del magazzino comporta costi che rendono ogni errore di previsione potenzialmente fatale per gli editori più piccoli e dunque per gli autori che da loro dipendono.
Il ciclo di vita dei libri si è inoltre accorciato drasticamente. I bestseller vendono meno di quanto vendessero anni fa, la promozione dura meno, la visibilità si esaurisce in settimane. Alcuni libri sopravvivono grazie alle riscoperte e al passaparola, soprattutto sui social network, ma sono eccezioni in un mercato che premia la velocità di consumo più che la profondità. In tutto questo, gli autori restano i soggetti più esposti e meno tutelati.
Se in teoria il diritto d’autore ha l’obiettivo di garantire ai creatori sia la paternità delle opere che un giusto compenso per la loro creatività, nella pratica il reddito che gli scrittori traggono dal proprio lavoro è andato precipitando negli ultimi decenni.
Una contraddizione che svela la distanza tra la tutela formale e quella sostanziale. Il mercato editoriale è oggi in buona parte appannaggio di poche multinazionali. I proventi derivanti dal diritto d’autore vanno solo in piccola parte a scrittori, musicisti, fotografi, illustratori, registi, designer e le royalties che gli autori incassano dalle piattaforme digitali sono ridicole nella stragrande maggioranza dei casi.
I motori di ricerca e i social network monopolizzano i proventi pubblicitari derivati da contenuti che non producono direttamente, lasciando briciole agli autori. Parallelamente i sistemi di IA utilizzano testi, immagini e suoni per addestrare algoritmi, con investimenti giganteschi finanziati dal lavoro non remunerato dei creatori.
La pirateria, in questo contesto, non è soltanto un danno economico aggiuntivo: è il sintomo più visibile di una cultura che ha smesso di attribuire valore al lavoro creativo.
Quando un utente scarica o condivide contenuti protetti senza pagare, non sta solo sottraendo denaro agli editori: sta erodendo la possibilità stessa per uno scrittore di vivere del proprio lavoro.
La creatività è uno degli elementi essenziali del benessere di una società e uno degli ingredienti fondamentali della sua evoluzione. Espropriare da eventuali proventi chi ne è il veicolo è ingiusto e, sul lungo periodo, controproducente.
Un mondo senza autori, registi, musicisti, illustratori e sceneggiatori è un mondo senza storie, senza emozioni condivise, senza riflessioni culturali. Non è un’esagerazione retorica: è la conseguenza logica di un sistema che nega ai creatori la possibilità di sostenersi. Il contrasto alla pirateria richiede dunque un’azione su più fronti simultaneamente.
Sul piano normativo, l’Unione Europea ha già strumenti in campo con l’AI Act, che prevede trasparenza sull’utilizzo delle fonti per l’addestramento degli algoritmi. Tuttavia le big tech non rendono conto dei contenuti su cui i loro sistemi si sono formati, e i governi faticano a imporre obblighi concreti.
È necessario dunque un cambiamento culturale profondo che riporti al centro il valore della legalità, del merito e della cultura. Campagne di informazione sistematiche — in particolare rivolte agli studenti universitari, tra i quali la pirateria è endemica — sono urgenti e necessarie. Il danno prodotto dalla pirateria non è solo economico: è un danno democratico.
La tutela della creatività non è un privilegio di categoria ma una condizione necessaria per il progresso culturale di una società. Occorre che i governi, le piattaforme digitali, le università e i singoli cittadini riconoscano questa responsabilità collettiva. Perché senza industria culturale e creativa — senza editori, autori, illustratori, traduttori che possano vivere del loro lavoro — non esisteranno nemmeno quei contenuti di qualità di cui noi tutti abbiamo bisogno.
Giornalista, il diritto d'autore è il leitmotiv della sua vita professionale. Molisana doc, da decenni è trapiantata nella capitale. Legge molto, ama il cinema e il teatro. L'attualità è la sua passione.










2 risposte
interessante, chiaro, documentato, preoccupante.
Analisi approfondita che fotografa
la condizione attuale in Italia di totale impoverimento culturale.