Festival della Letteratura di Viaggio #7. Nel sogno, nei tempi e nelle strade. Viaggio in Italia. Il Grand Tour

Si, siamo Italiani, brava gente, siamo semplici ma difendiamo arte storia ambiente…
C
’ è ancora il mare/c’è ancora il sole/ma tutto il mondo/per sempre riderà /del Bel Paese/che è andato a male… Welcome to Italy!!!”.

Si apre così, a Villa Celimontana, la serata del Festival della Letteratura di Viaggio dal titolo Grand Tour-Granturismo

Con  un brano del cantautore Pierluigi Siciliano, ovvero Piji alla voce e alla chitarra, accompagnato sul palco da Saverio Capo, al basso, e Augusto Crena, alla chitarra manouche, riflessione in musica, ironica e swing, sulle sorti di un Paese che, dal Settecento in poi, è stato meta obbligatoria e fonte di ispirazione per moltissimi viaggiatori dell’epoca.

Protagonisti della conversazione articolata e interessante sul  Viaggio in Italia e il Grand Tour, gli scrittori Francesco Pacifico e Graziano Graziani e, dell’appassionante percorso narrativo, gli attori  del  movimento collettivo  Voci del deserto, che hanno  offerto un ritratto vivo e spiccato delle genti e dei luoghi, riportando le  impressioni  dei  pellegrini in viaggio lungo lo Stivale.

Come si viaggiava nell’Italia di ieri e come si viaggia in quella di oggi?
Tra il XVIII e il XIX secolo un viaggio nel Bel Paese era fondamentale  per i giovani rampolli delle  ricche famiglie inglesi, francesi e tedesche, che completavano così la loro istruzione presso insegnanti privati. Viaggiare era costoso e anche pericoloso. Si partiva con raccomandazioni ed elenchi di cose da fare. Utili dunque, gli ammonimenti di Francis Bacon, che nello scritto Sul viaggio (1625),  raccomanda al tutore di viaggiare sempre con il giovine viaggiatore, non trascurare di “osservare riti, feste, esecuzioni”, sottolinea l’utilità di non sostare troppo nella stessa città, e  consiglia al giovine di annotare le cose viste su un diario. In una delle Lettere al figlio, in viaggio in Italia, datata  15 maggio 1749, Lord Philippe Stanhope,  IV Conte di Chesterfield, scrive al ragazzo: “Questa lettera ti troverà occupato a Torino dopo il Carnevale di Venezia. Mr. Hart ti terrà lontano dai pericoli […]  Ha l’ordine di riportarti qui. Applicati ai tuoi esercizi”.

Inevitabilmente,  il tempo porta ad una trasformazione dei luoghi, dei modi di viaggiare. Le mete si sono spostate, i confini allargati a dismisura. Osserva Pacifico, che “non è necessaria una raccomandazione, e si viaggia anche per puro divertimento”. Per  Graziani, “le raccomandazioni sono diventate turistiche, o delle autorità” . E cita l’esempio di Tokio, ci sono venti sushi bar in una stessa via, tutti vuoti, tranne  i due consigliati dalla guida.

Algoritmi economici decidono le tappe del Grand Tour”. Il Grand Tour moderno, concepito come momento di formazione, potrebbe corrispondere al modello “Erasmus”, o al viaggio Interrail. Quello personale di Pacifico, sono stati i mesi di formazione a New York,  divenuta poi luogo di ritorno frequente, per Graziani, il viaggio di formazione a Lisbona.

Dai luoghi, agli abitanti. L’attenzione si sposta sugli Italiani, e sulla loro descrizione. Le Voci del deserto ci leggono passi  gustosi, in proposito. L’Italia risulta leggermente diversa dallo stereotipo immaginato. Immancabile, Goethe. Dal suo soggiorno a Torbole, nel settembre del 1746, scrive: “Sono andato a passeggio…E’proprio un paese nuovo […] Le porte non hanno serrature… […]L’oste mi assicurò che potevo stare stare tranquillo… Le finestre sono chiuse da  carta oleata  anziché da vetri… Ah, infine, manca una  comodità molto importante … di modo che si è abbastanza prossimi… allo stato di natura…Quando chiesi all’oste come soddisfare una certa necessità, egli accennò al cortile di sotto[…]’”.

E Thomas  Gray (Lettera al padre) : “Gli Italiani, nella vita di tutti i giorni, sono assai parsimoniosi […]  Ma quando ricevono la visita di qualche amico, le loro case e le loro persone si acconciano alla più squisita convenienza, e appaiono in tutto il loro splendore. Lo fanno certamente per vanità, ma anche per i loro interessi. Alla prima occasione, vi restituiranno la visita…”.

Gli Italiani sono assai più notevoli per quello che sono stati, che per quello che sono attualmente. […]  Nel nostro ospizio di Roma, tutto appare forestiero,  i Romani stessi sembra che abitino non come possessori, ma come pellegrini che abitano vicino alle rovine…” (Madame De Staël,  “Corinna ossia l’Italia”, 1807).

In tema di  di giudizi e pregiudizi, Graziani aggiunge che Roma, nel Grand  Tour, era una meta  “esotica”, perché in ritardo con i tempi, molto indietro, se paragonata  ad esempio a  Parigi. E rimandava necessariamente al viaggio nostalgico o sentimentale.  Pacifico si dice  attratto da luoghi “più avanti di me”, raccontando di un viaggio fatto nelle cose del futuro, a Singapore. Il viaggio  diventa ricerca di nuovi stimoli e tratti.  E lo sguardo dell’altro, lo sopportiamo nei nostri tempi? O forse non ci interessa del tutto? Lo stereotipo resiste, e anzi, fa parte del meccanismo di incontro, secondo Graziani. Nel turismo di massa si è ancora catalogati. Prendendo di nuovo Lisbona come esempio, si va per categorie, la diversità si avverte maggiormente con un Americano, tipologia meno assimilabile al tessuto sociale e culturale del Paese, rispetto ad uno Spagnolo o a un Italiano.

Alla fine, fece la conoscenza delle stelle cadenti, che erano le più tristi, benché fossero coperte di lustrini. Tutte quante dicevano che durante un certo tempo erano state regine dell’universo e avevano avuto il mondo ai loro piedi” (Luís Cardoso).

Si passa dunque al tema della bellezza, delle vestigia, custodi  di splendore nel tempo. Bellezza antica, resa inutile da una avanzante, spietata mercificazione, allora come adesso.

Si trovano vestigia di una magnificenza… e di uno sfacelo… che superano ogni immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari,  l’hanno devastato i costruttori della nuova Roma”. (W.Goethe, “Viaggio in Italia”, 7 nov.1786).   “Ma in quali mani si trova, gran Dio, perché mai il cielo invia tali ricchezze, a gente così poco in grado di apprezzarle?”, si domandava  il Marchese De Sade, nel suo Viaggio in Italia, nel 1775.

C’è una consapevolezza amara del bello che si perde, e un amore per quello che si salva.

Gli Inglesi si portano via tutto dall’Italia…[…] ma gli Inglesi si portano via raramente cose di valore. Gli Italiani sono degli intenditori, se ne disfano meno che possono…Un Italiano vi venderebbe la moglie in originale, piuttosto che un originale di Raffaello”.(Montesquieu, Viaggio in Italia, 1728/’29).  Vestigia come bellezza che diventa, dunque.

Roma in particolare è sempre stata una città con grande capacità di assorbimento e trasformazione. Graziano cita l’esempio il cimitero degli Inglesi, cimitero acattolico nato per far fronte ad una nuova esigenza, cioè l’afflusso degli Inglesi a Roma. Resti del turismo passato, diventati attrattiva. Roma  ha inglobato una cosa e l’ha fatta diventare vestigia. Roma diversa, con i suoi quartieri dotati di specifici caratteri,  tormentati dal traffico.  “Spostarsi da Roma Nord , verso Sud,  è il vero Grand Tour. Al Pigneto, dove trovi il cuore, “la gente ti saluta, c’è ancora la lira, le vestigia”, afferma, infatti Pacifico.

Il  Gran Tour era Roma ma non solo Roma.  Firenze, Napoli, Sicilia, le mete classiche. Nelle letture che proseguono,  un meravigliato Goethe descrive a Verona, nel 1786,  uno spettacolo pubblico di genere nuovissimo, il “Giuoco del pallone, giuoco  […] con molto concorso di popolo. Donne non ne ho viste punte. Di nessun ceto”.  “La mia meraviglia crebbe ancora nell’entrare nella città che sono convinto superi Parigi e Londra, per numero di abitanti… La carta geografica vi mostrerà la posizione di Napoli, essa si affaccia sulla più dolce baia del mondo, e su uno dei mari più tranquilli…” scrive Thomas Gray, nella Lettera alla madre, nel giugno 1748.  E ancora, Goethe: “E’ in Sicilia che si trova la chiave di tutto”. Per Percey Shelley, le Italie sono due, una si affaccia su “prati verdi e mare cristallino, dalle possenti rovine e atmosfera radiosa”,  “l’altra consiste negli Italiani, che vivono nel tempo presente, nelle loro opere, nei loro modi”.  La prima è “sublime”, la seconda “degradata e repellente”.

Varietà di stimoli e impressioni, spesso discordanti, nella ricerca di lontananze che se non riconoscibili, “spaventano, perché completamente altro”. “C’è bisogno dello stereotipo,  del riconoscimento, nel viaggio”, conclude Pacifico, presentando poi un’ interessante sezione monografia di Nuovi Argomenti, intitolata appunto Granturismo, dedicata agli scrittori del Novecento che hanno soggiornato  in Italia (Cheever, Pound, Hemingway, Bachman e altri).

Così com’era l’Italia non poteva restare. Così com’è non resterà. Così come dovrebbe essere purtroppo, non lo diverrà”. (Ferdinand  Gregorovius, Passeggiate in Italia, 1860).

Il viaggio, sulle strade e nel  tempo, termina qui.  E ricomincia. Sulle note di Io non mi sento Italiano, di  Giorgio Gaber , interpretato da Piji  e dai suoi notevoli musicisti.

“Ma a parte il disfattismo/noi siamo quel che siamo/e abbiamo anche un passato/che non dimentichiamo…”
“Questo bel Paese/forse è poco saggio/ha le idee confuse/ma se fossi nato in altri luoghi poteva andarmi peggio”.

Benvenuti in Italia!

Tullia Ranieri

Tullia Ranieri

Tullia Ranieri ha al suo attivo numerose esperienze artistiche. Scrittrice e attrice, collabora con varie Associazioni culturali. Suoi testi sono pubblicati in Antologie varie e su siti Internet. Si è dedicata a progetti sperimentali di diffusione della poesia nelle scuole e alla scrittura e regia di spettacoli e percorsi poetici. Fa parte del gruppo di Scrittura Collettiva di Fefé Editore. Adora Adonis.

Commenta

clicca qui per inviare un commento