Letterature Festival. Memorie. Dany Laferriere, Concita De Gregorio, Byniawanga Wainaina

Un minuto. Quel minuto. O forse meno. In cui si ha il tempo di accorgersi che l’ira degli dèi è potente, inarrestabile. Che i sogni, le vite, le speranze, le cose, si cancellano in un tempo piccolo, risibile, eppure di portata gigantesca. Se ne vanno, in una confusione polverosa, terrificante, persone, oggetti, affetti, ricordi. In quel momento stretto. In cui non serve sgomitare per fuggire, sfuggire. In cui si hanno solo secondi per capire, e solo per un caso ci si ritrova stesi a pancia in giù in un cortile, come è accaduto allo scrittore Dany Laferrière e ai suoi amici, riuniti al ristorante dell’Hotel Karibe. In quei secondi, scrive Laferrière, “la patina di civiltà che avevo addosso si è polverizzata , insieme alla città”. 12 gennaio 2010, Port-au-Prince. Terremoto ad Haiti. Ne parlano tutti i giornali del mondo. “Confezionando una sorta di memoria artificiale”, con le stesse immagini. Ma la gente che lo ha vissuto da vicino lo racconta diversamente. E questo fa Laferrière. “Volevo raccontare il terremoto a mio modo.Volevo raccontare il modo in cui si affronta il dolore, quello che è successo nei giorni di questa tragedia, il quotidiano. Il modo in cui gli abitanti di Haiti hanno affrontato questa cosa. Le catastrofi passano, quello che non passa è il dolore. La gente abitava in un tempo, non più in un luogo, perché tutto era crollato. La televisone riprende eventi, lo scrittore descrive sentimenti che si moltiplicano, diventano una massa”.
Per descrivere tutto questo, bisogna condividere il sentire di un popolo. Sul palco del Festival delle Letterature Lucrezia Lante della Rovere, introduce lo scrittore,  leggendo  passi tratti dal libro Il paese senza cappello. Storia del ritorno di Vecchio Osso ad Haiti dopo un esilio durato venti anni.Tra Montréal e Miami, in fuga dalla dittatura di Duvalier figlio. Storia che di un uomo e di una Remington, una vecchia coppia, che ci porta nel mondo magico e misterioso di Haiti. “ Una malattia, battere su quella dannata  macchina, che colpisce chi ha vissuto troppo tempo all’estero...”. Dice Laferrière:“Ad Haiti, gli abitanti si seppelliscono senza cappello- a differenza che in altri luoghi”. E il libro è un viaggio nella profondità, in un aldilà “senza cappello” che è strettamente legato al mondo dei vivi, attraverso la musica, la tradizione familiare, il mistero che stordisce e fa paura, il vudù. L’esilio, Dany lo ha conosciuto, in prima persona. Nel 1976, è costretto a lasciare l’isola di Haiti. Si trasferisce in Canada, e da lì comincia la sua carriera di scrittore. Per la quale riceve numerosissimi riconoscimenti, tra cui il Gran Prix du livre de Montrèal. Giornalista, autore e sceneggiatore, Laferrière nel 2013 viene eletto membro dell’Acadèmie Française.

Laferrière dona ad un  pubblico rapito l’inedito “Appunti ad uso di un giovane scrittore”. Legge con calma ispirata. Consigli sulla scrittura, richiesti da suo nipote. Scrittura che non è una semplice questione di stile.  Ma non solo questo. Lo scritto è l’arte di raccontare una tragedia. Descrizioni forti, toccanti. Senza retorica, con tutto il carico, la lucidità di un dolore incessante, presente. La cui memoria è affidata alla parola. “Bisogna cercare nuove idee, nuove scritture. Il lavoro che faccio, serve a risvegliare l’interesse dei lettori, soprattutto quello di coloro che non hanno mai avuto modo di avvicinarsi alla lettura. Ci sono fatti, racconti più forti di altri”. È amore vero, quello di Laferrière per la parola. “Sono stato sempre affascinato dalle lettere dell’alfabeto, disegni che mi spiegavano tutto. Le lettere dell’alfabeto mantengono la memoria del mondo. Sulle lettere dell’alfabeto si continua a sognare, mi sono sempre chiesto se si potesse continuare  sognare, a cercare storie…Non c’è un momento giusto per diventare scrittori, si scrive, e ci si accorge di avere pronta una pila di libri”. Bisogna conservare “la spontaneità”. “Non si balla oggi”. Non basta il talento, ci vuole l’anima, “per rendere tutto  il mondo più palpabile”. Qui inoltre, c’è la spiegazione della genesi particolare di un’opera, che racchiude lo stravolgimento di un popolo, di un’era. Aveva quindici giorni per finire il libro e consegnarlo all’editore, Laferrière. In Florida per un convegno, con un taccuino e un computer. Senza calzini, dimenticati nella casa di famiglia, mezza distrutta. Sono i calzini dimenticati a riportarlo al cataclisma, ad una ispirazione rinnovata. “Non cercare il soggetto del libro, sarà lui a cercarti. Un buon soggetto può scatenare un’energia simile alla passione fisica. Da sempre l’alfabeto controlla le nostre emozioni”. Scrive, in preda ad una febbre inaudita. Ascolta le storie di sua madre. “Mia madre mi ha raccontato di avere visto tutto. Per lei l’unica cosa positiva è dormire all’aperto. Prima le sue notti erano calde e senza stelle, ora sono diventate fresche e stellate”. “Tutto da rifare, è la rivoluzione. Non guardo più le città, sono loro a guardarmiDevo scegliere chi trattenere, per non perdermi nel mare degli aneddoti… La morte balla o piange a sud del mondo. In mezzo a quel dissesto, si spera che la morte abbia sorpreso le coppie nell’orgasmo. La petite mort”.
Morte adesso percepita diversamente, morte che ha una dimensione allargata,“noi abbiamo troppo personalizzato la morte, e un vecchio è solo un bambino che ha vissuto troppo a lungo…”. Immagini di volti cari. Trova pace pensando a sua nonna sorridente, Laferrière. Cercando di ritrovare l’uomo che era prima del 12 gennaio 2010. Perché adesso sa “che se Atlante muove le spalle, tutto precipita nell’orrore”. Raccontare il gudugudù, come chiamano il terremoto ad Haiti, significa tradurre la propria intimità in parole, per lo scrittore. Che in un albergo di Parigi, la cui costruzione risale al 1890, riflette sull’immobilità della città, mentre ad Haiti “tutto si muove”. Tutto si muove intorno a me è appunto il titolo del suo ultimo libro (Ed. 66THAND2ND). Dove l’Io dello scrittore diventa l’Io di un popolo intero. Eco di una forza imprevedibile, smisurata, che risuona ancora. Cosa resta da fare? Cosa resta da fare alla Letteratura? Restituire, con ostinazione, la vita. “Nella camera accanto, una coppia fa l’amore. È su questa musica che scrivo il libro”, conclude Laferrière.

Quanti tagli, nell’anima della donna che parla nell’ipnotico inedito di Concita De Gregorio Da dove comincio? La scrittrice, conduttrice televisiva e famosa giornalista, firma del quotidiano La Repubblica, in passato direttrice de L’Unità, con amore e partecipazione, ci  fa esplorare un mondo fatto di dolore, ma anche di rinascita sicura. Da “un vetro rotto, in mille frantumi”, i pezzi si ricompongono, per rendere nuova l’anima e la speranza di una donna ferita, ma non rassegnata. Che ha provato a lasciarsi morire, ma “il dolore da solo non  uccide”. Ci sarà una ragione se la natura ha voluto così… Che ha provato a partire, a cercare . A perdersi “ in un mondo quieto, in fondo al mare”, dove ci sono“ silenzio e musica”, dove “ riposano le balene”. Che ha provato “a drogarsi, per dormire e per essere sveglia”.  Ha provato di tutto, questa donna-coraggio. Scivolando nell’ipnosi, in un nulla, in  un “ coma denso”, per dimenticare.  Poi, per tornare. A se stessa, al mondo, all’aria leggera. Risalire, sì, dal fondo del mare. “ Dove ho mancato, cosa non ho visto?  Legge, in maniera vorace, la donna. Forse, lì c’è qualcosa. “La parola, sì, la parola”. La parola che può curare. Guarire. “Devo scrivere, ma non sono capace. Devo dire, ma io da sola non sono capace di dire”. Meravigliosa affermazione di fragilità, di umanità.La memoria “fa il suo mestiere”, e attraverso la memoria se ne vanno queste schegge, questi vetri dolorosi che pungono, che fanno sanguinare… Via, fuori dal corpo, finalmente.” La scrittura serve a mettere in scena la realtà nel teatro del mondo”. Come un meraviglioso mosaico, fatto di tessere preziose. O un vaso giapponese, “che i sapienti riparano con l’oro, o l’argento liquido. Tecnica che esibisce le ferite, non le nasconde. Chi si è rotto una volta, è più forte di chi non si è rotto mai”. Il raro privilegio di chi non teme la vita. Perché l’oro liquido nella vita umana è l’amore, colla preziosa, dono tra i più grandi.A volte, quello che accade nella vita, non è per nostro volere, o merito. Accade, punto. E va comunque accolto. Condiviso nella parola, che racconta i fatti, salva l’anima. “ La felicità è una balena, ricordare, restituire al cuore, allontanare dalla mente…” La vita può rendere ancora felici: una rosa bianca, semplicemente dormire quando si è stanchi, una musica, un film. “Le mani dell’uomo che amo, guardarle all’infinito…”. Il ricordo della nonna, il suo vestito malva, i suoi consigli preziosi, “Vai più piano, dove corri, per cosa?” Riflessione bellissima: “Dove mettiamo il tempo che togliamo al desiderio?.  Nonna, puro amore da prima della vita, da sempre. “Nonna, canta anche per me. Sappiamo che c’è l’elefante rosa. Da accarezzare, mentre tutti lo ignorano… Nonna, il tuo vestito malva è un posto così tiepido dove stare”.  Il coraggio di questa donna è il coraggio di Irina, e di tante altre donne. Di andare oltre. Nonostante tutto. La prosa di Concita de Gregorio è decisa, energica, rivelatrice. Nude emozioni, sensazioni. Senza vergogna, o colpa alcuna. Vita vera, che ribolle. Nel suo ultimo libro,  Mi sa che fuori è primavera (Feltrinelli, 2015) la scrittrice racconta Irina, madre di due gemelle scomparse nel nulla, luci e sorrisi mai dimenticati, portate via dal marito Mathias. Si uccide, Mathias. E con lui, con la scomparsa delle bambine, muore Irina. Per poi rinascere, attraverso l’amore, le parole che ne dicono il dramma, la scrittura, appunto. Il dire, senza filtri, scavando dentro l’indicibile.

Kenya, lotta tra Gikuyu e Kalengjiin.  Nasce dallo scontro tribale, la vena brillante, originale, tutta punte e scintille, della scrittura di Binyavanga Wainaina. Figlio di madre ugandese e padre keniano, non può frequentare il liceo a causa della sua appartenenza ai Gikuyu. Sono i Kalenjiin a detenere il potere. Va in Sudafrica, Byniavanga, per studiare Economia e Commercio. Ma è uno scrittore, quello che fa ritorno in Kenya, e compie un viaggio in Uganda con la famiglia. Già formato. Il resoconto di questo viaggio, Discovering home, gli varrà, nel 2002,  il  premio più  importante per un letterato nel continente africano, il Caine Prize. Wainaina scrive in inglese.E guarda il mondo attraverso i libri . “I libri mi hanno consentito di capire il mondo. La lingua inglese per me era importante, io non ero sicuro di capire le persone, allora ho pensato che avrei dovuto creare un linguaggio da usare come un codice di interpretazione. Nel mio Paese si parlano più di quaranta lingue. Vengo da un Paese piccolo, invisibile al mondo, i lettori sono cosmopoliti. Volevo arrivare a quei Paesi dove l’inglese è già parlato, acquisire autorità in questa lingua, per sorpassare chi ne aveva già la padronanza”. Nel 2005, con un articolo satirico che demolisce tutti i luoghi comuni sull’Africa,  pubblicato su Granta , Come scrivere d’Africa, il World Economic Forum gli assegna un premio come Young Global Leader. Lo scrittore  lo rifiuta.  “Intanto, non mi hanno consultato, non ne sapevo niente… Questo gruppo di persone voleva lanciare il Premio. Mi hanno individuato su Internet, non c’era un’idea coerente dietro. Io sono coerente, ci vuole coerenza nel donare un premio, che deve essere dato al premiato per quello che fa. Non c’era nulla che alludesse al fatto che io fossi uno scrittore”. È un’esplosione di energia, Bynyawanga. La sua esperienza di vita, la racconta con uno stile indimenticabile, personalissimo, nel libro Un giorno scriverò di questo posto. Le parole, qualcosa di concreto… Sete di parole. Lette con la consueta eleganza  da  Lucrezia Lante della Rovere, che precede sul palco lo scrittore. “Quando dicono la loro parola, anche i corpi entrano in azione, sicuri e convinti”. Byniavanga e il suo copricapo bianco, un lampo chiaro, accecante. Come il racconto inedito che legge, da attore consumato. Wangechi Mutu si chiede come mai le ali delle farfalle lascino polvere sulle dita. Oggi c’è stato un colpo di stato in Kenya. La Storia che passa, nel sangue, negli occhi di Wangechi. Piccola allevatrice. Le parole di questo scritto, in più di cento, indimenticabili punti, si scolpiscono nella testa, un susseguirsi impressionante, un fuoco di fila.

  1. Wangechi Mutu nasce in Kenya. “Wangechi!!! Artigli di tulle e letali denti d’acciaio”. “Puzzi di ospedale. Dicono che ti sei presa la febbre bovina emorragica… Wangechi! La tua personale gloria di donna”.

1979. Wangechi ha sei anni. Si accorge che la desiderano. Le palpebre sono un cielo di carne brillante, del colore del sangue. Tu sei Wangechi. Ti vengono a cercare. Masai chic.

Sei una che pascola il bestiame. Le gambe/ It girls, vanno a caccia di pellicce, vestite di vinile. Il sangue bagna le strade di Nairobi. Vogue, Cosmopolitan, tutto di seconda mano… Moi arresta un sacco di persone.

  1. Wangechi vuole disegnare vestiti per bianchi snelli.

Moi. Acciuffa un visto, se puoi. Wangechi Mutu sta andando in America, a studiare Fashion. Ma prima deve studiare medicina. Wangechi non torna in Kenya per 17 anni. Esilio senza documenti in America.

Prega Africano, prega per aiuto. Rimescolare: rituale maligno che libera l’immaginazione.

Punto 93, Lei torna in Kenya. Il monolocale di Wangechi scoppia di cose accumulate per 17 anni. “Sto tornando”. Può lasciare l’America legalmente, ora. “Fiori, petali, sangue, i coltelli sono tacchi alti”. Wangechi è “mamma adesso, sirena che deve nuotare verso nuove verità”.

Sto morendo di fame”. Lascia senza fiato, senza pelle, questo modo di raccontare. “Wangechi, Ngechi!!!”. Qualcuno chiama anche noi.

Tullia Ranieri

Tullia Ranieri

Tullia Ranieri ha al suo attivo numerose esperienze artistiche. Scrittrice e attrice, collabora con varie Associazioni culturali. Suoi testi sono pubblicati in Antologie varie e su siti Internet. Si è dedicata a progetti sperimentali di diffusione della poesia nelle scuole e alla scrittura e regia di spettacoli e percorsi poetici. Fa parte del gruppo di Scrittura Collettiva di Fefé Editore. Adora Adonis.

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