Letterature Festival. Destini. Incontro con Mia Couto, Marco Missiroli e Edward McLiam Wilson

Tre calibri da novanta, sul palco di Letterature, Festival Internazionale di Roma, in Piazza del Campidoglio, per la prima, attesissima serata. Ad accogliere il pubblico, Maria Ida Gaeta, e Giovanna Marinelli, Assessore alla Cultura e al Turismo di Roma Capitale. Il Festival è promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo di RomaDipartimento Cultura, con l’ideazione e direzione artistica di Maria Ida Gaeta, responsabile della Casa delle Letterature di Roma, la regia di Fabrizio Arcuri, e l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura.  “Un festival che ha dato la possibilità alla Letteratura di sprovincializzarsi” – sottolinea Giovanna Marinelli – “un contributo all’internazionalizzazione della città di Roma”.

Introdotti dall’attrice Lucrezia Lante della Rovere, che legge magistralmente brani tratti dalle loro opere, incontrano un pubblico attento e partecipe, Mia Couto, scrittore di origini mozambicane, l’italiano Marco Missiroli, ed Edward McLiam Wilson, irlandese.

La parte musicale è affidata ai bravi Franco Piersanti (piano), Pasquale Laino (sax), Adriano Martino (chitarra elettrica) e Vittorino Naso (percussioni). Cosa resta da fare alla Letteratura: questo il tema della XIV edizione del Festival. Dice Maria Ida Gaeta: “La letteratura è una grande lente d’ingrandimento, che consente la riflessione. Umberto Saba ha osservato che ai poeti resta da fare la Poesia onesta. L’onestà è la prima risposta a ciò che resta da fare alla Letteratura”.

Quero o vulcão
que na terra não toca:
o beijo antes de ser boca.

[Mia Couto “Tradutor de chuvas”]

Il  vulcano, prima che tocchi la terra, il bacio prima di essere bocca…

Così scrive in una poesia Mia Couto, tratta dalla raccolta “Traduttor de chuvas”.

Un magma profondo, una seduzione assoluta dell’immaginazione, attrazione di pelle prima delle parole, prima della carta. Così è la scrittura di questo formidabile fabbricatore di immagini, creatore di neologismi incantatori, di magie luccicanti, stupore del cielo letterario internazionale. Mia Couto, nato a Beira, in Mozambico, è ritenuto il più grande scrittore mozambicano vivente. Vincitore di numerosissimi premi, tra i quali il prestigioso Camões, nel 2013.

António Emílio Leite Couto, meglio noto come Mia Couto, dall’appellativo infantile Mia datogli da suo fratello minore, compie, con la sua scrittura, il miracolo della fusione tra due tradizioni diversissime: da una parte, la tradizione “magica”, orale, mozambicana, con i miti, le leggende, i racconti misteriosi, dall’altra, l’approccio alla tradizionale formula scritta del romanzo, tipica della tradizione europea. Non a caso, Couto si definisce un “africano, nato da genitori europei”. Inventa Mia, inventa neologismi, parole, le lega, le annoda, le fila sul fuso prodigioso della sua creatività, termini bantu con la lingua portoghese dell’ex madrepatria. Dopo la Rivoluzione dei Garofani, nel 1974, e il crollo del regime di Salazar, il Mozambico conquista l’indipendenza, l’anno successivo. In cerca di una propria identità culturale, di radici da riscoprire, da difendere. Mia stesso si fa portavoce delle difficoltà della ricerca, consapevole delle differenze, dei punti di contatto, delle ferite e delle coscienze, del dolore dei destini, improvvisamente diversi, in un Paese cambiato. Figlio di emigranti portoghesi negli anni ’50, definisce la sua famiglia una piccola “tribù”, nella quale si raccontavano storie. “Le storie mi hanno reso quello che sono. La famiglia restava piena di gente anche quando qualcuno moriva, sentivo i loro passi, questo succedeva perché noi ricevevamo storie. Il mondo è così, non è una particolarità della nostra famiglia. La letteratura deve impedire che il mondo resti nudo, spogliato di storie”.

Le sue righe sono segni di fuoco, nei contenuti, nella forma, acque limpide, sacre, dove è bello, pesciolinare. Sorprendersi  per l’incresparsi, per le trasparenze felici,  le profondità improvvise.  Spazi liquidi e vitali,  terre madri piene di vita e coraggio, dove lo scrittore ci porta a  guardare, tempi lontani dove gli occhi, come quelli di Irene, in Ventizinco (Edizioni dell’Urogallo, 2013), “risultavano di molti carati”, e tornano a brillare nella grazia di questa scrittura, di questa anima oscura, viscerale, ritrovata. Nasciamo, rinasciamo, nelle pagine di Mia Couto. “Con il cuore nelle parole”. Ricchissima la sua produzione artistica, poesie, contos, romanzi, il primo dei quali, Terra sonnambula (Guanda, 1999), si è rivelata subito un caso letterario, di grande risonanza. L’ultimo, La confessione della leonessa, è uscito in Italia nel 2014, edito da Sellerio. Basato su un fatto vero, venticinque donne divorate dai leoni, affronta il trema atavico della paura, non solo del leone. “In certe regioni, il confine tra umano e animale è labile, e il leone è visto come incarnazione, spirito”, ci dice Couto. Al pubblico del Festival presenta il racconto inedito Quelli che non muoiono. I nostri genitori ci facevano viaggiare con le loro storie. Io e la mia casa siamo fatti della stessa materia, siamo fatti di storie. Siamo noi stessi in cerca di quella casa dove nessuno muore. La Letteratura non ha bisogno di esperienze professionali e di titoli di studio. La Letteratura si pone fuori da questa professionalità ”. Per Couto la Letteratura, come le altre arti, continuerà ad essere “un’arma contro quelle logiche di produzione di paure e fantasmi. Quello che abbiamo oggi è una geografia globalizzata dalla paura. Quella che era ideologia è diventata credenza, quella che era politica è diventata religione, quella che era religione è diventata strategia di potere”. E aggiunge: “La Letteratura può mantenere vivi il desiderio e l’utopia del cambiamento. Ci aiuterà a sentire vive le voci di coloro che non sono più con noi”.

Per Marco Missiroli, riminese, la Letteratura è “un fucile puntato, un dovere. Legge l’inedito  Portare il fuoco. Cita Cormac Mc Carthy e Il Commesso, di Bernard Malamud, pur non amando le citazioni. Parla della paura. Di non riuscire ad eternare le cose, trasformare la vita in una storia. Perché questa trasformazione garantisce la sopravvivenza, il futuro. Ci racconta di suo nonno, prima che morisse. Che è andato giù come un proiettile, sullo scivolo del Kamikaze, all’Acquafan di Riccione, a settantasei anni. E quando è arrivato in fondo, ha confessato: “Ho avuto paura più della guerra. Dillo ai tuoi amici”. E così, in una debolezza grandiosa,  gli ha lasciato una traccia, sé stesso, una storia. Che oggi sappiamo anche noi. McCarthy sparava in aria nel suo ranch texano, all’approssimarsi di sconosciuti, per proteggere suo figlio. Poi ha iniziato a scrivere, a mettere su carta la sua paura, raccontando la storia di un padre e un figlio. Scrivere per proteggere, scrivere come sparare. Custodire cose e persone. Anime. Preservare, nel tempo, dal tempo. Morris Bober, uno dei protagonisti de Il commesso di Malamud, muore per l’impossibilità di trasformare la sua vita in qualcosa da tramandare. Impossibilitato a lasciare la bottega di cui è proprietario, dove continua ad allineare scatole di fagioli, perde tutto quello che avviene fuori dal suo angusto mondo. Muore del nulla, non di polmonite. “L’inconsistenza della sua traccia, lo scivolo mancato, lo sparo mancato, ecco cosa lo aveva fatto fuori”. Missiroli parla poi di Faulkner, del suo romanzo Mentre morivo (As I Lay Dying), storia di una madre che vuole concludere i suoi giorni a Jefferson, e incarica i suoi famigliari di condurla e seppellirla lì. Uno dei figli, Cash, costruisce per lei la bara, ma chiodi, martello e pialla, sono gli strumenti musicali che non ha potuto possedere, lui, amante della musica sopra ogni cosa.

Dunque, per Marco Missiroli, la Letteratura è “sparare alla McCarthy, scivolare su un Kamikaze per lasciare una storia, fare cadere una scatola di fagioli, un grammofono. Portare il fuoco”.

Il 2005 è l’anno della sua laurea e del suo esordio come romanziere, con Senza Coda (Fanucci editore). Nel 2006 ha vinto il Premio Campiello Opera Prima.

Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015) è invece il suo ultimo romanzo, vincitore del Premio Mondello. L’educazione letteraria di Libero Marsell, il protagonista, diviene educazione sentimentale. La separazione dei genitori, per il protagonista dodicenne, è occasione d’amore, sparso tra Parigi e Milano. Amore senza freni, nella totalità della sue scoperte, nell’oscenità della sua libertà sfrontata. Il sentimento…custodiva i miei atti osceni”.

Edward McLiam Wilson, folletto rutilante e ribelle, che conquista tutti con la sua inarrestabile simpatia, facendo ridere spesso gli interlocutori, sa di essere serio, nella sua ironia. Definisce gli scrittori “adulti che raccontano bugie ad altri adulti”. Alla domanda “Che cosa è per te la Letteratura”, risponde impertinente: “In questo momento non  mi curo della letteratura, ho realmente molto più a cuore le sorti della FIFA! Dovrebbe esserci il Papa, a capo della FIFA. In fondo, ha tutto ciò che serve per esserlo, autorità morale, numero di cellulare di Dio, etc.”. E aggiunge solenne: “Vi chiedo pertanto di sostenere questa mia commozione…” Dice successivamente, serissimo: “Il problema delle persone divertenti è che non sono divertenti…” Parigi, città dove si è trasferito, gli ha cambiato la vita, addirittura “il colore degli occhi. Trasferirmi sulla terraferma mi ha cambiato, noi isolani siamo diversi. Wilson ha lasciato a ventuno anni il S. Catharine’s College di Cambridge per dedicarsi alla scrittura. Comprò una macchina da scrivere e da lì ebbe inizio, su righe galeotte, l’avventura della scrittura. Il naufragio apparente. Perché gli anni dedicati “a fare la prima cosa che mi capitava”, dal venditore di finestre a quello di kilt, si rivelano fondamentali per la nascita del Wilson scrittore. La vita vissuta si scrive in capitoli sempre più intensi. Ripley Bogle, edito in Italia da Garzanti nel 1996, il romanzo degli esordi, diventa un caso letterario. È la storia di uno stravagante, colto barbone (si dice che Wilson stesso abbia vissuto per strada…) che si aggira nei bassifondi di una Londra cinica e indifferente. Con Eureka Street (Fazi Editore, 1999), suo terzo romanzo, dopo Il dolore di Manfred, Wilson arriva alla fama internazionale, vincendo, dopo numerosi altri premi, il Belfast Arts Award for Literature. Così come è nella vita, trasfonde la capacità di vedere la tragedia nelle cose leggere e la leggerezza nelle cose drammatiche. Eureka Street è il racconto della situazione in Irlanda del Nord, nel periodo drammatico degli anni ’80. I protagonisti, Chuckie e Jake, si trovano alle prese con una vita difficile, da gestire insieme a un gruppo di amici, tra le bombe dell’IRA, gli scontri tra cattolici e protestanti. Sullo sfondo, una poetica e ironicamente dolente Belfast, città che Wilson ritrae in ogni sua sfaccettatura. Un ritratto di carne e sangue, un amore che brilla scuro e fortissimo. “Ogni storia è una storia d’amore…” .

Il suo ultimo romanzo, The Extremists (Fazi, di prossima pubblicazione), parla di un uomo che cammina, e di tutta la gente che lo segue. Questo libro lo definisce grande. Poi, c’è il libro piccolo, come volume, si intende.

Il libro piccolo l’ho finito anni fa, ma non ho voluto ancora pubblicarlo. Sono un tipo strano. Parla di un vecchio che si sveglia tutti i giorni col fantasma di un soldato morto accanto. Dovrebbe intitolarsi I Sognati”. Legge sul palco del Festival, interpretandolo con grinta, il suo inedito  Capitan Inquieto e gli uomini scimmia, metafora del nostro mondo tragico e cruento, pieno di paradossi, sospetto e paura. Storia tragicomica di un assistente sociale assassino, la cui carriera comincia presto. A ventuno anni ha già ucciso undici persone. L’omicidio è “uno spettacolo antico”, penetrato ormai anche nel genere della Commedia. Al killer non bisogna chiedere chi ha ucciso, ma come. Uccide “chi è arrogante, sconsiderato, malvagio, stupido. La violenza gratuita che anima il mondo”. “Uccido gli uomini scimmia”. È un “inciampo evolutivo, il Grande Correttore. Uccidere è fare pulizia, un po’ come lavare i piatti. Raccolgo e coltivo ira … Uccidere mi ha insegnato tutto della compassione e dell’ira. Dopo che hai ucciso, il cadavere acquista dignità umana…”. Butta i fogli a terra, Wilson, veemente. Ho imparato anche qualcosa sulla paura. Abbiamo dimenticato come guarire dalla paura. La paura è globale, assoluta, unica. Il muro di Berlino è caduto giù, e noi non abbiamo più paura delle armi nucleari? L’uomo intelligente che ho ucciso sembrava capire qualcosa. Mi ha chiesto, mentre lo strangolavo, perché stessi piangendo. Singhiozzavo per la pietà e per l’odio. Aveva capito che la sua testimonianza non poteva contare. Perché si rendeva conto che stava per morire. Io non combatto, semplicemente uccido. Qui uno scrittore direbbe che è andato in un luogo oltre la terra. Non esiste un luogo senza la paura .Un terrore senza amore e senza fine. Non è facile essere me. È interessante, ma non per questo facile ”.

È facile invece, amare senza confini le parole che ci hanno regalato gli scrittori. Cosa resta da fare alla Letteratura… Continuare a stupirci.

Tullia Ranieri

Tullia Ranieri

Tullia Ranieri ha al suo attivo numerose esperienze artistiche. Scrittrice e attrice, collabora con varie Associazioni culturali. Suoi testi sono pubblicati in Antologie varie e su siti Internet. Si è dedicata a progetti sperimentali di diffusione della poesia nelle scuole e alla scrittura e regia di spettacoli e percorsi poetici. Fa parte del gruppo di Scrittura Collettiva di Fefé Editore. Adora Adonis.

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