C’è un sentiero, in Italia, largo come un fiume e lungo centinaia di chilometri, che per secoli ha attraversato l’intera penisola centro-meridionale. Non è asfaltato, non compare sulle mappe stradali, eppure ha modellato economie, culti religiosi, dialetti, paesaggi e persino il modo in cui intere comunità hanno imparato a stare insieme.
Si chiama tratturo ed è la traccia fisica di una pratica antichissima: la transumanza.

Il nome stesso racconta il gesto che descrive. Viene dal latino trans, «attraverso», e humus, «suolo»: attraversare la terra. Nella sua essenza più semplice, la transumanza è un movimento stagionale: greggi, mandrie e pastori che si spostano tra i pascoli di montagna e quelli di pianura, seguendo il ritmo delle stagioni, in cerca di erba fresca d’estate e di clima mite d’inverno. Un gesto semplice, ripetuto per millenni, che ha finito per costruire un’intera civiltà.
Da questa storia, e di come essa parli ancora al presente, prende spunto Ritorno al tratturo, il docufilm diretto da Francesco Cordio, che lo ha ideato insieme all’attore Elio Germano e al ricercatore Filippo Tantillo. Ma per capire perché un antico sentiero possa ancora avere qualcosa da dire al nostro tempo, occorre prima ripercorrerne la sua lunghissima storia.

In Italia la pratica della transumanza nacque soprattutto sull’Appennino abruzzese, diretta verso la Maremma e, ancor più, verso il Tavoliere delle Puglie.
Fu un’economia tanto importante da avere due istituzioni proprie nel Regno di Napoli — la Regia Dogana della Mena delle Pecore e la Doganella d’Abruzzo — capaci di regolare un fenomeno che, a metà del Quattrocento, coinvolgeva non meno di tre milioni di capi di bestiame e trentamila pastori ogni anno.
Numeri che danno la misura di quanto la transumanza non fosse un’attività marginale, ma una delle colonne portanti dell’economia meridionale.
In realtà le sue radici affondano molto più indietro nel tempo. La mobilità pastorale delle genti dell’Appennino abruzzese e molisano è documentata già in epoche lontanissime, quando gli spostamenti stagionali venivano praticati entro territori di limitata estensione, appartenenti a più comunità pastorali.
Fu con l’arrivo, nell’età del ferro, delle genti del gruppo sabellico e sannita che si consolidò il passaggio da una transumanza a corto raggio a un regime di monticazione su spazi più ampi e definiti.
Gli storici latini Livio e Giustino raccontano che già nel IV secolo avanti Cristo i Sanniti praticavano la pastorizia con una tale intensità da farne un tratto identitario: il carattere pastorale di quella civiltà arrivò a condizionare persino le scelte insediative, cioè il modo stesso in cui i villaggi nascevano e si organizzavano sul territorio.
Fu però Roma, dopo aver conquistato l’intera area centro-meridionale, a dare alla transumanza la sua forma «industriale».
Trasformando in ager publicus vaste aree dei territori conquistati e destinandone parte al pascolo, la transumanza acquisì caratteri regolari, consistenti e assai remunerativi, tanto per l’antica nobiltà romana quanto per l’aristocrazia emergente.
Marco Terenzio Varrone, nel primo secolo avanti Cristo, descriveva le greggi di pecore condotte dalla Puglia verso il Sannio nella stagione estiva e narrava di pastori capaci di collegare pascoli lontanissimi tra loro, pagando un tributo per attraversare le strade pubbliche di Roma: la prova che la transumanza era ormai un sistema economico riconosciuto e regolamentato dallo Stato.
Della vita quotidiana di quei pastori resta una testimonianza straordinaria in Molise, incisa nella pietra: l’iscrizione ancora visibile sulla spalla destra della porta detta di Boiano, nel Parco Archeologico di Saepinum, risalente al secondo secolo dopo Cristo.
Da essa si apprende che i conductores delle greggi si lamentavano delle angherie subite da parte dei magistrati e degli stationarii di Boiano e di Sepino, mentre percorrevano gli itinera callium che univano le due località.
La vicenda fu talmente grave da richiedere l’intervento diretto dei prefetti del pretorio, che ingiunsero ai responsabili di lasciare in pace i pastori, minacciando punizioni severe. È uno dei rari documenti che ci restituisce non l’economia astratta della transumanza, ma il volto concreto — fatto di soprusi, resistenza e tutela — di chi la praticava davvero.
L’allevamento transumante continuò a fiorire per tutta l’epoca imperiale, subendo una battuta d’arresto solo con le invasioni barbariche. Fu con l’arrivo dei Normanni prima, e soprattutto degli Aragonesi poi, che il tratturo riprese il suo ruolo centrale nell’economia agricola delle regioni centro-meridionali.
Per oltre tre secoli le antiche vie divennero vere e proprie miniere d’oro per il meridione d’Italia, protagoniste indiscusse di quella che si può definire, a tutti gli effetti, una vera e propria «età della transumanza».
È in questo periodo che nasce il tratturo moderno, così come lo conosciamo oggi, con le sue diramazioni e i suoi collegamenti. Lungo queste direttrici sorsero ben presto taverne, opifici, mulini, lanifici, chiese, edicole votive, fiere locali e, di conseguenza, interi centri abitati.
Il tratturo non era soltanto una via di passaggio per gli animali: era un asse economico e sociale lungo il quale si organizzava la vita di intere regioni.
Ancora oggi, lungo la rete dei tratturi, si possono incontrare edicole votive e punti di culto dedicati a San Michele Arcangelo, una delle figure sacre più venerate in Molise insieme a San Nicola di Bari.
La diffusione del culto micaelico in questi territori è legata proprio alla transumanza e allo spostamento di uomini e animali verso il Gargano, dove sorge l’antico Santuario di San Michele.
L’Arcangelo veniva invocato come protettore dai pericoli continui a cui erano esposti i pastori: dal furto di bestiame all’assalto degli animali selvatici.
La fede, in altre parole, camminava insieme alle greggi.
Della transumanza si racconta spesso la parte più visibile — il cammino, gli uomini, le greggi — ma c’è un’altra storia, meno narrata, che si svolge tutta all’interno dei paesi.
Durante i lunghi mesi in cui i pastori erano lontani, le donne che restavano a casa gestivano da sole i figli, la casa e i campi, diventando il vero pilastro della comunità rurale in assenza degli uomini.
Il loro lavoro quotidiano era duro e fondamentale per mandare avanti l’economia della famiglia: si aiutavano tra vicine per superare i momenti difficili e la solitudine, preparando tutto il necessario per quando gli uomini sarebbero tornati dai pascoli lontani.
Con l’Unità d’Italia i pascoli furono progressivamente riscattati e trasformati in terreni coltivabili, e l’economia della transumanza cominciò il suo lento declino, accelerato poi drasticamente dall’allevamento intensivo del Novecento.
Oggi la pratica sopravvive solo in poche zone: alcune vallate alpine e prealpine, tratti dell’Appennino molisano e abruzzese, la Sardegna, la Sicilia delle Madonie.
Un’eredità fragile, minoritaria, quasi residuale che però nel 2019 l’UNESCO ha riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, restituendole una dignità e una visibilità internazionali.
Ma cos’è davvero il tratturo oggi, in un tempo in cui le greggi non lo percorrono quasi più?
Il ricercatore Filippo Tantillo lo descrive come un luogo ricolonizzato dal selvatico, dimenticato dall’ordine della civiltà contemporanea: una ferita nel paesaggio, un vuoto.
Eppure è proprio da questo apparente abbandono che nasce una domanda nuova, e per certi versi sorprendente: può un sentiero che non serve più a spostare bestiame diventare qualcos’altro?
Può diventare, come suggerisce il titolo stesso del docufilm Ritorno al tratturo, un’infrastruttura di pensiero, un percorso che, invece di bestie, fa transitare sapienze e visioni del mondo?
È esattamente questa la domanda al cuore del film di Francesco Cordio, che ripercorre gli antichi tratturi molisani, quelli che collegavano l’Appennino sannita alla costa adriatica, accompagnato da due guide d’eccezione: lo stesso Filippo Tantillo e l’attore di origini molisane Elio Germano, che nel film sceglie di ascoltare più che di recitare.
Il pregio principale del film sta forse proprio in questa scelta di sguardo. Insieme, Tantillo e Germano incontrano gli abitanti di un Molise che i media raccontano spesso come sinonimo di vuoto, di spopolamento, di assenza e che invece si rivela abitato da persone che hanno scelto, consapevolmente, di restare o di tornare.
C’è Valerio, che alleva capre sulle montagne di Frosolone, in provincia di Isernia, e produce formaggio artigianale, lottando ogni giorno contro la burocrazia e contro la mancanza dei servizi più elementari.
C’è Federica, che ha trasformato il ristorante ereditato dalla madre in un presidio non solo commerciale ma sociale, un punto di riferimento per la comunità.
Ci sono i giovani che hanno aperto una libreria, scommettendo sulla cultura proprio dove sembrerebbe non avere più spazio. E ci sono i partecipanti al Cammina Molise, che da anni ricostruiscono a piedi i legami tra i territori, riattraversando fisicamente quelle stesse vie che un tempo percorrevano i pastori.
Non sono personaggi nostalgici, né eroi solitari: sono persone che, ciascuna a modo suo, stanno rispondendo alla stessa domanda che il film pone fin dal titolo: cosa significa, oggi, ritornare o restare in un luogo che tutti dicono di aver abbandonato?
Il titolo del docufilm è un gioco di parole, un omaggio dichiarato a Ritorno al futuro di Robert Zemeckis. Come Marty McFly, sembra suggerirci il regista, forse l’unico modo per costruire un futuro migliore è tornare a guardare il passato: non per nostalgia, non per rimpianto, ma come un vero e proprio atto sul presente.
Guardare indietro, in questo senso, non è un gesto conservatore: è un modo per capire quali strumenti del passato possano ancora essere utili a immaginare ciò che verrà.
Cosa ci insegna, allora, questo lungo filo che va da Varrone ai pastori d’oggi, dal Tavoliere delle Puglie alle montagne di Frosolone? Forse questo: che la transumanza non è mai stata soltanto economia. È stata comunità.
Era un popolo che si muoveva insieme, che condivideva rischi e responsabilità, che sapeva — come dice uno dei protagonisti del film — che nessuno si salva da solo.
Oggi, di fronte allo spopolamento delle aree interne, quella stessa lezione torna sorprendentemente attuale. Il tratturo, grande fiume verde che per secoli ha unito i popoli, ci ricorda che le periferie non sono margini vuoti, ma luoghi dove si vive, si lavora, si sogna e si combatte ogni giorno.
E forse il vero significato di «ritornare al tratturo» è imparare di nuovo a camminare insieme verso un futuro ancora possibile.
Giornalista, il diritto d'autore è il leitmotiv della sua vita professionale. Molisana doc, da decenni è trapiantata nella capitale. Legge molto, ama il cinema e il teatro. L'attualità è la sua passione.









