Weiss Malerei. La pittura bianca di Alberto Zilocchi a Milano

Mi vengono in mente le parole di Stephen King nell’incipit di Duma Rey:

Si comincia con uno spazio bianco. Non dev’essere necessariamente carta o tela, ma secondo me dev’essere bianco. Noi diciamo bianco perché abbiamo bisogno di una parola, ma la definizione giusta è “niente”. Il nero è l’assenza della luce, ma il bianco è l’assenza della memoria, il colore del non ricordo. Come ricordiamo di ricordare? È una domanda che mi sono posto spesso dopo Duma Rey, spesso nelle ore piccole della notte, perdendo lo sguardo nell’assenza della luce, ricordando amici assenti. Certe volte in quelle ore piccole penso all’orizzonte. Bisogna segnare il bianco. Un atto abbastanza semplice, direte, ma ogni atto che rifà il mondo è eroico. O così sono giunto a concludere.

È un luogo per certi versi mistico quello del bianco, puro, uno spazio dove nulla accade invece tutto è visibile. Con la sua muta bellezza, il colore senza tinta ha segnato il percorso di diversi artisti, e continua a farlo, ma per Alberto Zilocchi si fa scelta che mai tradisce.

E allora forse per questo motivo le parole del grande scrittore statunitense mi sono venute alla mente.

Bisogna segnare il bianco.

Artista bergamasco scomparso nel 1991 e a lungo dimenticato, Alberto Zilocchi (Bergamo, 1931-1991) riprende il suo meritato posto all’interno della storia dell’arte grazie al lavoro di riscoperta intrapreso dal collezionista Maurizio de Palma in collaborazione con lo Spazio Testoni di Bologna e la famiglia Zilocchi. A lui è dedicata Weiss Malerei (pittura bianca), mostra in corso nelle stanze dell’Archivio Alberto Zilocchi fondato a Milano nel 2016 da de Pamla.

L’esposizione vede protagonisti i Rilievi di Zilocchi, opere monocrome realizzate negli anni 70, estroflessioni di gesso e acrilico che creano un’atmosfera sospesa, silenziosa e vitale, unite a quel bianco che, come scrive lo stesso Zilocchi, corrisponde prima di tutto ad un bisogno di rendere più dinamico lo spazio definito dalle mie strutture attraverso l’azione mutevole della luce, ma anche di negare attraverso il rifiuto del colore e la neutralizzazione della materia ogni funzione edonistica all’operazione visuale.

Opere delicate e imponenti allo stesso modo, testimonianze di uno straordinario percorso evolutivo di un artista che si avvicina all’Avanguardia artistica milanese nella metà degli anni ’50 e che firma, con Piero Manzoni e altri, il Manifesto del Bar Jamaica nel 1957. E ancora, la mostra alla Galleria Azimut nel 1960 insieme a Manzoni, Dadamaino, Castellani, De Vecchi, Massironi, fra gli altri, per arrivare al Gruppo Zero di Dürusseldorf – che proclamava una reazione all’Informale in chiave ttico-cinetica, con  punti di riferimento come gli artisti Otto Piene e Heinz Mack – e poi abbracciare il Movimento Nord Europeo dell’Arte Concettuale Costruttivista Concreta, divenendo attivo nel Centro Internazionale di Studi d’Arte Costruttiva.

Negli anni ’70 fonda e promuove, insieme a Marcello Morandini, Francois Morellet e Pierre de Poorter, il Centro Internazionale di studi d’ Arte Costruttiva – Internationaler Arbeitskreis für Konstruktive Gestaltung(iafkg) con sede ad Anversa e Bonn, movimento nato per la ricerca di nuove forme espressive che fino al 1986 organizzò annualmente simposi in tutto il territorio europeo, durante i quali gli artisti trovavano occasione di confronto e dibattito insieme a critici, architetti e intellettuali.

Artista dal respiro internazionale, Zilocchi si muove tra Bergamo e Milano, ma anche Germania, Svezia e Inghilterra, lasciando un´impronta importante in buona parte del Nord Europa.

Sono oltre cento le mostre che lo vedono impegnato tra l’Italia e l’estero tra il 1957 e il 1990, segnando una considerevole attivitá artistica che sfocia anche in altri campi, come quello della scenografia per il Teatro Donizetti di Bergamo nei primi anni 60, intraprendendo parallelamente il lavoro di insegnante di disegno, in un primo periodo presso varie scuole della provincia bergamasca, successivamente come docente di ruolo presso il Liceo Artistico di Bergamo.

Il 2016 segna il suo grande ritorno al pubblico con una prima grande personale a Bologna presso lo Spazio Testoni, la presentazione ad Arte Fiera Bologna ( dove torna nel 2017), la partecipazione alla prima edizione di Wopart Lugano e l’esposizione alla Werkstattgalerie di Berlino. Altre mostre collettive vedono coinvolte le sue opere in questi ultimi anni, ma è oggi che torna con una personale in quella Milano che solo l’anno scorso aveva visto alcuni suoi lavori al leggendario, e per lui cosí significativo, Bar Jamaica, in un omaggio all’artista ben sessant’anni dopo.

Quella di Alberto Zilocchi è la storia di una grande riscoperta, una passione e professionalitá che hanno spinto Maurizio de Palma a mettersi sulle tracce di un artista del quale fino a pochissimi anni fa si sapeva ancora poco o nulla.

Un lavoro lungo di studio e ricerca, di analisi delle opere e di contesti artistici, che ha riportato sotto i riflettori un artista e donato all´arte un pezzetto in piú di storia.

Lucia Rossi

Lucia Rossi

Lucia Rossi, laureata in Arte, Spettacolo e Immagine Multimediale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Parma, è scrittrice, contributing editor per riviste d'arte, curatrice di mostre. Vive e lavora a Berlino. Ha diverse esperienze come curatrice indipendente di eventi culturali e collaborazioni per cataloghi d'arte e pubblicazioni.

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