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L’autentica temporalità di Zbyněk Sedlecký

di Lucia Rossi

Se il nostro intelletto spazializza il tempo, lo concepisce come un corpo fisico e lo divide in segmenti uguali, diceva Bergson.
C’è anche un tempo interiore, della coscienza, nella quale i vari momenti si compenetrano gli uni negli altri. È questa durata interiore che emerge dalle opere di Zbyněk Sedlecký, artista ceco che appartiene a una generazione che si affaccia sulla scena artistica all’inizio del terzo millennio.

È dunque un’autentica temporalità quella in mostra alla Trafo Gallery di Praga, che delinea quegli arredi scenici (da qui il titolo della mostra Rekvizitář/Propman) orchestrati dall’artista per il suo allestimento.

Qui non c’è artificio, piuttosto un agire vero e ironico in un luogo, spesso lo studio dell‘artista – ambiente sospeso lontano dai tumulti esterni presenti e passati – dove, come sostiene il curatore della mostra Petr Vaňous, “si può giocare con il tempo e l’identità come uno strumento di ambiguità o addirittura di mistificazione”.

Secondo Bergson, il tempo è l’esito del rapporto tra mutamento e memoria e lo si può misurare soltanto indirettamente. Non c’è una successione di istanti tra loro interconessi e non è spazio; si coglie invece negli intervalli che sfuggono alla misurazione.

È in questa direzione che scorgo il tono più onesto per interpretare i lavori di Zbyněk Sedlecký concentrandomi in particolare nella sua scelta del luogo-studio come terreno scenografico, una zona dove egli ricrea un non-spazio, una sospensione, il suo Atelier come ambiente principale dove far nascere la narrazione che, pur basandosi quasi sempre su modelli fotografici, si sottrae alla staticità.

In effetti in Sedlecký vi è un sussegguirsi di sequenze di movimenti – mutazioni – su corpi, oggetti che lasciano la sensazione dello scorrere del tempo. Ecco che allora distinguo, nella ricerca dell‘artista, non una rappresentazione del tempo ma la sua presentazione: lo osserva, lo sospende, ci gioca, ne modifica il flusso.

Diventa fondamentale in questo contesto il rapporto tra spettatore, il suo riflesso e la figura dipinta, in un dinamismo sempre presente, quello che per Pistoletto era la dimensione del tempo. Sedlecký lo fa con la pittura – in particolare utilizzando ora acrilico su tela – che ha tra l’altro unito un forte gruppo di artisti cechi e che diventa protagonista imponendosi nella scena artistica contemporanea, capace di scrollarsi di dosso (ancora una volta) quell’idea ormai obsoleta di arte senza più prospettive.

È una pittura sicuramente concentrata prevalentemente sul presente e che tende, più in Occidente, ad allontanarsi dalla sperimentazione, senza mai perdere la sua eterna carica vitale, cosa che a volte, ancora oggi, si tenta – sbagliando – di far credere.

Anche Jiří Načeradský, uno dei rappresentanti più importanti della pittura figurativa ceca negli anni Sessanta/Ottanta, respingeva l’affermazione – in questo caso in particolare degli aderenti all’Arte Concettuale – secondo la quale la pittura era finita, rimarcandone, invece, quindi, la sua essenza non tramontabile..

È evidente che Načeradský rappresentò per i suoi studenti alla Facoltà di Belle Arti di Brno (FaVU), tra i quali anche Sedlecký, una guida vigorosa.

Ma non fu l’unica. Altra figura importante per la sua formazione artistica, Sedlecký la incontra all‘Accademia di Belle Arti di Praga: si tratta di Jiří Sopko, esponente di spicco della pittura ceca contemporanea in lui caratterizzata da un linguaggio artistico unico, pieno di un colore vitale e con un rapporto e la disposizione di varie tonalità.

Si deve ricordare che la situazione in quegli anni non era ideale per i pittori nella Repubblica Ceca. Sedlecký commenta:

La gente era più concentrata sull’Arte Concettuale e chi era interessato alla pittura doveva guardare cosa c’era di nuovo in questo campo all’estero.

Vengo da Ostrava (vicino al confine polacco), forse per questo ho guardato prima alla pittura polacca (gruppo Ladnie, ecc.). Ma in seguito mi sono ispirato a una gamma più ampia di pittura europea (Michaël Borremans, Luc Tuymans, Johannes Kahrs, Scuola di Lipsia, Cluj, ecc.). Mi interessano lo sviluppo e le possibilità della pittura dell’intero ex blocco orientale.

Allo stesso tempo, mi ispiro anche alla pittura figurativa americana (E.Fischl, J.Semmel) e alle tendenze fotorealistiche originali (Vija Celmins).

Sedlecký si inserisce, con la sua maturazione, in una generazione di artisti emersa dalla caduta del comunismo nell’Europa centrale e orientale con una pittura che analizza i cambiamenti nell‘immagine secondo variazioni della percezione umana.

E la sua attenzione si fa sempre più introspettiva, delineando il soggetto in relazione all‘ambiente ma anche, e soprattutto, esaltandone la sua psicologia.

C’è un’immediatezza nelle sue opere che ci sorprende, una rapidità nel catturare il coinvolgimento emotivo dello spettatore che non ci aspettiamo. Tutto sembra avvolto, sospeso, fermo in un attimo sfuocato; ma un movimento lento si insinua fino a travolgerci.

Un manto dalle morbide tinte avvolge il dipinto e un’urgenza nella stesura del colore cattura il momento della tregua. Sembra ricordarci il rapporto totale che dobbiamo avere con l’opera d‘arte: osservazione, comprensione, coinvolgimento.

La cura per la luce drammatizza la scena e tende a cogliere i soggetti con l‘immediatezza di uno scatto fotografico, siano essi figure isolate – spesso autoritratti -, in gruppo o nature morte, rafforzando quel carattere evocativo capace di generare un‘ulteriore consapevolezza: è una coscienza dormiente che si risveglia.

Mentre si osserva un suo quadro, la prima impressione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di sfuggevole, inanimato; ma arrivano i sussurri, le piccole parole pronunciate dalle figure ritratte e rivolte a qualcuno al di là della tela. L’atto che sembrava immobile riceve vitalità, le mani si muovono, il gesto viene esaltato, colpito di una luminosità che accentua un‘azione in corso.

Vi è anche solitudine, ma senza quel rapporto di hopperiana distanza. È piuttosto in mostra una memoria collettiva e anche personale. Si rileva l’eternità del flusso e al contempo la sua fissità, giocando con il tempo con forza e dolcezza di esecuzione e innescando una sorta di riscatto: per le cose perdute, dimenticate, modificate.

E quasi con accento proustiano, Zbyněk Sedlecký utilizza il tempo come strumento ma anche materia di racconto, captando le oscillazioni dei ricordi mediante la sovrabbondanza delle connessioni che la più insignificante immagine trova con tanta facilità nella sostanza propria dell’autore. Si creano radici di indagini infinite.

INFO mostra

  • Zbyněk Sedlecký: Rekvizitář
  • 05.05.2022 – 17.06.2022
  • A cura di: Petr Vaňous
  • Trafo Gallery, Praga
  • www.trafogallery.cz
immagine per Lucia Rossi
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Lucia Rossi, laureata in Arte, Spettacolo e Immagine Multimediale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Parma, è scrittrice, contributing editor per riviste d'arte, curatrice di mostre. Vive e lavora a Berlino. Ha diverse esperienze come curatrice indipendente di eventi culturali e collaborazioni per cataloghi d'arte e pubblicazioni.

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