Boros Berlino. Al via la terza meno grande esposizione di arte contemporanea

Il bunker riapre. Una chiusura di circa cinque mesi per preparare la terza esposizione, la Sammlung Boros // 3, alla Boros Collection del collezionista Christian Boros a Berlino.

Ci eravamo lasciati circa un anno fa, dopo aver raccontato la mia prima esperienza in occasione della seconda grande mostra.

L’ex bunker stava vivendo gli ultimi mesi di quello che sarebbe stato un vero inno all’arte contemporanea, un’esplosione di installazioni e qualità ed effetti difficilmente ripetibili, ma non impossibile.

Pittura figurativa è il filo conduttore della nuova veste del museo, immagino quindi che l’atmosfera sia diversa, mi aspetto comunque un’esperienza intensamente proporzionata alla precedente.

Mi avvicino trepidante all’entrata, con l’entusiasmo di chi torna in luoghi che hanno in una qualche maniera aperto a nuove finestre artistiche o semplicemente focalizzato in una sola casa un tripudio perfetto di contemporaneità.

Arriva la guida e con lei una lieve sensazione che si trovasse nel posto sbagliato in un momento sbagliatissimo…: domenica, sole, Berlino, estate. Quattro parole che messe insieme fanno solo un cartello luminoso a intermittenza con la scritta: Cocktail sulle sponde della Sprea.

Le sorrido come per lanciare un segnale di comprensione, ma sono certa che il messaggio non viene recepito.

Si ripete la scena del racconto della storia del bunker, in maniera più sbrigativa questa volta dovuto al fatto che quasi tutti i presenti al tour non erano nuovi alla visita… quasi, non tutti. Il che mi fa comunque immaginare un maggiore tempo a disposizione durante l’excursus: pensiero del tutto errato.

immagine per Boros Collection a Berlino
Kris Martin

La rapida introduzione viene fatta appena cominciamo il giro guidato, nella prima sala. Accomodati su scomode sedie in stile festa campestre, davanti a noi l’opera a muro di Kris Martin, Mandi III, un tabellone nero richiamo di quelli informativi che si trovano negli aeroporti.

La mia mente vola all’installazione nella stessa stanza di un anno prima di Thomas Saraceno e nonostante la non dubbia qualità delle opere di Martin, mi accorgo che continuo a fluttuare con la mente all’ interno dell’opera di Saraceno. Me ne rendo conto: sì , la mostra effettivamente è cambiata. E sono condizionata. La suggestione e la grandezza e la potenza hanno lasciato il passo ad opere più silenziose, meno appariscenti, non per questo di qualità inferiore.

Kris Martin, artista belga classe 1972, è fotografo, scultore e creatore di installazioni di diversi materiali. La sua arte spazia dalla ceramica, pietra e metallo. Il grande tabellone presente a Boros, ma non qui esposto per la prima volta, completamente nero non ha lettere e numeri. Partenze e arrivi sono cancellati. Il nero è l’unico vero protagonista, vivente solo del suono prodotto dai pezzi in movimento.

Rimango ferma, seduta, a guardare il nero senza scritte, un leggero senso di vuoto e ammirazione, pensando al vario percorso dell’artista, quando mi accorgo che la guida sta ripetutamente chiamando la mia attenzione. Indica con insistenza una piccolissima bottiglietta di acqua che tengo tra le mani e mi prega di riportarla all’ingresso prima di proseguire il nostro percorso all’interno del bunker.

Anzi, dato che siamo già nella prima stanza, non faccio in tempo a tornare indietro, per cui sono caldamente invitata/obbligata a lasciare l’acqua sul grande e basso tavolo nella sala d’attesa precedente. Mi ero preparata accuratamente a lasciare lo zaino all’entrata, a portarmi solo carta e penna e telefonino, a stare scrupolosamente vicino al gruppo senza rimanere indietro o, peggio ancora, da sola in una stanza: queste regole mi erano state spiegate già bene la prima volta e mi sono state ricordate con insistenza, con quella tipica gentilezza che schizza scintille d’odio in ogni spazio attorno a noi.

E nulla, io e le guide abbiamo un problema. In tutta fretta corro a posare la bottiglietta esattamente dove indicato, furtivi inchini accompagnati da ripetuti Entschuldigen Bitte!. Chiedo solo se posso ritrovare la mia acqua al termine del percorso. Non per pignoleria, davvero, ma ho mangiato piccante a pranzo senza pensare alla Boros e soprattutto al fatto che in Germania una piccola bottiglia d’acqua costa quanto 3 birre. Mi sorride. Certamente alla fine del percorso posso riprendermi l’acqua, mi dice. Uno scintillio maligno dagli occhi che forse immagino.

Bevo in fretta un ultimo sorso e torno dal gruppo.

immagine per Boros Collection a Berlino
He Xiangyu
immagine per Boros Collection a Berlino
He Xiangyu

Entriamo nella seconda stanza, dove veniamo reistruiti sul fatto di rimanere uniti. A terra tanti contenitori delle uova completamente dorati. La guida ci fa notare che alcuni punti di chiusura delle scatole sono più alti e altri normali.  È He Xiangyu, giovanissimo artista concettuale cinese, forse più noto per la meticolosa riproduzione in lattice e capelli veri del corpo del più grande Ai Weiwei.

Ma è una scultura di aquila che attira maggiormente la mia attenzione: Justin Matherly nasce nel 1972 a New York. Solitamente il suo lavoro parte dalla visualizzazione di una fotografia per poi passare a un disegno che utilizza come modello per creare la forma. Calcestruzzo principalmente per le sue massicce e imponenti sculture, spesso accompagnate anche da vere e proprie attrezzature mediche, come lettini.

immagine per Boros Collection a Berlino
Justin Matherly

Le sue opere richiamano il passato ma con uno sguardo al presente, nella forma e nel risultato. Il lavoro meticoloso di raccolta di appunti e immagini è solo l’inizio. Crea in scultura una sorta di forma positiva utilizzando metodi additivi e sottrattivi dall’immagine scelta. Ma siamo ancora in una fase di comprensione, prima di capire a pieno l’immagine originale.

Al contrario di uno stampo tradizionale, l’artista predilige una combinazione di Tree Gators, schiuma rigida, gomma poliuretanica e colla a caldo, tutti materiali molto usati per la loro flessibilità in un procedimento inverso del togliere per creare l’immagine, ovvero partire dall’ idea dell’ immagine al negativo e reagire in base all’ esigenza. A questo punto avviene la gettata di calcestruzzo, ma la combinazione con lo stampo è sempre imprevedibile ed è ciò che determina in ultima analisi la forma finale. Poco tempo per fermarsi a guardare l’ opera ma quanto basta per lasciarmela vedere attentamente.

immagine per Boros Collection a Berlino
Avery Singer
immagine per Boros Collection a Berlino
Sergej Jensen

Passiamo velocemente due stanze per arrivare a due grandi quadri e uno più piccolo di Avery Singer e altri di Sergey Jensen. Durante il percorso vedo in una piccola sala una scultura in ceramica di un cane: È lo svizzero Fabian Marti. Mi fermo e rimango solo due secondi da sola.. che soddisfazione!

Ci fermiamo invece nella stanza più avanti dove Marti è presente con sei grandi fotografie in due file di tre. Uova. Tutto sul bianco e nero sempre invertito.  È un artista interessante che da parecchio tempo lavora con la tecnica photogram, unendo in questo modo il digitale all’analogico.

immagine per Boros Collection a Berlino
Fabian Marti
immagine per Boros Collection a Berlino
Fabian Marti

La maggior parte del materiale che mette sulla carta fotografica è creata a computer, utilizzando in sostanza ripetutamente lo scanner per fare immagini posizionando oggetti direttamente sul vetro e creando una sorta di forma contemporanea al processo di photogram, in un continuo gioco di rimandi, di immagine e il suo doppio, in una battaglia perenne tra bene e male. L’artista, che partecipa anche alla 54 esima Biennale di Venezia per il Padiglione Svizzero, si concentra anche sulle condizioni alterate della coscienza, in particolare dovute all assunzione di droghe in grado, secondo Marti, di comprendere meglio l’ origine dell’ uomo.

Passiamo le installazioni di Martin Boyce, artista scozzese che nel 2011 vince il prestigioso Turner Prize, il dibattuto riconoscimento dell’ arte contemporanea inglese. Noto per installazioni che riprendono forme moderniste unendo scultura, design e architettura, nel 2009 rappresenta la Scozia alla Biennale di Venezia.

immagine per Boros Collection a Berlino
Johannes Wohnseifer
immagine per Boros Collection a Berlino
Johannes Wohnseifer
immagine per Boros Collection a Berlino
Johannes Wohnseifer

Ci fermiamo poco più avanti davanti un quadro con la scritta Braun Sugar e uno più piccolo circolare con la dicitura We are the people. È il tedesco Johannes Wohnseifer. Il suo appropriarsi di significati culturali noti per inventare, unendoli insieme, loghi nuovi e assurdi, fanno della sua arte una propaganda feroce contro la frivolezza tipica della pubblicità. Braun Sugar è un dipinto creato appositamente per il pubblico londinese: una fusione tra i caratteri dei Rolling Stones e il marchio di elettrodomestici tedesco, svelano il tentativo di far emergere una politica scomoda.

Sua anche una stanza intera con lettere nero lucido attaccate a muro: bl k ape. I visitatori sono invitati a prender parte in prima persona alla performance, attaccando pezzi di scotch neri al muro in totale libertà creativa e buttare poi via gli scarti in un angolo della stanza. Con il tempo la stanza muterà la sua essenza, rientrando perfettamente nella metamorfosi opere-tempo.

Di sicuro impatto visivo, mi lascia comunque perplessa. Era la stanza dove, un anno prima, c’erano i pop corn di Sailstorfer, padre di quel Fort, l’albero vero a testa in giù, che con il tempo inevitabilmente si trasformava cambiando così profondamente la mostra, lo spazio, il rumore e i colori.

Allora sì, comincio a pensare che qualcosa, a mio parere, sia stato sbagliato nel curare la terza esposizione alla Boros Collection.
Rimanendo fermo il principio che ci troviamo a parlare di grandi mostre d’arte e di forte interesse espositivo e di spazio, ebbene: se si pensa comunque di creare una mostra differente dalla precedente non si possono tentare espedienti per ricreare l’effetto sorpresa, di performance, di spazio e tempo tipiche di un contesto che si è deciso di modificare.

Con questi pensieri noto persone che  fanno qualche fotografia con il cellulare e così comincio a partorire l’idea di farne anche io.

immagine per Boros Collection a Berlino
Katja Novitskova
immagine per Boros Collection a Berlino
Katja Novitskova

Un grande cavallo di cartone si staglia in fondo alla stanza. È l’ opera più d’ impatto visivo della mostra e ruba la scena agli altri, forse anche per questo scelta incautamente come immagine copertina. Giovane artista del 1984, nata a Tallinn, Estonia, vive e lavora tra Amsterdam e Berlino, Katja Novitskova si interessata alla comprensione del materiale visivo spaziando dalle installazione, alle sculture e ai collage digitali. Il suo cavallo  sovrasta la stanza e pare fissare una enorme freccia rossa dinanzi. La sua ricerca tocca gli angoli di un argomento insidioso quale l’intelligenza artificiale.

Mi decido allora a scattare una foto, ma ovviamente la guida mi rimprovera.

Peter Piller ci aspetta subito dopo con una serie di fotografie di case, in tutto nove in tre file di tre, esemplari del suo interesse per quell’ immagine documentaria e delicata dalla quale scaturisce un forte valore estetico. Con il tempo Piller selezionerà centinaia di immagini che confluiranno nell’ Archivio Peter Piller e saranno suddivisi per tematiche.

immagine per Boros Collection a Berlino
Michel Majerus
immagine per Boros Collection a Berlino
Michel Majerus

Chi indaga il rapporto tra umanità e tecnologia come Holen e chi fonde pittura e arte digitale come Michel Majerus, artista lussemburghese, qui presente con quadri pop di piccole dimensioni, scomparso nel 2002 lasciandoci purtroppo interrotta la sua dinamica ricerca orientata alla tecnologia e al consumismo culturale.

Proseguendo il nostro percorso, l’ambiente pare mutare. Una serie di quadri ci proietta in una atmosfera surreale: folletti, mostricciatoli, una natura cupa e antica , deliziosamente ironica.

immagine per Boros Collection a Berlino
Uwe Henneken

Entriamo nelle favole contemporanee del tedesco Uwe Henneken, in quel senso del grottesco che indaga sulla condiziona umana, rispolverando il mito per riportarlo al suo originario fine pedagogico.

Dal visionario mondo di Henneken alla video arte cinese. Guan Xiao rivolge sempre lo sguardo ai veloci cambiamenti urbani, al loro muto declino a contatto con tecnologia e risorse economiche.

immagine per Boros Collection a Berlino
Guan Xiao

In questo filmato presente a Boros, con immagini proiettate su tre differenti schermi a formare un unico grande video, l’ artista prende qualsiasi aspetto lasciato libero di circolare nel web e lo catapulta in spazi reali, in un incontro con formazioni naturali che assumono un tocco distaccato ed eterno, alludendo a forme aliene e facendo risalire in superficie l’ infertilità della natura umana.

La visita al bunker si avvia verso gli ultimi artisti, tra il tedesco Friedrich Kunath con i suoi fogli di case e scheletri disegnati a matita, cenno della sua vasta produzione che abbraccia installazioni, pittura, insegne al neon prediligendo l’ unione tra testo e immagine ad indagare le emozioni dell’ animo umano proponendo scenari tra immaginazione e realtà, e la svizzera Pamela Rosenkranz, con le sue tematiche legate all’esistenza umana, al nichilismo e consumismo.

immagine per Boros Collection a Berlino
Pamela Rosenkranz

Sue le bottiglie di plastica sparse a terra che con l’ utilizzo di superfici riflettenti costringono l’ oggetto a interagire con l’ ambiente circostante imponendosi come entità fisica.

Se due stanze sono dedicate alle opere tessili tra astrazione e rappresentazione di Sergej Jensen, lo spazio finale del percorso alla Boros Collection è per il brasiliano Paulo Nazareth.

Installazioni, disegni, video, manifesti in un tentativo di spiegare quanto più possibile del pensiero di un artista che non crea una singola opera, ma fa del suo percorso una vera e grande performance. In un breve filmato vediamo l’ artista camminare a ritroso intorno ad un albero, ed è un peccato che la guida non sia partita da qui per sottolineare l’importanza di questo video.

immagine per Boros Collection a Berlino
Paulo Nazareth
immagine per Boros Collection a Berlino
Paulo Nazareth

Nazareth fa del camminare l’autentica opera d’arte, nei suoi viaggi a piedi il suo è un muoversi fisico e simbolico, scoprendo il lato puro della parola multietnia, dell’essere straniero e delle connessioni tra popoli. Una continua indagine delle radici e delle relazioni interpersonali, non sottraendosi da sorde accuse velate di ironia, interrogandosi sempre sulle origini.

L’ultima stanza è un omaggio ai visitatori…: una parete piena di piccoli quadri uguali con la sagoma di un coltello su sfondo marrone. Su un grande tavolo dalla parte opposta uno stampo e fogli bianchi per permetterci di riprodurre l’opera di Nazareth in stile scuola arte bimbi e portarla felicemente a casa e magari appenderla sopra il divano.

Non sono contro qualsivoglia intrattenimento per bambini, anzi… ma è il suo utilizzo a scopo stupire gli adulti che mi lascia perplessa.

Sulla qualità e la bellezza di trovarsi alla Boros non si discute, anche solo per avere l’occasione di visitare la magnificenza del bunker e del suo perfetto lavoro di unione con l’arte.

Mi fermo solo a un confronto tra due esposizioni che nelle loro diversità dovevano forse anche differenziarsi da un punto di vista curatoriale. Insomma la luce si fa leggermente più fioca nel tentativo di ricreare quelle due o tre manovre ad effetto che tanto avevano fatto parte della seconda esposizione per la loro intrinseca natura.

Si è voluto aprire ad una mostra differente, ma cercando di inserirvi meccanismi mentali che non le appartenevano. Peccato. Al di là di questo, aggiungo anche un fattore personalissimo di gusto e preferenze che mi rendono attaccata alle opere della seconda esposizione, tanto da rimpiangere di non averla vista una seconda volta, evento che avrebbe avuto un senso proprio in virtù di quel legame opera-tempo che oggi, alla terza esposizione manca per lavori che vanno in altra direzione.

Giovani ed artisti più noti con ricerche molto interessanti, che però potevano avere un maggior respiro e una migliore collocazione.

Mi avvio all’uscita leggermente rammaricata e assetata… la mia bottiglia d’acqua dall’equivalente economico di tre birre non c è più.

www.sammlung-boros.de/boros-collection.html?L=1

Lucia Rossi

Lucia Rossi

Lucia Rossi, laureata in Arte, Spettacolo e Immagine Multimediale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Parma, è scrittrice, contributing editor per riviste d'arte, curatrice di mostre. Vive e lavora a Berlino. Ha diverse esperienze come curatrice indipendente di eventi culturali e collaborazioni per cataloghi d'arte e pubblicazioni.

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