Claudio Orlandi, dalla passione autodidatta alla consapevole visione di realtà costruita

Claudio Orlandi, romano, è fotografo autodidatta: ha imparato la tecnica sulle riviste come Fotografare e Reflex; si è formato nel fotoclub L’Immagine di Roma. Piano piano si è andata delineando la sua storia creativa, dichiara:

“non ho mai fotografato la realtà così com’è, ma l’ho sempre interpretata”.

La passione per due fotografi: Franco Fontana e André Kertész lo hanno portato ad un pensiero personale, di Kertész è rimasto colpito in particolare dalle DISTORSION del periodo parigino. Orlandi riflette sulla realtà in modo profondo,infatti una frase che cita spesso come esplicativa della sua produzione è tratta dal Processo di Kafka:

“La giusta comprensione di una cosa e il suo fraintendimento non si escludono del tutto a vicenda”, perché sostiene che “si può identificare qualcosa di reale come non reale e viceversa.”

Nasce come colorista, lo si può notare dal suo primo lavoro: “Tatuaggi di luce” del 1993. Qui, come succederà quasi sempre nelle sue serie, dal reale si va verso l’astrazione; dalle parole dell’artista:

“Sono foto di un corpo femminile su cui è proiettata una diapositiva nel buio e con uno sfondo nero, può sembrare body painting, ma non lo è: in realtà non ho sporcato e non sono veri e propri nudi, il nudo completo si vede in una o due foto, le altre sono astratte, è stato un assurgere dell’inconscio”.

Altro lavoro di rilievo dei primi anni 2000 in cui si nota la sua tendenza all’estrapolazione del reale è “Tempus Fugit”, paesaggi mossi dove cerca la relazione che intercorre tra lo spazio ed il tempo. Nel 2007 è iniziata la sperimentazione con il digitale, come si può vedere dalla serie White Beach in cui era attratto dalla moltitudine di persone sulle spiagge e nei parchi di divertimento acquatici.

Lo stesso anno l’artista dà vita ad Unidentified objects che così commenta:

“modificando piani reali, unendo le fotografie e specchiandole ho creato degli oggetti impossibili – da cui il titolo Oggetti non identificati. A prima vista non si riesce a capire bene il soggetto, c’è bisogno di una chiave di lettura, come in tutti i miei lavori. In realtà sono silos industriali. Anche qui mi sono diretto verso una discesa nell’ inconscio.”

Del 2008 è la serie Porno Dreams di cui Orlandi parla così:

“L’idea iniziale era quella di fare una ricerca sulle perversioni umane. Ho fotografato sequenze in movimento tratte da film porno, che ho trasfigurato fino a farle diventare pura poesia. Il porno non esiste più, è estrapolato completamente, forse c’è un riferimento o due in un paio di immagini, ma in tutto il lavoro si vede più l’astrazione del reale. Non erano fermo immagini dei film, ma intere sequenze che riprendevo muovendo la macchina, ho così creato scene che nella realtà non esistono.”

Nel MaxxiProject si sottolinea un rapporto fra bidimensionale e tridimensionale, da una parte si vede un minimalismo in cui la realtà è trasfigurata, dall’altra si vedono elaborazioni digitali con vere e proprie costruzioni. Siamo nel 2011 e Orlandi già da un anno ha abbandonato il suo lavoro all’outlet di cui era proprietario per dedicarsi completamente all’arte. Ancora prima, al 2009, risale la serie Ultimate Landscapes, a cui succede, nel 2010, Last World. Entrambe hanno atmosfere da fine dei tempi e vogliono essere documento e testimonianza del modo in cui stiamo trattando il pianeta; vengono affrontati temi epocali: nella prima, lo scioglimento dei ghiacciai ed il surriscaldamento terrestre; nella seconda, la catena di riciclo dei rottami metallici; differiscono perché la prima è quasi completamente monocromatica, l’altra è coloristica. In entrambe l’artista ha unito da due a dieci foto eliminando il cielo per ricreare un’atmosfera da fine dei tempi. Entrambe hanno fatto parte della mostra “The Seductive Destruction”, nel 2014, a Cascina Farsetti, villa Doria Pamphili, a Roma, a cura di Cecilia Paolini. Come spiega Orlandi.

“il titolo in italiano è La seduzione della distruzione; ho cercato di rendere gradevole e attraente qualcosa che di per sé non lo è affatto” .

Riguardo ad Ultimate Landscapes, l’artista dice:

“sono paesaggi che abbiamo costruito noi con le nostre mani: è un ghiacciaio sul passo del Tonale coperto artificialmente da teli di protezione della neve. Era la prima volta che il ghiacciaio veniva ricoperto da questi immensi teloni, sotto cui la neve si preserva meglio; l’ho rivisto l’estate scorsa ed il ghiacciaio era interamente coperto di teli, la sperimentazione è diventata progetto permanente. Nelle foto il colore del paesaggio non è stato modificato tranne il cielo. Se non avessi fotografato il ghiacciaio in queste condizioni, non avremmo parlato di dissolvimento dei ghiacci, riscaldamento globale,etc… questi sono i temi che ho affrontato in questa serie.”

Riguardo a Last world, Orlandi chiarisce:

“Ho fotografato spazzatura metallica, sono macerie di un’umanità distrutta. Sono sempre paesaggi da fine dei tempi, cioè dove tutto va a finire e dove tutto ricomincia: i rottami vengono spediti in discariche per riprendere nuovamente il loro ciclo produttivo, un’altra immagine del segno dei tempi; il mio lavoro è solo una piccola goccia che ci dovrebbe indurre a modificare i nostri atteggiamenti rispetto al pianeta che abitiamo.”

Infine sempre nel 2014 Orlandi ha esposto nel foyer dello Spazio Oberdan a Milano in occasione del Festival della fotografia milanese con la mostra “Il Castello” a cura di Roberto Mutti. L’artista descrive così questo progetto:

“Sono partito dalla realtà per arrivare all’astrazione attraverso un lavoro sul condominio Monte Amiata, nel gallaratese, costruito da Aldo Rossi e Aymonino alla fine degli anni ’60. È un complesso di edilizia popolare realizzato in maniera molto particolare e che si contraddistingue per i colori giallo, blu e rosso. Probabilmente chi vi abita non se ne rende neanche conto, invece basta spostare la testa per capire che si è in una dimensione che ricorda molto da vicino il costruttivismo. C’è chi lo ha riprodotto così com’è, ad esempio Gabriele Basilico. Io sono andato verso l’astrazione attraverso vari step, non mi limito mai a documentare la realtà, ma cerco sempre di superarla. Il Castello conduce ad un perdersi in un labirinto di kafkiana memoria.”

Claudio Orlandi ha vinto la sezione on – line del Premio Celeste nel 2009 con Ultimate Landscapes ed è stato due volte finalista al Premio Arte, nel 2011 e nel 2012.

Claudia Quintieri

Claudia Quintieri

Claudia Quintieri, classe ’75, è nata a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Lettere indirizzo Storia dell’arte. È giornalista, scrittrice e videoartista. Collabora ed ha collaborato con riviste e giornali in qualità di giornalista specializzata in arte contemporanea. Nel 2012 è stato pubblicato il suo libro "La voglia di urlare". Ha partecipato a numerose mostre con i suoi video, in varie città. Ha collaborato con l’Associazione culturale Futuro di Ludovico Pratesi. Ha partecipato allo spettacolo teatrale Crimini del cuore.

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