Queste le parole della nipote di Giacomelli, Katiuscia Biondi Giacomelli, nel ricordare suo nonno Mario Giacomelli:
“Era un poeta anche nella sua vita di tutti i giorni, ad esempio seduto a tavola, ed aveva un carisma enorme. È come se io non avessi avuto un nonno: avevo un poeta di fronte a me. Per lui la vita aveva senso nella ritualità: tutto quello che aveva a che fare con lui era ritualizzato anche nei nostri incontri, usava la stessa mimica facciale. Appena ci vedeva c’era il dono che prendeva dalla sua tipografia marchigiana dove c’erano tutti ninnoli, cineserie. Quando arrivava il momento del dono, ogni volta che ce lo dava, diceva:
«così vi ricorderete di me».
Usava il rituale nella quotidianità per recuperare la memoria: era ossessionato dal fatto che dopo la morte lui non dovesse comunque morire, ma dovesse lasciare dei segni”.
Da qui si può capire come la fotografia per l’artista fosse un rituale: nello scatto aspettava il momento in cui il sole emanasse quella luce che per lui era fondamentale per poi agire in camera oscura con le sue sovrapposizioni e il suo maneggiare i negativi da alchimista.
Una sua classica frase che fa capire l’importanza della macchina fotografica nella sua vita è:
«l’odore del fieno appena tagliato l’ho sentito per la prima volta veramente da dietro la macchina fotografica»
Riusciva ad entrare nel reale quando scattava, scattava solo quando sentiva che il reale gli veniva incontro. Fotografava per far parlare il proprio inconscio nell’incontro con la realtà, e lo faceva cercando di ricostruire il tempo, tanto che la fotografia di Giacomelli è un recupero della memoria.
Non accettava il tempo lineare che si sviluppa in orizzontale perché la linea divide gli stati d’animo, perché a mano a mano ci si allontana dal punto di partenza, mentre lui voleva un tempo circolare che ricominciasse continuamente, voleva che rimanesse sempre vivo il passato che doveva incastrarsi, incastonarsi come un gioiello con gli elementi del presente.
Katiuscia, che cura la mostra, commenta:
“ad esempio nella serie di Spoon River i primi scatti sono del ‘67, poi sono stati messi da parte. Nel ‘71 riprende la serie e la finisce nel ‘73: ritorna un tempo circolare perché la serie del ‘71 grazie alle sovrimpressioni con fotografie scattate nel ‘67 metteva in collegamento presente e passato, coglieva insieme due tempi. Ad esempio i capelli della figlia di Giacomelli fotografati nel ’71 sono sovraimpressionati sulla protagonista di Spoon River del ‘67: ecco il ritorno di piccoli elementi, di ricordi, di momenti, di cose che riemergono, in una tessitura di un tempo non spazializzato, molto onirico, in un’atmosfera sospesa da sogno.”
Perché il sogno? Perché nel sogno un personaggio può trasformarsi in un altro o sovrapporsi ad un altro senza limiti di tempo e questa è la fotografia di Giacomelli. Continua la nipote:
“anche nel rapporto familiare quando ci incontravamo era stranissimo, ed ho capito mio nonno solo adesso avendo studiato la sua opera: siccome arte e vita erano per lui un tutt’uno anche in famiglia ci trattava come trattava sue fotografie, non era un incontro di individualità, essendo un poeta tendeva a portare il contingente in una sorta di assoluto, verso l’alto, verticalizzava.”
Ed è per questo che nei paesaggi usava il teleobiettivo per rendere astratto il soggetto, bidimensionale, così che non fosse più un paesaggio da cartolina ma una scenografia di segni di vissuto, di materia vivida, il segno dell’uomo. E perché l’ossimoro? Perché il contrasto così marcato tra i bianchi bruciati ed il nero? Perché lui era un ossimoro, un esempio pratico: nella vita era l’uomo cui piace mangiare, fumare, bere, stare in compagnia, e tutto ciò che è godimento, allo stesso tempo sentiva fortemente la presenza della morte nella vita, la paura della disgregazione, della lontananza.
Anche nella sua persona erano presenti una parte nera ed una parte bianca quindi la sua fotografia non poteva che essere così, contrastata. Veniva dal sistema fotoamatoriale e riusciva a vincere tutti i concorsi nonostante che, per quell’epoca, le sue fotografie sembrassero piene di errori: lo sfocato, la grana evidente, il soggetto tagliato, il mosso, i contrasti: lui stesso diceva:
«io non sono un fotografo, non so farlo»
Però, fotografare era per lui un’urgenza traboccante, doveva esprimere il suo mondo, ciò che sentiva fortemente dentro di sé, era sincero, non costruito o celebrale. Il suo corpus di opere è molto esteso e sono tutti pezzi unici, ovviamente dopo la sua morte non sarebbe mai stato possibile stampare oltre.
Giacomelli viveva a Senigallia, nelle Marche e le sue opere hanno dato l’impronta riconoscibile del paesaggio marchigiano così com’è stato per l’Emilia di Ghirri (su di lui è in corso una mostra all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, a cura di Ilaria Campioli e dal titolo Les années Marazzi 1975 – 1985 di cui potete leggere qui): genius loci in entrambi i casi.
Tornando alla mostra Tempo di vivere di Mario Giacomelli alla galleria Gilda Lavia di Roma, il titolo sta a significare che l’artista è vivo nelle sue fotografie. Katiuscia, che è anche responsabile dell’archivio Giacomelli, introduce così l’allestimento della mostra:
“tutto quello che facciamo nell’archivio è costruito per non tradirlo, per far venir fuori la sua essenza. L’allestimento è curato tenendo presente cosa era la fotografia per lui, per questo non c’è una divisione in anni o in serie, sarebbe stato restrittivo e non avrebbe reso l’idea. Per lui non c’erano compartimenti stagni, ogni fotografia era collegata all’altra in un discorso fotografico non lineare: aveva nella testa cos’è la vita, cos’è il tempo, come recuperare la memoria, come unire tutto. Aveva paura della divisione e siccome il corpus fotografico è un tutt’uno, ecco la scelta di un allestimento del genere creato per far intuire un’unità nella sua produzione. Le foto sono collegate per rimandi simbolici.”
Si parte con un’idea di leggerezza in un continuum di scatti a rappresentare l’infinità della natura come momento di apertura del cuore verso l’universale. Ad un certo punto compaiono le sue fotografie della maturità, degli anni ’90, alcune mai esposte. Negli autoritratti della maturità essenzializza la scena: non c’è più il realismo degli anni precedenti. Si affranca dalla vicinanza con il neorealismo, anche se lui non è mai appartenuto a quella corrente, ma lo legava ad essa un’autenticità nella sperimentazione, l’attenzione verso la povertà che nel neorealismo si presentava come analisi sociologica e in Giacomelli come attenzione alle piccole cose del quotidiano, umili, ritrovando le sue origini contadine.
Gli interessava l’humus della terra nell’umiltà del popolo con la sua gente concreta, senza sovrastrutture. Nella maturità non vi sono più soggetti viventi, ma i suoi “compagni di poesia”, così come li chiama lui: uccelli finti, maschere, un cane finto.
Vi è una teatralità nuova per l’artista, passa ore ed ore a costruire la scena da fotografare. E sentiva la questione del doppio perché non è possibile essere identificati da un solo punto di vista, qui ritroviamo Pirandello: “Uno, nessuno, centomila”. Spesso nei suoi autoritratti della maturità si sdoppiava e sdoppiava i soggetti con la tecnica della sovrimpressione: univa due scatti sulla stessa parte della pellicola l’uno successivo all’altro.
Ciò significava avere vibrazioni e quindi una materia brulicante dove i bianchi bruciati rendevano il nero ancora più necessario. In lui il senso della materia era importantissimo, proprio per questo è vivo nelle sue fotografie.
Poi c’era il recupero della sua infanzia: la madre, quando il padre li aveva lasciati, aveva iniziato a lavorare come lavandaia, e nelle foto della maturità compaiono le lenzuola: sogna il nido perduto. E dalla leggerezza iniziale, nella parte finale dell’allestimento, si sente il peso della materia, la materia della vita. Sente che sta per andarsene. Una sua frase essenziale per capire la sua poetica e tutto il pensiero dietro le sue fotografie è:
«Io fotografo la mia interiorità, tutto il resto non mi interessa».
Info mostra
- Tempo di vivere di Mario Giacomelli
- a cura di Katiuscia Biondi Giacomelli e in collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli.
- fino al 31 dicembre 2021,
- Galleria Gilda Lavia
- Via dei Reti, 29/C, 00185 Roma
Claudia Quintieri, classe ’75, è nata a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Lettere indirizzo Storia dell’arte. È giornalista, scrittrice e videoartista. Collabora ed ha collaborato con riviste e giornali in qualità di giornalista specializzata in arte contemporanea. Nel 2012 è stato pubblicato il suo libro "La voglia di urlare". Ha partecipato a numerose mostre con i suoi video, in varie città. Ha collaborato con l’Associazione culturale Futuro di Ludovico Pratesi. Ha partecipato allo spettacolo teatrale Crimini del cuore.
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri
- Claudia Quintieri

















