Lungo un percorso dell’arte più che quarantennale Marsha Pels (New York, 1950) ha scelto di abitare gli spazi della Galleria Murmurs di Los Angeles in evocazione della famosa personale del 1995.
Terranova Redux (21 marzo – 2 maggio 2026) rifulge così di una nuova occasione per entrare in contatto con l’installazione che, al tempo delle gravose inondazioni dell’Iowa (1993), seppe restituire prodigiosamente la sensazione di precarietà, insita a un fragile e complesso sistema mondo.

La progettualità d’artista, negli anni della formazione universitaria, entra già in contatto con quella che sarà una prassi costitutiva fondamentale. La lavorazione dei metalli, con un occhio acceso e puntato alla valenza alchimistica della procedura, sarà sempre una costante attiva in larga parte delle opere realizzate.
Come Pels sottolinea nell’intervista rilasciata a Bryce Kroll nel 2021:
«Creo oggetti, oppure prendo oggetti trovati e li trasformo. […] gli elementi di Fallout Necklace non sono stati ricavati da un oggetto trovato, ma modellati a partire da uno. Li ho modellati in plastilina ispirandomi a un’immagine del XIX secolo di una collana berlinese in ghisa […] e li ho adagiati sulla sabbia, estratti e poi ho versato su il metallo. Faccio entrambe queste cose sin dai tempi dell’università […] È lì che ho imparato a fondere. Ed entrambi questi metodi di fusione si sono manifestati in modi diversi nella mia vita».
Portando l’attenzione alla serie installativa annoverata, ecco lo schiudersi deciso e impattante di un universo ideativo, potentemente intellettuale nel richiamo costante alla realtà e alle sue più tediose dinamiche. Come per il più luminoso dei cammei, ad occupare gli spazi delegati di un pregiatissimo collier (dalle dimensioni iperboliche e fuori scala), sopraggiungono i volti istituzionali dei cosiddetti grandi e potenti della Terra.
![immagine per Marsha Pels, Trophies of Abuse [Fallout Necklace], 2018](https://www.artapartofculture.net/new/wp-content/uploads/2026/04/Screen-Shot-2020-12-14-at-6.16.35-PM_1340_c.webp)
Giocando di estraneazione e con indomabile sarcasmo Marsha Pels congela in alluminio, vetro e acciaio la significanza di una o più personalità, intente a trattener nelle proprie mani il destino e le sorti di un intero sistema mondo (Trophies of Abuse [Fallout Necklace], 2018).
Ha voluto recentemente ricordare:
«In un certo senso ho fatto coming out come femminista alla fine degli anni Ottanta. […] [quando a cambiarmi è sopraggiunta la drammatica] morte della mia amica Ana Mendieta».
Lungo le rotte di un processo che si è interrogato sulla possibilità che Mendieta fosse stata vittima di femminicidio, Marsha Pels ha traghettato il suo dolore, la rabbia e lo sconforto verso una fondamentale possibilità per l’agire artistico di muovere in favore di corpi e vite troppo spesso silenziate o condotte ai margini della più triste inesistenza.
Installazioni come Madonna della tortura (2020-2023) o, ancora, Madonna della Misericordia (2020-2023) tessono a fior di pelle la trama oscura di eterne stagioni della stagnazione, i cui ritmi arroganti e cadenzati non smettono di presagire i più violenti slanci del machismo e del patriarcato.
Dal sacco di iuta, che copre e lascia spettralmente intravedere il segno della tortura, sino all’accozzaglia di bamboline apparentemente liete e colorate, scorre il più tremendo presagio di un orizzonte non certo a misura di donna.
Nell’evocazione di una profonda condivisione al femminile, oltre Mendieta, occorre fare approdo al prezioso legame d’amicizia che nel tempo tenne unite Marsha Pels e Louise Bourgeois. «Mi ha insegnato la sua visione della storia dell’arte [spettegolando molto]» – è quanto ha confidato l’artista a Siona Wilson nel febbraio dell’anno in corso come per un divertente aneddoto. Lo stesso sodalizio tra le due prende avvio negli anni Ottanta sulla scorta di un’originale iniziativa restituita:
«Ho contattato Louise per via di una scommessa con un [mio ex] fidanzato. Mi aveva parlato di Fata di Dewar’s, un rituale creato da sua madre. Quando lui e i suoi fratelli dovevano farsi estrarre i denti, lei diceva: «Mettete un desiderio sotto il cuscino», e poi dava loro delle iniezioni di Dewar’s per il dolore. Lui propose allora di bere una bottiglia di Derwar’s e di mettere il nome dello scultore che avremmo voluto incontrare sotto il cuscino l’uno dell’altro. Poi, avremmo dovuto chiamare l’artista e presentarci».
In quel primo tentativo scanzonato ad esser evocati furono due artisti da tempo deceduti, cosicché:
«[…] passò una settimana e riprovammo il gioco. Questa volta sotto il mio cuscino c’era Tom Doyle e sotto il suo Bourgeois. Così scelsi Louise come mio mentore. Pensavo che fosse la più grande scultrice vivente […]».
La portentosa ed energica amicizia porterà Pels a riflettere profondamente sui passi di un’arte scrutante le dinamiche ambigue e frastagliate di un itinerario mondo non sempre all’altezza dei sogni e delle aspettative più etiche e illuminanti.
Le ferite e il dolore di una vita che sanguina per mezzo della restituzione artistica, come spesso sarà per Bourgeois, impronteranno Marsha Pels verso la più desta chiamata a investigare i segni evidenti e sottesi di quanto si annovera in qualità di tempo presente.
La stessa “opera nuova” The Brazen Serpent (2023-2025), condotta in mostra da Murmurs LA assieme a una traccia del passato, restituisce presenze concettuali legate a un tempo guerresco abbruttito da conflitti e infinite morti sul campo.

Il mezzobusto assemblato di un agente/soldato, assieme alla tetra restituzione di un teschio trafitto da luci al neon e legato a doppio filo alla presenza gommosa di piedini inchiodati a una croce, presenzia al cospetto delle calamità offerte da un itinerario mondo tanto infernale, quanto paradossale. Il serpente di bronzo così richiamato evoca il massimo emblema di onde tradizionalmente dinamiche come il moto di un rettile, oggi restituite nello sconforto della più stagnante e deleteria attesa.
Le metafore aperte di un’arte immersa nel fuoco e nel magma di infiniti richiami ideativi fanno dell’operato di Marsha Pels un punto fermo sulla necessità di decodificare i mille volti del mondo, mai venendo meno alla forza dell’intuizione e di una fortemente umana elaborazione.
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.
- Floriana Savino
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