Ricorda Gilles Clément:
«È nello sguardo che si costruisce il paesaggio […] [cosicché] la sublime immagine di un istante diviene arte e, per questo inevitabile processo di appropriazione dello spazio l’arte diviene patrimonio».
Tra memoria e mutamento, tutela e appropriazione, la poetica e progettualità dell’artista Monira Al Qadiri (Dakar, Senegal, 1983) si confanno alla portata simbolica propria del paesaggio millenario del Golfo Persico, contando per esso anche l’impatto smodato dell’estrazione e sfruttamento temerario del suo oro nero, il petrolio.
L’artista, nata a Dakar, trascorre gran parte della sua infanzia abitando un territorio a margine delle imponenti raffinerie petrolifere del Kuwait.
Non torna, a tal proposito, difficile immaginare l’impatto che su di lei possa aver avuto l’influenza, possente ed enfatica, di una materia prima in nome della quale si sono fatte guerre, mandando in frantumi vite, villaggi e città.
Come ha scritto Madeline Weisburg:
«Gli oggetti di Al Qadiri estraggono impressioni del presente, attraverso le multiformi contraddizioni di consumo e desiderio».
La petrolcultura accompagna così l’operato d’artista, offrendo ad esso la possibilità di evocarne le contraddizioni e l’infausta ideologia, per mezzo di un tripudio di forme e colori.
Progetti come OR-BIT 1-8 (2016-2018), nell’essenzialità di piccole sculture realizzate in stampa 3D e contanti su di un rivestimento in vernice iridescente, consegnano al pubblico lo spettro pop della strumentazione che, a conti fatti, è l’artefice della più temeraria devastazione ambientale.
Appellandosi a un universo di fantascienza e contando sull’estraneazione, Al Qadiri lascia che le sue sculture monumentali, spesso sospese e oscillanti entro lo spazio del white cube, dilettino lo spettatore sino a condurre l’animo più accorto ad una profonda riflessione sullo stato delle corse.
A tal proposito occorre ritornare al progetto Gastromancer, realizzato dall’artista nel 2023 per la Kunsthaus di Bregenz, in Austria. In quell’occasione Al Qadiri porta in scena due possenti conchiglie di murice, ancora una volta sospese a doppio filo, entro una stanza interamente dipinta in rosso. Dalle fisiognomiche e naturali aperture ricreate per le installazioni/conchiglia, il visitatore può accedere a un’ode ad orecchio, che ci si prefigura evocante il canto delle onde del mare.

Differentemente e sulla scorta della sorpresa, a derivare dalle conchiglie non è il canto marino o il fluttuare del vento, bensì il dialogo tra due voci androgine, che narrano e riflettono sul loro cambiamento di genere seguito, accidentalmente, ad una nuotata nell’oceano. Per mezzo di un progetto studiato entro i minimi dettagli, Al Qadiri traghetta l’attenzione del visitatore verso i drastici cambiamenti, che nei mari stanno avendo luogo a causa dello sfruttamento ambientale.
Gastromancer e il dialogo tra le due voci androgine vogliono, di fatto, illuminare sull’impatto che larga parte della produttività più sfrenata e navigazione capitalistica stanno comportando nella salvaguardia dei nostri mari.
Alcune ricerche di laboratorio hanno ben documentato le drammatiche conseguenze, che sostanze come la vernice biocida TBT (con cui sono dipinte per protezione le basi delle grandi navi e petroliere), difatti, comportano per l’ecosistema marino. Si è, a tal proposito, accertato che il TBT induce il cambiamento di sesso nei molluschi femmina in una quantità così gravosa da comprometter seriamente la capacità di riprodursi ed esistere della sua intera popolazione.
Alleggerendo esteticamente la portata presuntuosa di un tempo che non vuol conoscere limiti e ragioni, Monira Al Qadiri riflette la natura della forma facendone un punto fermo, e al contempo mobile, da cui ripartire per differenti istanze e visioni: «Ho avuto questa epifania: il colore delle perle e del petrolio è lo stesso, ma si trova su lati opposti dello spettro cromatico».
Opere video come Crude eye (2022), nella forza evocativa della visione e del rispecchiamento, sanno a tratti restituire il frammento sommo di una città, che sembra esser saltata fuori direttamente dalle preziose pagine delle Città Invisibili (1972) di Italo Calvino. Mentre mani resistenti e coraggiose in Deep Float (2017), pur nella consapevolezza di andare a fondo in un mare stuprato dall’inquinamento, più che chiedere un personale aiuto, sanno incitarci a tornare a pensare.
Ri-pensare l’umano.
Informazioni:
Fino a settembre del 2025, il Kiasma Museum di Helsinki ospita una grande personale dedicata all’artista, dal titolo decisamente esplicativo Monira Al Qadiri:Deep Fate.
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.
- Floriana Savino
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2 risposte
Il testo non si limita a descrivere le opere di Monira Al Qadiri, ma riesce a collocarle all’interno di un orizzonte storico, politico ed ecologico più ampio, rendendo chiaro come la “petrolcultura” non sia solo un tema iconografico, bensì una vera e propria condizione esistenziale e culturale.
Ho apprezzato molto l’uso delle citazioni (da Gilles Clément a Madeline Weisburg), che non risultano ornamentali ma aiutano a costruire un quadro concettuale solido, soprattutto nel rapporto tra paesaggio, appropriazione e memoria. Interessante anche il modo in cui l’autrice mette in dialogo materiali apparentemente lontani: petrolio, perle, conchiglie, fantascienza, mostrando come il lavoro di Al Qadiri agisca per slittamenti simbolici, più che per dichiarazioni esplicite.
La parte su Gastromancer è, secondo me, una delle più riuscite: l’installazione viene letta non solo come esperienza sensoriale, ma come dispositivo critico capace di far emergere questioni di genere, mutazione biologica e responsabilità ambientale senza didascalismi. Anche il riferimento al TBT e alle sue conseguenze sull’ecosistema marino rafforza il legame tra arte contemporanea e dati scientifici, rendendo il discorso più incisivo.
Nel complesso, il testo stimola davvero a “ri-pensare l’umano”, come afferma la conclusione, e lo fa senza semplificare, ma anzi chiedendo al lettore un coinvolgimento attivo. Per uno studente, è un esempio riuscito di scrittura critica sull’arte contemporanea, capace di essere al tempo stesso politicamente consapevole.
Grazie mille Lorenzo, vicendevolmente trovo interessante la riflessione critica che restituisci con questo tuo commento.