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Carlos Motta. Pleas of Resistance da Ok Linz, Austria

di Floriana Savino

Pleas of Resistance configura la prima grande personale europea dell’artista latino-americano Carlos Motta (Bogotà, 1978), evento seguito e curato da Agustín Pérez Rubio e Susanne Watzenboeck.

Da Ok Linz, in Austria, la maestria multidisciplinare d’artista conduce all’attenzione del pubblico una ricerca sperimentale fortemente accesa sulle dinamiche civili e sociali, che motivano e spesso attanagliano il nostro più caldo presente.

Il razzismo, le discriminazioni e una pervasiva luce poliziesca, sovente mirata a restituire le anomalie degli animi e dei corpi, tornano nella fattispecie di interrogativi, da cui la mano d’artista parte per sondare l’attuale stato delle cose.

Tra le opere restituite negli spazi austriaci spicca la portentosa installazione We, The Enemy (2019).

Molteplici sculture ritraenti teste, volti ed espressività del perturbante traghettano un viaggio profondo lungo le rotte di quanto per tempo è stato restituito nella narrazione limitata dell’osceno, del peccaminoso e del categoricamente vietato.

immagine per Carlos Motta, We, The Enemy, 2019
Carlos Motta, We, The Enemy, 2019 Ok Linz, Austria
immagine per Carlos Motta, Pleas of Resistance exhibition view, 2026, Ok Linz, Austria
Carlos Motta, Pleas of Resistance exhibition view, 2026, Ok Linz, Austria

Sulle tracce di un’iconografia del peccato i tratti più infernali e spaventosi incontrano fattezze ed evocazioni del femminile, che ben conducono a un ricco tempo della storia dell’arte abitato da standard normativi, moralistici e giudicanti rispetto alle fattezze codificate tanto della rettitudine quanto dell’inferno.

Basta, a tal proposito, ricordare del mirabile affresco della cappella Brancacci il Peccato originale (1424-25) di Masolino da Panicale (Panicale, 1383 – Firenze, 1447) per rintracciare lo stretto legame intercorso tra la rappresentazione misogina di un volto femminile e il suo corrispettivo infernale, tracciato nel richiamo peccaminoso all’effigie del diavolo.

Su questa scia il celebre Codice da Vinci (2003) di Dan Brown, al momento della sua uscita e con il successo raggiunto dalla pellicola cinematografica, fu subito accompagnato da critiche e polemiche accese vertenti sul ruolo controcorrente (per taluni addirittura esecrabile) affidato a Maria Maddalena.

Volgendo oltre lo specifico del caso, il rapporto della fede e della derivante cultura cristiana, rispetto alla figura della donna nella missione dei padri e del Cristo, si sono per tempo vestiti di una certa limitazione e chiusura.

Se, in qualche modo, fu avvertito come moralmente inaccettabile ipotizzare lo sposalizio di Gesù con una donna che la fede dei padri ha tramandato nelle vesti di una peccatrice redenta, è bene considerare quanto fondamentale sia rileggere la figura della Maddalena alla luce di quanto restituito da alcuni Vangeli e scritti conosciuti nella denominazione (anch’essa giudicante ed escludente) di testi apocrifi.

Il Vangelo di Filippo, collocabile tra il II e III secolo d.C., presentò due frammenti riguardanti lo stato maritale del Messia. Nella restituzione giunta si legge:

E la compagna del […] Maria Maddalena. La […amava] più di [tutti] gli altri discepoli [ed era solito] baciarla […] Il resto dei discepoli […]. Essi gli dissero: “Perché ami lei più di noi?” Il saggio rispose e disse loro: “Perché non vi amo come amo lei? Quando un cieco e un vedente sono insieme nelle tenebre, non vi è alcuna differenza tra loro. Ma quando arriva la luce, allora il vedente vede la luce e il cieco rimarrà nelle tenebre” (Vangelo di Filippo 63:34–35; 64:1-9)”

Nell’incontro di più essenze ed esistenze femminili, agglomerate nella restituzione ufficiosa che la Chiesa ha restituito di Maria Maddalena, uno studio antropologico, culturale e sociologico sulla sua figura liberata dalla dottrina dei padri (strada quest’ultima intrapresa per lo più da una letteratura romanzata, oltre che da alcune tenaci ricerche universitarie) sa ancor parlarci di una ricca tradizione del sacro al femminile, che rintraccia le sue origini sin dalla notte dei tempi.

Non a caso, dal culto sondato di una dea madre sembra derivare l’essenza fondante di quanto si può scorgere in un’interpretazione laica e intellettualmente interrogante in rapporto al messaggio restituitoci nel testo di Marco (perno, a sua volta, di alcuni passi riportati nel Vangelo di Luca):

Gesù disse: “In verità vi dico, ovunque nel mondo verrà predicata la buona novella, si racconterà a ricordo di lei ciò che ella fece”.
(Marco 14:9)

Se la donna cui si fa accenno tra le righe è colei che unse il capo di Gesù con un unguento prezioso avvertendo nel suo animo profondo della imminente sorte spettante al Cristo, occorre precisare che furono in tante, compresa quest’ultima figura femminile, a codificare il volto premuroso e redento che per la storia (dell’arte compresa) ha restituito alle memorie della Maddalena.

Sarà con ogni probabilità l’assestamento della dottrina, ufficiosamente rintracciato nelle scelte imposte dal Concilio di Nicea, ad allontanare ogni altra possibile apertura al ruolo fondante e protagonista di una donna partecipe di una rivoluzione sacra.

Il racconto dei sette demoni scacciati dal corpo di Maria Maddalena (come dal Vangelo di Luca) accompagneranno per larga parte la necessità di rintracciare nella figura della somma penitente i tratti di un miracolo portato a termine da Gesù con la derivante possibilità di un accoglimento, che la fede restituisce come missione di cura della donna dai capelli selvaggi e rosso rame (si porti memoria dell’illustre restituzione pittorica del Massaccio).

Volgendo differentemente alla storia di una controparte femminile, amata e compartecipe di una missione fondamentale, ci si imbatte nella leggenda cara alla Chiesa d’Oriente rispetto a una coraggiosa Maria che, diventata predicatrice dopo la crocifissione del Cristo, si recherà a Roma per confidare all’imperatore gli insegnamenti del Messia, confermati dalla sua Resurrezione.

L’illustre romano si prenderà allora beffa della donna affermando che la resurrezione sia da considerarsi impossibile al pari della facoltà di un semplice uovo di divenire rosso.

Maria, senza esitare, prese in mano in quello stesso istante un uovo, che d’un tratto si colorò della tinta agognata del sangue. Ancor oggi la Pasqua ortodossa, e le più mirabili icone dalla fede dorata, rifulgono nella presenza simbolica di un uovo rosso trattenuto tra le mani di una donna sacra.

Oltre il credo della fede l’itinerario laico di una figura estremamente interessante, come quella di Maria Maddalena, sa parlarci di una presenza al femminile, che in sé abbraccia e contiene tutte le storie di un mito che, in direzione ostinata e contraria, sanno restituire l’anelito di una narrazione femminista improntata alla caratterizzazione armoniosa e totalizzante di figure animanti lo spirito, il mistero della vita e l’essenza della natura.

Tante delle figure sacre, mitologiche e femminili, che tracciarono il mondo sin dalla notte dei tempi (andando dalla Grande dea madre, alla Pythia di Delfi, sino alla dea Ishtar) restituiscono una visione dell’esistenza fortemente superante quella dualità, serrata e utilitaristica, che la cultura tendenzialmente patriarcale d’Occidente ha finito per impegnare sovrastando ogni cosa.

Il serpente del peccato, allora evocato dalla più mirabile pittura sacra d’Europa, in una veste assai più ampia abbraccia il mistero e le molteplicità di un essere volto ed essenza di donna: Ishtar fu talvolta raffigurata seduta in trono e con un bastone tra le mani corredato dall’intreccio di due serpenti (in una presenza evocativa non così dissimile dal caduceo che sarà del temibile Mercurio).

Abbracciando mondi in cui le categorie, le restrizioni e le chiusure timorose e spaventate vengono meno, le sculture plasmate da Carlos Motta investono mondi possibili e partecipativamente nuovi.

Volti, ora infernali ora misteriosi e peccaminosi, di caratterizzanti figure energiche e accese sanno comunicare una possibilità dell’essere, che rifulge di resistenza e liberazione.

L’ideologicamente avverso incontra così la celebrazione di contorni archetipici e ibridi, che tentano il più vivifico dialogo con la forza della vita.

Il cammino per l’arte di Motta chiama in causa la contemporaneità, spesso attingendo al ricchissimo bagaglio di una lunga storia dell’arte, che è in un sol tempo gabbia dorata ma anche la più luminosa fucina per un’interpretazione altra del vivere, dell’abbracciare e così del sondare la più profonda realtà del mondo.

Informazioni Carlos Motta Pleas of Resistance
OK Linz
Center for Contemporary Art
prorogata fino al 10 gennaio 2027
www.ooekultur.at
info@ooelkg.at

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Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

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