«Primitiva o no, l’umanità sta sempre al confine di cose che essa compie, ma che non controlla», ammoniva già in un ormai lontano 1934 il padre dell’inconscio collettivo, Carl Gustav Jung.
Sulla scorta di un tempo ossessionato o, per lo meno, venduto sull’esigenza di celebrare la sicurezza mediante torri di monitoraggio e controllo a catena, l’ultima personale italiana dell’artista e fotografo Roger Ballen (New York, 1950) sembra aver aperto uno squarcio sulla fragilità e gli spettri dell’umano.
Nei mesi in cui, difatti, i media di mezzo mondo hanno gridato all’apertura del più che temibile carcere statunitense denominato Alligator Alcatraz (in monito, più che onore, dei coinquilini famelici che ne sondano naturalmente il perimetro), Ballen ha fatto rivivere l’ex Mattatoio di Roma, da molto tempo spazio d’arte, appellandosi alla carica evocativa delle sue mura.
Come ha ricordato in merito lo stesso artista: «Per me il mattatoio è più che un luogo fisico; è un bacino psichico di forze archetipiche, morte, controllo, sacrificio».
Con tutta la sua pregnante portata di spazio dedito alla prevaricazione rispetto al regno animale, l’ex mattatoio romano, reso spazio dell’arte e della cultura (quindi della riflessione e della possibilità alta di interrogarsi al cospetto «delle cose del mondo»), si fa metafora del vivere secondo altre possibilità, non smettendo per questo di incutere trigger e sensazioni, che all’animo più sensibile tornano sotto forma di «impronte psicologiche incise nello spazio».
Per comprendere appieno la visione che in Ballen muove riguardo la portata del complesso edilizio, sarebbe necessario far ritorno con la mente a Michel Foucault e alla sua fondamentale analisi sulle forme del potere e le derivate strutture di contenzione.
«Il potere disciplinare» – scrive il filosofo francese – «non mira a infliggere torture e crudeltà, ma a iscriversi nei corpi rendendoli docili: addestrati, esercitati e sorvegliati» (Foucault; 1975).
È pertanto possibile che il fotografo americano – lungi dal soffermarsi sommariamente sulla sola, e non meno tragica, morte industriale inflitta alle migliaia di animali da quel luogo transitate –, abbia in qualche modo immaginato di udire ancora, per le sue mura, tracce di una apparente normalità cadenzata, dove l’attesa quotidiana si è per tempo accompagnata a quanto ogni addetto alla macellazione doveva portare numericamente a termine, lungo lo scorrere di una giornata. Una giornata nel suo attuarsi e ripetersi tremendamente consueta, per questo tragicamente spietata.
In uno spazio, che ha per tempo spinto alla dovuta e insensibile oggettivazione animale per farne carne e nutrimento, Ballen irrompe così con i suoi caratteristici ritratti di donne e uomini, che con piccoli e grandi amici a due e quattro zampe, hanno costruito scorci e orizzonti di nuova vita.
Gli «psicodrammi esistenziali che toccano la mente subconscia ed evocano il ventre molle della condizione umana», in Animalism trasudano di tutta la fiducia che Roger Ballen ha affidato alla costruzione di veri e propri tableaux vivants, che sanno risplendere nell’esatto momento in cui l’incognita, la sorpresa e la naturalezza dei suoi protagonisti traccia, in solitaria, impensabili sprazzi narrativi da cui partire per viaggiare e fantasticare con la mente sulla natura dell’umano.
«Una fotografia ha le sue radici nell’abisso della mia mente prima ancora di essere materializzata», sondare la vita e un mondo in preda alle manifestazioni gioiose e infuocate del Sessantotto, assieme all’attivismo mirato alla conclusione della prepotenza delle armi sul Vietnam, sembra aver in qualche modo donato a Roger Ballen la possibilità di accompagnare l’esistenza, e il suo stesso lavoro, con la forza sovversiva del saper far convergere e dialogare inferno e leggerezza, la necessità di sorridere di sé e della realtà, senza per questo dimenticare quanto fondamentale sia il sentire, l’interrogarsi umanamente e il prestare attenzione alle istanze dell’altro, che così facendo smette di esserci poi così tanto estraneo.
In un mondo che ha rincorso il digitale, Ballen ribadisce la sua fiducia nella fotografia analogica, rimanendo fedele all’idea che il bianco e nero, a differenza dei colori, non ha mai contato su quell’arroganza, pur sempre ragionevole, di restituire un quotidiano che è sotto gli occhi di tutti.
Passeggiando per altre vie, il bianco e nero di Ballen, assieme ai suoi caratteristici protagonisti, ha scelto di restare nel solco di un sogno o di un incubo, che la vita vuol sfiorarla alla sola sua maniera. Nel tempo l’artista ha sperimentato nuovi e molteplici media, arrivando nel 2016 alla realizzazione della serie The Theatre of Apparitions, dove un vetro oscurato diviene la tela ospitante silhouettes dell’inconscio e dell’abisso.
Si narra che l’idea di un tale progetto gli sia stata suggerita dall’esser incappato, quasi per sbaglio, tra i segni e disegni tracciati lungo le pareti e gli specchi di un ex carcere femminile, in stato di totale abbandono.
Le più evocative «visioni sopite nell’architettura», sembrano così unire la riflessione sull’arte e l’estetica di Roger Ballen all’operato dell’artista e fotografa Sheida Soleimani (Indianapolis, Stati Uniti, 1990).
Soleimani – come il fotografo americano che da decenni ha scelto di vivere il Sudafrica –, ha fatto del tableau vivant la cifra stilistica con cui restituire il mondo, il suo mondo, abitato da una sensibile riflessione sui potenti drammi e i più luminescenti, piccoli miracoli del quotidiano. Da figlia di due attivisti e dissidenti iraniani, Sheida ha ben presto sperimentato la forza della cattività sull’esistenza di donne e uomini, costretti a lasciare la propria terra.
Sperimentando, sin da bambina, la portata di un non detto, sofferente e terribile, sulle vie della persecuzione e della tortura più inumana, l’artista ben sa che è possibile restituire una portata di mondo ricorrendo a un escamotage, che lo renda in qualche modo tollerabile e, quindi, narrabile.
Soleimani sceglie allora il colore: rimanenze e scampoli di bella carta, di cui andrebbe matto ogni bambino, occupano lo spazio sensazionale e mirabilmente studiato di piccoli teatri di figura, dove a far da padroni sono gli animali, in fase di guarigione, provenienti in larga parte dalla clinica veterinaria entro cui l’artista presta assistenza.
Il progetto Flyways (2024-2025) – per l’Italia vincitore del Photography Grant on Industry and Work 2025 della Fondazione MAST di Bologna –, conduce l’attenzione sul percorso terribile e comune, che lega i viaggi della migrazione volatile alle peripezie per la salvezza, che si ritrovano ad affrontare quanti sono costretti ad abbandonare territori di violenza, guerra e sopraffazione.
Se le barriere, i mari insondabili e le reti condite di scariche elettrice minacciano e dilaniano corpi innocenti e bisognosi, i lussureggianti palazzoni e grattacieli, che invadono lo skyline di sempre più numerose e grandi città, spezzano quotidianamente il volo libero di migliaia di uccelli, gli invisibili abitanti di un mondo su cui l’umano rivendica un indegno monopolio.
Assieme alle scene ricostruite in studio, l’artista trattiene istantanee minimali e drammatiche delle ferite, che l’agire dell’uomo e il mondo dell’industria infliggono senza coscienza ai piccoli corpi in volo; o ancora immortala le colorate ed esili piume rimaste artisticamente legate al vetro dell’inganno, dopo un impatto ignoto e mortale.
Sull’onda di una duratura riflessione riguardo le istanze del presente e della politica, tanto Soleimani quanto Ballen riescono puntualmente a evocare narrazioni, che ben ritraggono le condizioni entro cui ci si ritrova a vivere, se imprigionati tra le maglie di un potere che, seppur invisibile, traghetta ogni cosa.
Raccolte fotografiche come Asylum of the Birds (2014) – in cui Ballen si serve degli interni di una più che precaria dimora dei sobborghi di Johannesburg, rimasta volontariamente anonima–, ben tracciano l’intenzione di restituire un presente dove l’idea di rifugio sicuro fa presto a tramutarsi nell’immagine, speculare e tremenda, di una prigione senza vie d’uscita e salvezza.
Inseguendo ricordi di luoghi e spazi detentivi, spezzati dall’incubo e dal pianto, Sheida Soleimani ha tentato di riportare nei suoi tableaux vivants oggetti, segni e simboli evocanti l’inganno di un potere perpetuo.
Navigando l’abisso, ad essere intessute dai due fotografi sono possibili alternative di ricostruzione. E salvezza.
Per ulteriori info sulle ricerche d’artista, si rimanda alle due pubblicazioni editoriali seguite ai progetti espositivi annoverati all’interno del contributo:
- Roger Ballen, Animalism, a cura di Alessandro Dandini de Sylva con testo italiano/inglese, edito presso la casa editrice Quodlibet
- Il catalogo 2025 del Photography Grant on Industry and Work, a cura e distribuzione della Fondazione MAST di Bologna
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.













