Per un universo di bellezza primigenia e convivenza armonica con il battito della natura, il presente dovrebbe fare almeno di dimenticare, o ridurre in favoletta, la più profonda portata mitologica di un mondo e delle genti, nel tempo sterminate in nome della terra e del profitto.
Volgendo al mito, il briccone e Vecchio Uomo Coyote della leggenda Navajo creò il Primo Mondo rifiutando di avvalersi della più ieratica maestria, che traghetta sostanzialmente la storia di un Dio propria di molteplici, altre professioni religiose.
Nelle sue mani divertite, sperimentanti, a tratti creativamente inesperte, una materia massiccia ma amorfa, prese a tradursi nella possibilità di creare un mondo dedito all’inaspettato e alla sorpresa. Nell’agire di un semidio pasticcione (il trickster), i più promettenti studi pedagogici hanno rintracciato la portata simbolica di una trasformazione essenziale tanto all’arte, quanto alle cure terapeutiche, che ad essa spesso si accompagnano.

Riguardo la concezione di una fertile e viva trasformazione, il noto antropologo e sociologo Claude Lévi-Strauss (Bruxelles,1908 – Parigi, 2009) ha fatto ricorso alla portata del termine bricolage, illuminandone l’immaginifica e sempre aperta processualità. Secondo Lévi-Strauss, come le diverse culture fanno riferimento a materiali e istanze preesistenti per costruire nuove prospettive e orizzonti, alla stessa maniera la tecnica manuale insita al bricolage rivive della possibilità creativa di suggerire nuove e costanti soluzioni visive, nonché percettive.
Come ha scritto Francesco Remotti in un saggio fondamentale rispetto alla figura dell’influente antropologo:
“Contrariamente a quanto sostiene Dumézil, secondo il quale i miti traducono in forma schematizzata o idealizzata anatomia e la fisiologia di gruppi umani storici, [Lévi-Strauss] nega che i miti riflettano automaticamente la cultura del gruppo sociale. La cultura entra soltanto in una certa misura a far parte dei miti. Questi ultimi intrattengono spesso con la società una relazione di trasformazione, non di immagine riflessa”. (Remotti; 1971).
Sulla scorta di un tempo e di un paesaggio urbano tutto da vivere e attraversare, l’artista sudafricano Vuyo Mabheka (Libode, Capo Orientale, 1999) fa ricorso alla portata del collage per restituire e digerire frammenti di vita, nonché stratificate mitologie del contemporaneo.
Abitando la precarietà e le difficoltà di una terra ricchissima, depredata nelle sue materie prime e nel suo respiro dal furto legalizzato di conquistatori infiniti, l’Africa delle grandi città restituita da Mabheka risplende del potere vivifico di una fantasia, che è prima di ogni altra cosa arte della sopravvivenza.
Figlio di una donna costretta a lavorare ininterrottamente per condurre in solitaria il benessere della sua famiglia, Vuyo Mabheka, sin dalla più tenera età, diviene il direttore creativo e regista di giochi d’intrattenimento destinati alle sue sorelline minori. Mirando al sogno di una casa accogliente e dignitosa da abitare, Mabheka realizzerà per le bambine molteplici case delle bambole, che oggi danno un nome anche alla serie artistica (Popihuise), che lo ha reso noto al contesto d’arte internazionale.
Confacendosi al vernacolare xhosa del termine pophuis (letteralmente casa delle bambole) e illuminando una progettualità dello scarto e della materia trovata, l’artista rielabora la possibilità di ricordi d’infanzia sfumati, che incontrano la fantasia e le mille soluzioni di una nuova restituzione visiva. Accompagnando ritagli fotografici, provenienti da rare e usurate fotografie dell’infanzia, a disegni realizzati a mano, Mabheka ricostruisce paesaggi di un presente assai complesso e stratificato.
Illuminando tanto le potenzialità del vivere in una comunità, che per la crescita del bambino confida fortemente nella partecipazione collettiva, quanto la fragilità di un giovane uomo che non riesce a figurarsi il volto di un padre mai conosciuto, Vuyo Mabheka offre al pubblico la bellezza struggente di un mondo, in ogni caso, a colori.
Buona parte della serie Popihuise (2020-25), evocando il mistero e gli interrogativi di un’assenza, restituisce la possibile presenza paterna per mezzo dell’ideazione di un non volto, che è già pregnante evocazione. Come per una maschera che cela e confonde, l’assenza data dei contorni fisiognomici di un volto sa potentemente traghettare la narrazione verso i vuoti e i sentimenti contrastanti di un giovane uomo divenuto presto adulto.
Un giovane uomo, che nel crescere rapidamente, non ha smarrito il sogno di ogni possibile e meritata bellezza.
Fino al 14 dicembre 2025, le opere di Vuyo Mabheka, nella mostra Pophuise, saranno fruibili presso la Fondazione Collegio Venturoli di Bologna, assieme agli eventi ed esposizioni collettive organizzate in occasione del MAST Foto/Industria 2025. La biennale, con la curatela di Francesco Zanot e Urs Stahel (per l’esibizione monografica di Jeff Wall), è per il nuovo anno improntata al tema e alla riflessione sulla casa e l’abitare.
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.













