Nei meandri dorati del British Museum di Londra padroneggia una cospicua porzione delle reliquie archeologiche facenti parte della primaria collezione di Sir William Hamilton, l’illustre ambasciatore inglese di stanza a Napoli.
Da appassionato archeologo e vulcanologo, nell’ultimo ventennio del Settecento, Hamilton diede avvio ad una ricca collezione di vasellame greco e romano, coniugando ad una ricerca di stampo essenzialmente storico-artistico, la curiosità e l’interessamento verso tradizioni popolari con raccolte di matrice per lo più antropologica.
Tra le arcane cerimonie della Penisola, che più sembrarono aver illuminato la curiosità di Sir Hamilton, vi furono senza alcun dubbio quelle legate al culto di Priapo, divinità soventemente evocata nella realizzazione di suppellettili ritraenti il più vigoroso membro maschile, come l’auspicio di buona sorte e fertilità.
Considerate non idonee all’esposizione al pubblico, le terrecotte falliche, per tempo acquistate dall’ambasciatore britannico, oggi fanno numero in quella che a tutti gli effetti si può ben considerare una collezione istituzionale e segreta.
Del culto di Priapo e di una festa popolana particolarmente in voga a Isernia, William Hamilton venne a conoscenza per mezzo della corrispondenza con un sodale, che sul finire del Settecento, fu di passaggio nella cittadina molisana.
Gravidanze miracolose, a lungo sperate e rincorse, nei racconti offerti della committenza, sembravano devotamente succedersi in lode delle folcloristiche processioni cittadine, in cui una schiera di donne in cerca del miracolo conduceva possenti membri virili di cera accompagnati da preghiere e canti, che non di rado si appellavano al ritornello di un «così lo voglio!»
Non risulta allora difficile immaginare l’entusiasmo, a tratti sarcastico, che poté ben illuminare Hamilton nel desiderio di entrare in possesso di cimeli inusuali e per questo accuratamente ricercati, come non sorprende che anche tra gli amici e conoscenti dell’ambasciatore vi furono voci, che si dichiararono ben sorprese o esterrefatte alla vista di cotante rarità, sulla scorta del medesimo imbarazzo espositivo espresso dal museo londinese.
Abbracciando il contemporaneo, il fotografo statunitense Joel-Peter Witkin (Brooklyn, Stati Uniti, 1939), con un’opera significativa e dal titolo Objects near a Window (2007), sembra portare in scena uno dei cimeli fallici cari al mitico ambasciatore britannico, rivale in amore dell’assai famoso ammiraglio Nelson, ripercorrendo forse i passi di una devozione al sapere di stampo marcatamente umanista e alchimistico.

Come larga parte degli artisti, intellettuali e diplomatici conoscitori, che sondarono la penisola italiana nei lunghi viaggi meglio conosciuti come Grand Tour, Witkin ha sempre privilegiato una devozione al processo creativo sulla scorta della più che irripetibile possibilità di conoscenza e maturazione.
In prossimità di una finestra (come recita il titolo dell’opera), Witkin allestisce allora il suo teatro di figure, lasciando che sia il pubblico a dare una voce alla presenza di oggetti misteriosi ma sensibilmente vivi, riposti entro la base stretta ed enfatica di un cavalletto da pittura.
Tra marzo e aprile 2025, con l’esposizione dal titolo evocativo Au revoir, Joel-Peter Witkin è stato ospite dello spazio bolognese CAR Gallery. Dando spazio a un itinerario evocante la portata misterica dell’inconscio, ad essere percorsa è stata tutta la possibilità di una «bellezza oltraggiosa e maledetta», che rivive nella portata dell’incubo o del sogno.
I tableaux vivants proposti dal fotografo statunitense muovono essenzialmente in odore della più puntuale e attenta ricerca ideativa, anticipante la qualità dello scatto definitivo: da buon artigiano, conoscitore del mestiere dell’arte, Witkin ha difatti sempre accompagnato lo scatto fotografico, anticipando per esso una resa studiata secondo l’impiego di disegni e bozzetti preparatori.

Evocando l’essenza e il modus operandi dei più grandi maestri quattro e cinquecenteschi, l’artista ha per tempo fatto riferimento ad una creazione che muove nella ricerca onirica, partendo dalla certezza mai venuta meno di padroneggiare la tecnica. Riguardo la poetica sottesa all’atto creativo, Witkin ha spesso ribadito:
«La mia speranza è di non rappresentare solo l’alienazione delle nostre vite, ma che il mio lavoro sia visto come parte della storia di un’epoca incerta e disperata».
Muovendo, difatti, lungo la grande Storia del Novecento, tra il 1961 e il 1964, Joel-Peter Witkin fu testimone della guerra del Vietnam, giungendo alla cifra stilistica che oggi lo contraddistingue a seguito di un evento assai traumatico, che dall’infanzia sembra non averlo mai abbandonato.
Tra le grandi strade della metropoli americana, infatti, un giovane Witkin si trovò ad assistere casualmente all’investimento di una bambina inconsapevole, decapitata nell’impatto infernale con un’auto in tutta corsa.
È così che, allora, tutta la portata tragica e spaventosa di un avvenimento emotivamente irrealizzabile, finanche inconcepibile, sembra aver depositato schegge di una profonda rielaborazione artistica nell’animo di un uomo, che lungo una vita ha cercato di restituire l’immagine impietosa, seducente, a tratti ludica e sfaccettata, di un mondo sulla soglia dell’abisso.

Contando nell’eleganza e mistero di una fotografia caratteristicamente in bianco e nero, assai spesso oltraggiata da un segno come una ferita inferta a mano libera, Joel-Peter Witkin continua a restituire istantanee, figlie di un mondo in cui «se quel che sappiamo aumenta alla velocità della luce […], quel che non capiamo prolifera alla velocità del buio» (Labatut; 2025).
E non vi è nulla di più attuale, quindi eternamente antico.
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.





