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La Dark Age di Carlos Martiel alla Rubin Foundation di New York

di Floriana Savino

L’acqua di mare, che lambisce le coste cubane, nel suo azzurro fluire e nell’ostinazione a plasmare la roccia con un amorevole e tenace andirivieni, raccoglie memorie che hanno cambiato il corso della storia e di un’umanità, che si sognava differente.

immagine per Carlos Martiel, Derrames (Spills), 2011. Havana, Cuba. . . Photographic triptych Photo by Eduardo Yaque Courtesy of the artist.
Carlos Martiel, Derrames (Spills), 2011. Havana, Cuba. Photographic triptych. Photo by Eduardo Yaque Courtesy of the artist.
immagine per Carlos Martiel, Lazos de sangre (Bloodline), 2010. Havana, Cuba. Photo by Rafael Villares. Courtesy of the artist.
Carlos Martiel, Lazos de sangre (Bloodline), 2010. Havana, Cuba. Photo by Rafael Villares. Courtesy of the artist.

Nel 2010 l’artista cubano Carlos Martiel (L’Avana, 1989), dalle origini haitiane e giamaicane, si recò sulle sponde della piccola isola a forma di un alligatore, intento a vivere nell’essenza della carne la sua Lazos de sangre (letteralmente Linea del sangue).

Lasciando entrare nei suoi avambracci ben due cateteri, Martiel provò parzialmente a colorare il mare di una porpora vitale e preziosa al pari della sua stessa vita.

Tra gli scogli selvaggi e dentati della sua terra, il gesto di una performance pregnante e destabilizzante andò a immortalare il passo estremo del sentirsi parte di un mondo e una universalità, da ricercare nell’impegno etico e partecipativo, di cui la sua arte non sarà mai carente.

A partire dal 17 settembre 2026, con un protrarsi sino al 30 gennaio 2027, la Shelley & Donald Rubin Foundation e i curatori Anjuli Nanda Diamond e George Bolste presentano la Dark Age di Carlos Martiel.

Ad esser presentati negli spazi della The 8th Floor di New York saranno ben tre nuove performance radicali inedite, scandite in più giornate (Dark Age, il 18 settembre; Mano de Hierro, 8 ottobre; Fear of Them (Miedo a ellos), il 10 dicembre), e la nuova serie di disegni performativi dal titolo evocativo Metafisica del potere.

Riguardo il vortice attraversante il suo percorso artistico e umano, Martiel ha sempre puntualizzato:

“Alzare la propria voce in nome di chi non è in grado di farlo è una responsabilità. Ho viaggiato abbastanza per capire che il mondo intero è la mia casa e che c’è sempre qualcosa che mi lega a tutti coloro che lo condividono con me, indipendentemente dal grado di consapevolezza che abbiamo di questo fatto”.

Con un sentito richiamo all’attuale situazione in cui perversa l’orizzonte statunitense (l’artista, infatti, progetta e risiede da anni nella città di New York), tra limitazioni e una violenza inflitta dai corpi di polizia privata come l’ICE, Carlos Martiel ragiona la Dark Age probabilmente nella risposta e controparte sarcastica ad un continuo, ampolloso e ridondante richiamo millantato all’età dell’oro yankee e insensibilmente suprematista.

Tra gabbie e ostacoli di ogni sorta l’artista ragiona le psicopatologie di una realtà mondo affidata alle logiche del più forte: una figura autoritaria e arrogante, platealmente figurata nel grado massimo di insensibilità rispetto alle sofferenze provate da qualsiasi altro essere umano, che non si inserisca supinamente tra i canoni e dogmi pretesi.

Granelli di sabbia – soffocanti, piovosi e terrificanti come per un’invasione di cavallette – vanno così a suggellare la prassi freddamente inflitta all’estetica dell’uomo considerato meritevole di gabbie e di un allontanamento forzato.

Nella stagione in cui la violenza è tollerata e permessa con tutto l’oscurantismo di una patina propagandistica e assai dorata, le performance graffianti di Carlos Martiel si impongono nella restituzione di una insensatezza meschina, che nel suo agire e nel suo fare lascia strascichi incommensurabili.

Da più di vent’anni l’artista cubano attanaglia il suo corpo e la soglia massima del dolore e della sofferenza per interrogare gli astanti su quale sia il limite tollerabile di ogni ingiustizia e genocidio passato in sordina (si presti, a tal proposito, attenzione alla perfomance Tierra arrasada, curata nel 2025 da Eugenio Viola).

Collezionando cicatrici, che al corpo rimembrano i passi di un’arte focalizzata sulle sofferenze dei perseguitati, Carlos Martiel continua a tessere il suo archivio vivente, dolorante e sanguinante, di un mondo che richiede critiche accese e un’attenzione mai deresponsabilizzata nell’avvento del caso.

 

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Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

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