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Dieye, Murillo. L’archivio, la traccia. Intersezioni al Castello di Rivoli.

di Floriana Savino

Tra le pagine di un saggio sugli inarrestabili e fecondi Percorsi del ’68 (2007), Augusto Illuminati intona, non a torto:

«La memoria non si custodisce, la si attiva selettivamente nei suoi aspetti opachi e scomodi per estrarne elementi di comprensione e di intervento per il presente. [Dei guardiani] […] occorre diffidare: hanno sempre qualcosa da nascondere.»

Lungo le vie della riflessione riguardo la natura e la portata dell’archivio – nonché dei documenti ufficiosi e delle tracce inattese che ne dirottano il sentenziato percorso -, sembra planare l’operato luminoso di due artisti ospitati, nel corso del 2025, tra le mura sabaude del Castello di Rivoli. Sondando il dato quanto l’inaspettato, Adji Dieye (Milano, 1991) e Oscar Murillo (La Paila, Colombia, 1986) invitano il pubblico a confrontarsi con la molteplicità delle azioni e delle istanze di un mondo quasi sempre restituito in parte, per mezzo di sguardi solitamente di parte.

Come ha scritto Cristina Baldacci:

«L’azione dell’archiviare deriva sì dalla necessità di fare ordine tra i frammenti della storia, ma, prima ancora di essere un deposito di residui e testimonianze del passato, l’archivio è un luogo amministrativo e legislativo. Aleida Assman, che insieme al marito Jan è tra gli studiosi più autorevoli della memoria culturale, non ha dubbi: prima dell’archivio come memoria storica, esiste l’archivio come memoria del potere, perché “controllare gli archivi è controllare la memoria”». (Baldacci; 2016)

Contando sul repertorio d’archivio, l’artista italo-senegalese Adji Dieye decostruisce visioni e immaginari, fattualmente legati alle scelte e mosse del potere di ogni tempo. Ragionando la portata di una selezione autarchica, e spesso violenta, per quanto concerne la restituzione e raccolta della documentazione archivistica, Dieye fa dell’arte, della sua arte, l’occasione per re-immaginare le strutture, somme e imponenti, del potere.

immagine per Adji Dieye, Culture Lost and Learned by Heart: Butterfly, 2021, C/O Berlin Foundation. Photo David von Becker.
Adji Dieye, Culture Lost and Learned by Heart: Butterfly, 2021, C/O Berlin Foundation. Photo David von Becker.
immagine per Adji Dieye, Culture Lost and Learned by Heart: Butterfly, 2021, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, 2025. Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano
Adji Dieye, Culture Lost and Learned by Heart: Butterfly, 2021, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, 2025. Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano

Come ha ricordato in un’intervista rilasciata in agosto a Carola Allemandi:

«[…] Derrida è un riferimento importante per il mio lavoro. Le sue riflessioni sull’archivio mi hanno portato a considerare il contenuto di un’istituzione come chiave per leggerne la struttura e le intenzioni, interrogandomi sui modi in cui si costruisce una narrazione nazionale. […] Negli Archivi Nazionali del Senegal […] ho scelto di tralasciare la sezione delle cartoline postali, dove la violenza coloniale francese si manifesta in modo evidente, concentrandomi, invece, sulle immagini che documentano la costruzione del Paese. […] Parallelamente, dal 2019, ho iniziato a costruire anche un mio archivio personale fotografico, spinta da un’attenzione crescente verso l’architettura dei cantieri urbani di Dakar, come gli spazi in cui si inscrive la trasformazione materiale e simbolica della città».

Con l’installazione Culture Lost and Learned by Heart: Butterfly (2021) Dieye celebra l’importante occasione di rivendicare le potenzialità dello sguardo e di un sapere libero al cospetto di documenti e registri visivi per tempo reputati definitivi, insormontabili e potentemente autoreferenziali.

Scardinando la portata della Storia e, ancor più, il collo di bottiglia della prepotenza coloniale, Adji Dieye ripercorre i passi di un percorso, che più che essere riscritto, merita l’occasione di una osservanza da più punti di vista. Nel vortice di una struttura istituzionale, per sua natura dedita allo scarto e selezione di quanto reputato consono e meritevole di memoria, l’artista apporta una più che vivifica addizione, mirante a connettere il passato, il presente e un futuro, tutto da vivere e ragionare.

Ricordando la figura somma di Léopold Sédar Senghor, il primo presidente di un Senegal libero, l’artista riflette sulla necessità di liberare la presenza stessa di una documentazione, fonte di memorie e vita, dalla morsa stretta di reticoli e gabbie, che per mezzo di un apparente ordine e rigorosa pulizia, hanno per tempo soffocato e silenziato una molteplicità di voci.

Léopold Sédar Senghor «proponeva un’estetica dell’indipendenza basata su tensioni formali e armonie irregolari»; Adji Dieye, abbracciando la possibilità di appellarsi a materiali fragili e leggiadri, come la carta o un preponderante rotolo di seta, riesce a convertire in sofferta e profonda poesia la memoria addebitata a simbolicamente imponenti strutture in ferro e cemento sparse per il mondo o, ancora, lungo le traiettorie dei più famosi centri di comando e conservazione.

Come ha ben evidenziato l’artista:

«Questo intreccio tra estetica, ideologia e infrastruttura mi interessa profondamente. Le frizioni e i paradossi che accompagnano la costruzione di un’identità nazionale vengono spesso messi da parte per creare un messaggio chiaro e condiviso. È proprio da queste omissioni che parte il mio lavoro: narrazioni frammentate e stratificate, che scelgo di rendere accessibili solo attraverso l’opera, senza restituirle a una spiegazione univoca discorsiva. […] Alterno la ricerca a un processo intuitivo, in cui l’immagine, archivistica o costruita, mi guida nel comporre narrazioni visive».

L’installazione Culture Lost and Learned by Heart: Butterfly – presentando l’unione feconda tra fotografie provenienti dagli archivi di stato senegalesi e gli scatti propri e puntualmente scelti nei meandri dell’archivio personale d’artista -, sa restituire il sogno stratificato e tutta la portata di una memoria collettiva e comunitaria, che si desidera quanto più possibile aperta al dialogo con una molteplicità di piccole storie e quotidiani, presenti e futuri, accadimenti.

Evocando l’essenza stessa della più viva stratificazione di eventi e storie nel tempo, l’artista Oscar Murillo accompagna la sua azione d’arte per il Castello di Rivoli di Torino intonando un concerto a colori, cadenzato da molteplici presenze, impronte e mani.

Come ha personalmente ribadito:

«Penso che nella realizzazione di un’opera ci siano sempre molte voci coinvolte, non solo quella dell’artista. In altre parole, è come se l’artista attraverso le sue opere riflettesse un senso comune, diventando un interprete del proprio tempo. Un catalizzatore di energie».

L’installazione dalle dimensioni monumentali A see of History (2025) traghetta con sé la potenza stratificata di più tempi e azioni, che traboccano di energia e portentosa relazionalità. Il museo sabaudo ha difatti accolto una nuova opera d’artista, frutto della naturale evoluzione ideativa di un progetto, Frequencies, avviato da Murillo già a partire dal 2013.

Per l’opera relazionale in questione, l’artista si è recato presso diverse realtà scolastiche, che per mezzo del segno, hanno illuminato e tracciato la via di una molteplicità di tracce dell’agire umano. Elaborando un’idea vivifica di società, che brilla delle sue armonie, delle sue fratture e di una chiara imprevedibilità, per il Castello di Rivoli Oscar Murillo intesse l’originalità e la sorpresa di una notevole struttura orizzontale, posizionata a 75 centimetri da terra.

Come era stato per la famosa Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938, anche lo spazio ideato da Murillo rivive del buio e della possibilità per gli astanti di entrare in contatto con i colori e le tracce dell’opera per mezzo di torce e di un atletico prostrarsi a pancia in su lungo lo spazio lasciato libero al di sotto della grande struttura posizionata.

Giocando con le potenzialità del titolo prescelto, la portentosa opera di Murillo offre il suo mare (sea) nell’impatto derivato dall’ingresso in sala dei visitatori, per proseguire con una infinità di segni, oltre la vernice trasparente spalmata, al momento della visita sotterranea di questi ultimi lungo il cunicolo buio lasciato libero tra il pavimento e l’opera d’arte. A coadiuvare in quell’esatto momento il buon visitatore sopraggiunge la luce della torcia (see) e un carrello autoportante proprio di una officina da carrozziere.

Con una serie di rimandi, che spingono dalle antiche e assai preziose pareti paleolitiche rintracciate in grotta, sino alla magnificenza del ritrovamento della Domus Aurea di Nerone, ad attivare e motivare l’iter creativo di Oscar Murillo sopraggiungono una serie di imprescindibili evocazioni, che alla ragionevolezza di una documentazione selettivamente tutelata in uno spazio di asettica conservazione, sembrano preferire la spontaneità sovversiva di un segno tracciato, che è materia e aspirazione di presenza e libertà.
Lungo la storia del contemporaneo, il documento e una infinità di tracce a mano libera.

Il progetto Intersezioni, presso il Museo Castello di Rivoli, sarà fruibile sino a febbraio del 2026.

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Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

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