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Maarten Vanden Eynde. Sconvolgenti costellazioni. Meessen Gallery di Bruxelles

di Floriana Savino

Sull’inganno della Storia – e del suo rimaneggiamento a favore di interessi privati e diffusi – questo tempo frastagliato sembra custodire rigogliose tracce e le più temibili scorie. Approcciando a uno spazio della conoscenza e della ricerca in lode di un corpo a corpo rispetto al più che duraturo itinerario coloniale, Maarten Vanden Eynde (Leuven, Belgio, 1977) ha per tempo focalizzato il suo impegno attivo nella co-creazione del centro ricerca ICC (l’Istituto per la Cultura Coloniale).

L’artista belga, ben consapevole della sua posizione privilegiata e a tratti estranea alle reali violenze subite dalle popolazioni soggiogate, opera da decenni nella coscienza che ogni possibilità di una vera e propria comprensione dei fatti non possa fare a meno di contare sull’incontro, lo scambio e l’ibridazione di più punti di vista.

La sua personale Hoaxing Histories (letteralmente, Storie di bufale) ha così scelto di abitare gli spazi della Meessen Gallery di Bruxelles (fino al 2 maggio 2026) nella promessa di investigare e restituire frammenti vivi, paradossali e asimmetrici di una lunga storia di sfruttamento, violenze e furti rimasti sostanzialmente impuniti.

immagine per Maarten Vanden Eynde, Leopold’s Ghost -Hoaxing Histories exhibition view, 2026. Meessen Gallery, Bruxelles. Ph. Alice Pallot.
Maarten Vanden Eynde, Leopold’s Ghost – Hoaxing Histories exhibition view, 2026. Meessen Gallery, Bruxelles. Ph. Alice Pallot.
immagine per Maarten Vanden Eynde, Hoaxing Histories exhibition view, 2026. Meessen Gallery, Bruxelles. Ph. Alice Pallot.
Maarten Vanden Eynde, Hoaxing Histories exhibition view, 2026. Meessen Gallery, Bruxelles. Ph. Alice Pallot.

Come ha scritto Mariella Lorusso tra le pagine del saggio La decolonizzazione della moda (2021):

“Chi non si è mai vestito da indiano a carnevale? [Negli anni Sessanta e Settanta] […] il costume da capo indiano batteva nelle preferenze […] quello del giustiziere mascherato Zorro. Non c’era niente di caricaturale […] né c’era volontà di interpretare il cattivo pellerossa dei film western […] I bambini […] erano contenti […] di impersonare una volta all’anno la fierezza e lo spirito libero dei […] nativi d’America, […] guidati da un [sentire] autentico di complicità e ammirazione.

Quello che quei bambini non sapevano è che la storia del nord America […] è stata fondata sul genocidio, sulle deportazioni […] e su molteplici altre forme di violenza. […] [Mentre si vestivano] da indiani non immaginavano certo che in quegli stessi giorni migliaia di bambini nativi fossero chiusi nelle residential school per essere riconvertiti in bambini civilizzati […]”.
(Mariella Lorusso; 2021)

Tessendo la trama di un itinerario per l’arte intellettualmente curioso di abbandonarsi a più orizzonti della lettura e della comprensione, le portentose, originali e spiazzanti installazioni di Vanden Eynde suggellano uno spazio della possibilità, che rifulge nell’abbandono a un dubbio esistenziale necessario come la linfa vitale.

Tra le esplorazioni, a carattere sociopolitico, assai care all’operato d’artista si distingue un richiamo serrato e profondo agli eventi che egli ha per tempo considerato trappole e tsunami di una traiettoria mondo alle porte del più profondo abisso. Il commercio triangolare degli schiavi, l’invenzione della bomba atomica e l’imperitura attività di estrazione mineraria (soprattutto in terra d’Africa) condensano una riflessione geopolitica intricata e potentemente distruttiva.

Come ha confidato l’artista tra le righe che descrivono la sua ricerca creativa:

“Fin dagli albori dell’umanità, il progresso è stato il principale motore dell’evoluzione. La globalizzazione contemporanea, con i suoi cambiamenti quotidiani a una velocità senza precedenti, favorisce una concezione lineare del tempo. Il mondo del presente viene spinto e tirato verso il futuro, lasciandosi alle spalle il passato in continua evoluzione.

In un’euforia collettiva, stiamo costruendo insieme un mondo migliore […] o forse no? […] La maggior parte delle mie opere parte da un’indagine sulla materialità degli oggetti che ci circondano, dall’origine dei diversi materiali e dei contesti in cui vengono estratti, trasformati e trasportati, fino ai resti che rimangono dopo il loro disuso. […]

Nella mia pratica cerco di fermare il tempo e prendermi il tempo necessario per svelare il processo e le conseguenze del tempo stesso.”.

Opere come Close Encounters (2026) restituiscono la storia coloniale del Belgio in rapporto all’espropriazione, all’indicibile furto e alla violenza inflitta alla popolazione congolese al tempo delle più temerarie e religiose missioni da vendere falsamente sotto la bandiera di una dovuta e sacrosanta civilizzazione.

Gli arnesi dell’ingegno e del progresso (il canocchiale e i suoi aggregati) offrono all’artista e al pubblico l’occasione per riflettere la portata di una visione e, parimenti, di molteplici punti di vista in rapporto a una marea di storie vendute con la finta autorevolezza e l’arroganza di ogni incontrovertibile potere.

Dal richiamo costante alla figura del re Leopoldo II del Belgio (spesso impersonato da una presenza spettrale e metaforica), sino alle maschere apotropaiche caratteristiche di una tradizione autoctona e comunitaria, la poetica d’artista si fa veicolo di forze ed energie, che sanno sprigionare la valenza di una storia altra fortemente disponibile a scardinare le certezze di comodo e i crimini sepolti nella terra e, ancor più, nella memoria dei conquistatori.

Installazioni paradossali e asimmetriche abitano lo spazio di una progettazione artistica al servizio della traccia informe e precaria intessuta dagli uomini lungo una ricca storia del tempo.

La propaganda più temeraria e in mala fede, i sogni di gloria e di arricchimento di un’eterna manciata di soli pochi uomini condiscono l’itinerario di una realtà dei fatti che spaventosamente non smette di tornare ad assillare la storia.

I monumenti, i manufatti, le tracce di una sanguinosa traiettoria coloniale incontrano le visioni, i valori e i traumi di un presente precario minacciato dalle false nostalgie di un’età dell’oro mai equamente esistita. «Contro le distorsioni della Storia e le fantasie dell’eredità coloniale», Vanden Eynde carica pesi che restituiscono le azioni più indegne del mondo straricco (Bounty Orders, 2026).

Dai manufatti agognati dal mercato del furto e dalle dimore europee della privazione muove il racconto altro di un incontro culturale che non può aver futuro e riuscita se non si accetta di porsi in ascolto di quanti, da un agire violento e temerario, sono stati nel tempo colpiti e feriti. Il portentoso trittico Malice (2026) chiama in causa tre spettri dalla lettera maiuscola: Religion, Economy e Administration.

Al lettore di un tempo guerresco e decisamente precario basterà aprir la porta di casa, o una delle finestre del suo virtuale marchingegno sempre a portata di mano, per coglierne la più puntuale e drammatica esegesi.

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Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

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