«E se fosse già troppo tardi?» Il filosofo sloveno Slavoj Žižek, attorno all’arduo interrogativo ha innalzato le pagine di un saggio, portentosamente illuminante, per comprendere le logiche e le istanze di un presente in preda a molteplici «guai». Dalla rincorsa al riarmo, sino alla pretesa delle grandi potenze occidentali di poter ugualmente sopperire e far fronte all’emergenza ambientale, scorrono tutte le contraddizioni e le ipocrisie di un mondo sull’orlo della disfatta.

Con la violenza perpetua e la sempre più meschina portata distruttiva che imperversa su Gaza, nelle ultime settimane si è sentito assai spesso evocare un parallelismo con quella che fu l’offensiva americana lanciata sul Vietnam.
Su di una terra martoriata dalle bombe, dalla morte e dal veleno ha scritto inconfondibilmente il grande Noam Chomsky restituendo – con il saggio Per ragioni di stato (Einaudi 2003) -, gran parte dei retroscena di una sempre ostinata e fiera ricerca sul campo.
Chomsky che, difatti, interroga fonti e documenti con lo stesso coraggio e forza di verità proprie della sua scrittura, nel volume citato delinea i contorni di un tempo coperto da segreti ed evidenti difformità, restituendo così la voce controcorrente di quanti non sanno e non possono arrendersi al grigiore di una più che utilitaristica menzogna.
Con la pregnante introduzione di Arundhati Roy (nell’edizione pubblicata da Il Saggiatore nel 2012), il libro propone il racconto storico e fattuale delle vicende già annoverate facendo, di volta in volta, riferimento a materiale documentativo, in parte inedito o ai più poco noto.
Per la guerra del Vietnam, infatti, a parlare sono testi originali e documenti, provenienti in gran parte dagli archivi militari e fonti di intelligence, nel tempo desecretati.
Nella carne viva di un’analisi che non risparmia colpe e responsabilità, gli attacchi aerei sul Vietnam spingono, spalle al muro, sul grado di disumanità «portato a destinazione» su di un campo di lotta e belligeranza.
Ecco, allora, le più infide e malvagie «gioie del napalm» descritte a posteriori da un pilota americano:
«Ci congratuliamo veramente con gli esperti della Dow. Il prodotto originale non bruciava a questa maniera; se i gialli (gooks) erano svelti se lo potevano togliere di dosso. Così i ragazzi hanno provato a metterci del polistirene: adesso attacca come la merda sulle coperte. Però, se i gialli si fossero tuffati nell’acqua avrebbe smesso di bruciare; allora hanno provato a metterci del Willie Peter [Wp, fosforo bianco] per farlo bruciare meglio. Adesso brucia perfino sott’acqua. E ne basta una goccia perché continui a bruciare dentro fino alle ossa, sicché muoiono comunque avvelenati dal fosforo».
Con il tratto marcato di una lotta che non riconosce vita e dignità nell’altro, l’attacco sul Vietnam sembra restituire i fantasmi di una realtà, che tristemente pare esser tornata a tuonare con più forza e scelleratezza del passato.
Ricorda, a tal proposito, Arundhati Roy:
«Da bambina vivevo nel Sud dell’India, nello stato del Kerala – dove il primo governo comunista democraticamente eletto del mondo salì al potere nel 1959 […] – e in quanto orientale, una gook, avevo una paura terribile. Il Kerala si trovava solo a qualche migliaio di chilometri a occidente del Vietnam. Anche noi avevamo la giungla, i fiumi, le risaie e pure i comunisti. Continuavo a immaginarci, mia madre, mio fratello e me, raggiunti da una granata che ci faceva saltare per aria nella boscaglia […] Nei miei sogni sono stata la bambina bruciata dal napalm della famosa fotografia scattata sulla strada per Trang Bang».
Quella del Vietnam fu una lotta di sopravvivenza in risposta alla forza bruta di una presenza imposta dall’esterno, che – come ben raccontano Gordon e Perugini nel libro Scudi umani (Laterza 2025) -, portò sotto gli occhi del mondo il desiderio di riscatto di una intera popolazione.
Nell’azione di resistenza autoctona, un ruolo fondamentale fu occupato dalla lotta di popolo teorizzata da Mao Zedong: «Il generale Giap era affascinato dagli scritti di Mao. In una celebre descrizione della guerra di popolo come l’unione fra non combattenti e combattenti, Mao aveva scritto che “i primi sono come l’acqua, i secondi come i pesci che vi abitano”.
Giap impiegò […] la metafora nel suo manuale di guerriglia […] affermando che per la resistenza vietnamita l’acqua era fatta soprattutto di contadini». Quelle stesse donne e quegli stessi uomini che lottando per la loro terra, le loro case, la loro stessa vita, divennero bersaglio di attacchi micidiali e continui.
Come ha per tempo restituito il lucido e distaccato racconto storico degli eventi, quella del Vietnam fu una delle guerre in cui persino il paesaggio venne dichiarato nemico e tacciato ipocritamente dell’accusa di offrirsi come scudo nella protezione dei guerriglieri.
Come ben illumina il resoconto di un pilota statunitense, a seguito della sua missione di volo:
«Ora è deserta e devastata, un esempio sorprendente di quel che possono fare meno di tre anni di bombardamenti intensivi americani sulle aree rurali. In vaste zone il verde brillante è stato distrutto e sostituito da un quadro astratto nero, costellato di vivaci colori metallici. Gran parte delle foglie che restano sono striminzite e secce a causa dei defoglianti. Il nero è oggi il colore che prevale nella parte settentrionale e orientale della Piana. Il napalm viene gettato regolarmente per bruciare la vegetazione; il fuoco arde di continuo e lascia dei giganteschi rettangoli neri […] Le strade principali […] vengono bombardate senza pietà […] a ondate continue. Lì e lungo i margini della Piana il colore dominante è il giallo. Tutta la vegetazione è distrutta, il numero dei crateri […] infinito […] Anche se la guerra dovesse finire domani, occorrerebbero degli anni per ristabilire l’equilibrio ecologico, ricostruire le città e i villaggi e ripristinare i campi. Anche allora la Piana sarà soggetta per decenni […] alle centinaia di migliaia di bombe inesplose e di mine e ordigni esplosivi camuffati».
La «prima guerra erbicida sistematica della storia» poté contare sull’impegno di un pool d’eccezione, che per il Dipartimento di Difesa americano sviluppò, già a partire dal 1957, i cosiddetti erbicidi tattici, caratterizzati, poi, da sgargianti colori ben distinguibili come l’arancio, il blu, il bianco, il rosa, il verde e, ancora, il viola.
Su di una tremenda offensiva, che quanto a crudeltà ne ha viste letteralmente di tutti i colori, è tornata anche l’iniziativa del Museo regionale trapanese Agostino Pepoli.
Con un evento dal titolo L’impegno civile nell’arte e avendo memoria delle giovani vittime della guerra del napalm, gli eredi dello storico e studioso, nonché direttore Vincenzo Scuderi (Trapani, 1923-2024) hanno scelto di accompagnare il dono permanente dell’opera Violenza (1973) del pittore siciliano Giovanni Valfré (Trapani, 1923-2014), con l’auspicio che l’arte e la cultura possano trovare sempre il coraggio e l’empatica forza di opporsi alle brutture del mondo. In ogni angolo e per ogni tempo.
Che il vento, passionalmente, resti sempre in poppa.
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

