Tra le cesure della storia, il crollo delle Torri Gemelle. Di un 11 settembre 2001, apparentemente un giorno come tanti prima che l’attacco aereo ne squarciasse la fiducia, Enzo Biagi ebbe a ricordare: «Si sono concluse qui le storie umane di tremila persone. Nelle loro tasche i passaporti di sessanta nazioni». Delle crepe di un evento tragico, oggi rimembrato dal complesso commemorativo lasciato verticalmente spoglio, un tempo fece parte anche l’opera possente Sky Gate-New York (1978) dell’artista Louise Nevelson (nata Lija Isaakivna Berljavs’ka – Leah Berliawsky – 23 settembre 1899, Kiev, Ucraina – 17 aprile 1988, New York, Stati Uniti).
L’installazione, commissionata all’artista sul finire degli anni Settanta per il World Trade Center della lussureggiante Manhattan, concluse tragicamente i suoi giorni in preda al tradimento di cascate di fuoco e macerie, sino ad infrangersi al suolo al pari dei sogni delle innumerevoli vittime di quell’attentato. Abbracciando la grande Storia del Novecento, l’artista di origine ucraina Louise Nevelson naturalizzata statunitense, è stata presenza attiva di un far dell’arte in qualità di voce critica al cospetto di quella modernità, che già ben configurava lo stretto rapporto tra la forza del capitale e la spinta ad uno sperpero, impietoso e vorace.
Formatasi tra le maglie dei due conflitti mondiali e godendo di una netta propensione dell’arte ad alzare la voce in risposta alla brutalità del presente, Nevelson sembrò sin da subito celebrare la possibilità di un’estetica tanto personale, quanto matericamente nuova. Dalle prime sperimentazioni in odore del celeberrimo Espressionismo Astratto, l’artista abbracciò presto la possibilità dei materiali, che la metropoli in grande espansione offriva in qualità di scarti e rifiuti da bordo strada.
Ancor prima che l’interesse e gli studi postcoloniali e femministi volgessero lo sguardo verso la città e il rischio vivo di una sempre più aggressiva gentrificazione degli spazi del vissuto, Louise Nevelson percorse la vastità urbana raccogliendo e accogliendo nel suo fare artistico una gran quantità di materiale di scarto.
Ne derivano monumentali architetture della rimanenza, che nella possibilità mai dischiusa e sempre aperta di raccogliere ulteriori prospettive, ben condensano il sogno attivo di una donna, che con il gesto dell’arte ha tracciato le vie di un agire alternativo.

Sculture da parete come Cattedrale del cielo (1958) celebrano tutta possibilità di restituire bellezza e poesia per mezzo dell’assemblaggio creativo di rimanenze, scampoli e rifiuti di ogni sorta (ringhiere, rimanenze di mobili in legno).
Appellandosi alla conoscenza e condivisione giovanile delle istanze cubiste, Nevelson ebbe più volte a ricordare: «Il mio modo di pensare è il collage». Non sorprende allora rintracciare nel suo operato un continuo richiamo alla ricchezza e libertà di poter giocare con l’arte a patto di comporla, smembrarla e restituirla secondo il più autentico sentire.
A sugellare la bellezza del fare concorrono i colori e non colori, a cui Louise Nevelson negli anni pare aver giurato fedeltà. Richiamando una tavolozza cromatica, che negli anni ha motivato anche l’artista Alberto Burri, Nevelson ha prediletto una pittura monocromatica contante sul nero, sull’oro, sul bianco.
Le sue monumentali architetture della ricostruzione, una volta assemblate, hanno potuto godere della possibilità di essere interamente abbracciate da una campitura omogenea, che le ha rese impenetrabili silhouettes di un’essenza. Riportando, difatti, alla memoria le enigmatiche e imponenti architetture e totem maya e aztechi, l’artista ha dato lustro alla possibilità di render l’operato artistico una porta, curiosa e creativa, aperta sul mistero.
«Ho iniziato a utilizzare il nero per vedere le forme più chiaramente», è quanto ha sempre ribadito Nevelson, condividendo probabilmente la potenzialità evocativa di questo non colore con la visione che di esso per tempo hanno avuto grandi artisti rinascimentali del calibro di Pietro Vannucci, detto il Perugino, e Antonello da Messina.
Se questi ultimi al nero hanno fatto ricorso per illuminare a contrasto la presenza signorile di un ritratto, Louise Nevelson ha contato nel suo impiego per motivare la forza di un’essenza primigenia.
Come ha scritto Alain Badiou in un bellissimo saggio a proposito dello Splendore del nero:
«La vita generale e la natura non hanno conti da regolare con il nero, che sia quello del carbone, dello scarabeo, del cane o della balena. E nemmeno con il nero della notte profonda che sommerge le giornate, la notte dei crimini, dei predatori e delle loro vittime ma anche degli amori grazie ai quali tutto ciò che vive seguita a vivere. È l’uomo, e lui solo, che ha mutato in maleficio il nero del corvo e del gatto. È l’uomo che ha aperto il processo al nero».
Nella bellezza e preziosità del dar spazio ad una voce femminile e femminista, Louise Nevelson, così cara e assai stimata da Marcel Duchamp, risplende potentemente di un cambio di rotta fattuale per la storia dell’arte. A guidarla lungo una vita, il sogno reale di «ricostruire il mondo smembrato in una nuova armonia».
Informazioni Louise Nevelson
- A cura di Ilaria Bernardi
- Fino al 20 luglio 2025
- Palazzo Fava, Via Manzoni 2, Bologna
- Per ulteriori informazioni si rimanda al sito www.genusbononiae.it
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.







