Affermava l’artista Christian Boltanski: «Fare arte non significa dire la verità, ma far sentire la verità». Boltanski (Parigi, 1944-2021), un tempo chiamato a prendersi cura e dare una voce alle terribili rimanenze della strage di Ustica, ben conosceva l’importanza di sottrarre alla pornografia della visione, l’anelito di una più che profonda elaborazione, partecipata e intellettiva.

immagine per Museo della Memoria di Ustica, Bologna, riassemblaggio DC-9 Itavia. Photo courtesy Palikap via Wikimedia Commons
Museo della Memoria di Ustica, Bologna, riassemblaggio DC-9 Itavia. Photo courtesy Palikap via Wikimedia Commons

Avendo premura nell’evocare la quotidianità degli scomparsi per mezzo di una e più voci, l’artista avvertì la necessità di proteggere, da un’osservazione voyeuristica e famelica quanto, differentemente, rimaneva di un ultimo, impensabile viaggio della morte.

Boltanski, trascorrendo giornate in ossequio degli struggenti frammenti del DC-9 Itavia, intuì sin da subito che gli amabili effetti e indumenti, che avevano stretto sino all’ultimo i corpi di ogni vittima di un disastro oscuro, avrebbero potuto trovar pace e continuare a evocarne la storia solo se abbracciati da una presenza-non visione, che rinsalda ad ogni passo la più desta consapevolezza.

I contenitori così sigillati, coperti da teli neri posti come in un abbraccio aberrante attorno ai resti del velivolo tentativamente restituito, invocano il trigger e la sensazione oscura di una notte eterna, che non sa trovare pace.

Come un pugno al cuore, il Museo della Memoria di Ustica nasce nella consapevolezza di mantenere viva una storia, che probabilmente la Storia dei grandi avrebbe trovato più agevole depennare, nelle sue verità, sin dall’alba del giorno dopo.

Come necessità della ragione e sulla scorta di un tempo, che fatica a trovare un senso, facendo sempre più spesso presagire il peggio, due libri freschi di stampa si appellano alla natura della sensazione inconscia e, conseguentemente, alle ambiguità degli stimoli esterni indotti, per delineare i tratti di quanto domani faticheremo a perdonare ad una generazione tutta.

Texas Trigger. (e)Lezioni americane a firma Santese-Valli

immagine per Texas Trigger, a firma Santese-Valli
Texas Trigger, a firma Santese-Valli

Scriveva Carl Gustav Jung: «La vita è folle e significante e se non ridiamo della sua follia e non speculiamo sul suo significato, essa diviene banale e tutto si riduce al livello più basso».

Lo sguardo satirico sul mondo, la politica e la socialità tutta dei fotografi Luca Santese (Monza, 1985) e Marco Valli (Monza, 1989) non rende difficile portare alla mente il più che passionale, e sempre ironico, impegno di un giovane uomo, che negli anni Settanta del secolo scorso, osò e riuscì a sfidare la prepotenza mafiosa con la sola forza della parola e della più etica comunicazione.

Sulla scorta di una sfaccettata contemporaneità, tutta da vivere e attraversare, il modus operandi del duo fotografico monzese risplende della medesima e spiccata propensione, che portò Peppino Impastato (Cinisi, 1948-1978) alla restituzione puntuale di azioni, contesti e persone per mezzo di una irresistibile ironia.

Rincorrendo (nel vero senso della parola) gli avvenimenti e i protagonisti della Seconda Repubblica, Santese e Valli sono stati per tempo gli autori di un ulteriore volume fotografico (Il corpo del capitano, 2020), che ben ha saputo tracciare e riportare alla memoria l’indissolubile legame, che per ogni tempo e ogni dove, sembra legare a doppio filo l’aspirazione alla democrazia con una criticamente inspiegabile propensione all’adorazione, populista e feticista, dell’immagine del grande capo o, per lo meno, di un personaggio politicamente illustre.

Tra maggio e giugno del 2024, tra il fumo e l’odore di imminenti elezioni infuocate a stelle e strisce, Valli e Santese hanno percorso una bella fetta del suolo americano per indagare e immortalare fasi e passaggi di un tempo «narrato tremendamente».

In uno Stato, il Texas, abitato da un divisivo sentire, i due reporter hanno tracciato un itinerario documentativo, che fa riferimento al trigger contando sulla portata evocativa e stratificata dello stesso termine.

Se il trigger, difatti, è il dispositivo che in un’arma da fuoco scongiura la possibilità di far partire il colpo accidentalmente, è necessario, ancora una volta, far ritorno alla maestria progettuale e investigativa degli autori per comprendere che la portata del titolo scelto per il volume vivrà sempre nella sensibilità acuta del buon osservatore, che si presti a captare, tra le righe, il più che profondo intento sotteso ad una nuova avventura di viaggio e reportage.

Sondando da più di un decennio il variegato contesto sociale e il panorama politico, entro cui le scelte di quest’ultimo muovono o trovano indirizzo, Santese e Valli si dimostrano puntuali conoscitori della portata, ora riflessiva ora finanche assurda e patetica, che le emozioni, i timori e le paure hanno per i diversi, e in fondo sempre uguali, gruppi di individui, che nutrono e innalzano ogni protagonista politico del momento.

Tralasciando, allora, la scelta esplicata di appellarsi alla natura del trigger per la restituzione editoriale delle pagine che compongono il volume, la potenzialità dell’evocazione scelta fa ritorno, nelle fotografie scattate, all’insostituibile intenzione di raccoglier nel tempo – nel domani di un archivio necessario e fondamentale –, tutti gli impulsi irrazionali, a tratti ironici, e in buona parte animaleschi, che hanno spinto interi aggregati di persone a tifare per le armi più allucinanti e, finanche, da borsetta.

O ancora, a preferire la messa in opera di gabbie per ragazzi e uomini (possibilmente circondate da ligi alligatori), piuttosto che invocare la costruzione di più ospedali, spazi di cura e socialità.

Tra i ritratti al margine dei senzatetto di Dallas e le fotografie, concettualmente evocative, rubate ai partecipanti della Convention conservatrice di San Antonio, scorre la più che raffinata capacità di restituire un frammento di mondo, senza cadere nel facile errore di voler ritrarre forzatamente altro da sé.

Tra le foto scattate spicca, infatti, l’anelito di una quotidianità che, mentre scorre, fatica a riflettere se stessa, cosicché un giovane uomo, impacchettato entro le maglie vivaci di un cartellone antiabortista, finisce quasi per raccogliere visivamente il maternalistico consiglio (non richiesto) di sperimentare la vita prima di farsi intrappolare da rigide sentenze di comodo.

L’America First, la celebrazione de «con le armi è più bello», accompagnate dai timori e dagli interrogativi, che imperversano tra le pagine di larga parte della stampa mondiale, rivivono nel progetto dei due reporter richiamando la pregnante e assai puntuale lezione, che il regista Jonathan Glazer dal palco degli Oscar 2024 seppe rivolgere ad un’opinione pubblica diffusa, troppo spesso, altamente distratta o indifferente.

In richiamo alla scelta poetica e compositiva propria de La zona d’interesse (2023), Glazer ha mostrato in quell’occasione come ogni aberrazione e crimine di questo presente frastornato, finisca per abbracciare la superficialità di un «rumore di fondo», che nessuno (o quasi) pare voler eticamente indagare.

L’oscurità e le possibili, quotidiane mostruosità di un tempo disconnesso da sé stesso in Texas Trigger colpiscono perché sanno dirci che, in fondo, nella non curanza di ogni giorno, un po’ tutti ne siamo parte terribilmente fondante.

Omar El Akkad, Un giorno tutti diranno di essere stati contro (sapendo di mentire)

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Omar El Akkad, Un giorno tutti diranno di essere stati contro

«I morti scavano pozzi nei vivi» è quanto si può scorgere tra le pagine che danno avvio ad un libro struggente, potentemente vivo, perché non risparmia rabbia e indignazione verso uno stato delle cose, che le scelte opportunistiche e le iniziative inesistenti dei più, non riescono a render benevolmente differente.

Il saggio di Omar El Akkad (Il Cairo, 1982) esordisce con l’aria di primavera e una città fantastica, ma tangibilmente vera, costruita dalla figlia dell’autore con carta e peluche lungo gli spazi domestici, senza mancare della felice promessa di colori e un’estesa accoglienza.

«Tra poco compirà sette anni» – ne scrive un papà innamorato – «cento quando dice di essere un drago. È fatta di sogni». L’atmosfera felice di un quotidiano comune a tante giovani coppie si infrange di colpo e con uno strappo quando El Akkad, dal gioco bambino che abita la sua casa, passa a narrare di giornate, ormai da anni percorse abitualmente dai frames infernali e drammatici di una Gaza, che sta smettendo di esistere assieme ai corpi smembrati di larga parte della sua popolazione.

Tra le pagine di un saggio – acre e sofferto come la vita di chi è costretto a sopravvivere alle violenze di ogni forma o scappare per trovar salvezza –, non c’è spazio per distrazioni di forma alcuna; ancora una volta, improvvisi trigger emotivi, occupano lo spazio della scrittura, portando l’autore a ripercorrere il lutto infinito di Gaza, sulla scorta di quanto personalmente egli ha vissuto.

Si cammina così lungo i ricordi enfatici di un’infanzia trascorsa da nuovo arrivato in territorio occidentale prima, e come giornalista e voce narrante poi, sulle ali di un presente infinito, in cui guerre, ingiustizie e piccoli miracoli non smettono di ripetersi o rincorrersi.

Dalle grandi metropoli, ingigantitesi a danno dello sfruttamento e spremitura criminale di quegli stessi immigrati sempre più spesso tacciati come il male da estirpare, sino ai soprusi di una prigione di massima sicurezza come Guantanamo, l’analisi attenta e mai distaccata di Omar El Akkad ragiona il ruolo della stampa e dell’informazione sulla soglia della catastrofe.

«La violenza» – egli scrive – «arriva dopo, il più spesso delle volte per mano di qualcuno che legge un po’ di […] articoli e decide di tradurre in azione qualcosa che è solo implicito, sottinteso. Il punto, il requisito fondamentale, è che si possa dire, Contro quelle persone, quelle persone inferiori, si può fare qualsiasi cosa, ogni azione è giustificata. Il punto è sbandierare la giustificazione. Mi è permesso avere paura di questa cosa? E se sì, qual’ è il potere di acquisto della mia paura?»

Quale tempo, candidamente, ci risparmia? E consola…

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Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

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