Un groviglio di miti e leggende abbraccia l’esistenza restituita del sovrano ammagliato dal volo predatorio. Con il poderoso trattato De arte venandi cum avibus (letteralmente, L’arte di cacciare con gli uccelli, 1239-1248 ca.) l’imperatore Federico II di Svevia mise per iscritto i suoi studi e le sue ricerche attorno all’arte e attività venatoria. Come ha fatto notare la studiosa Anna Laura Trombetti Budriesi:
La falconeria affonda le sue radici nella preistoria e attraversa i continenti. Dall’Asia all’Africa, fino in Europa e in America. Fra le rovine della città di Khorsabad, in Mesopotamia, è stato rinvenuto un basso rilievo raffigurante un falconiere. Risale al regno del Re Assiro Sargon, vissuto attorno al 750 a.C.
L’opera, composta in ben sei volumi e rimasta sostanzialmente incompiuta, ben figura l’inclinazione vorace al sapere e all’osservazione devota propria di un sovrano restituitoci dai ritratti ambivalenti e contrapposti di chi alla sua persona, nel tempo vivente e oltre, si è dedicato.
Anticipando di gran lunga l’idea di gogna mediatica e di una o più fake news, il cronista e frate francescano Salimbene di Adam definì l’imperatore: «un uomo pestifero e maledetto, scismatico, eretico ed epicureo, corruttore di tutta la terra». Motivo per cui, probabilmente, alla sua scrittura tornò utile lo pseudo esperimento sul linguaggio originario attribuito al volere conoscitivo (e senza limite alcuno) di Federico II di Svevia.
Si narra, come da leggenda, che fu impartito a una manciata di servi devoti il compito di occuparsi di neonati in fasce, nutrendoli e curandoli, ma con il solo obbligo categorico di non rivolger loro mai affetto o parola, affinché nel tempo si potesse giungere «alla lingua originale di Adamo ed Eva».
Come dimostrato nel corso del tempo appare oggi quantomai azzardato ritenere che in suddetta diceria e restituzione storica vi fosse una accertata verità rispetto al volere dell’imperatore.
Se di esperimenti ed episodi dalla portata sadica come quello illustrato una ricca tradizione germanica pare conservare casi non dissimili, va dato atto alla storia di Federico II di Svevia la persistenza di una cattiva pubblicità condita da chi, come Salimbene di Adam, mal sopportava il suo potere e la sua figura.
Muovendo tra impeto e passione, dolcezza e crudeltà, il racconto storico sulla vita dell’imperatore restituisce quelle che furono le sue gesta e i suoi amori: primo tra tutti quello infinito per la nobildonna Bianca Lancia.
Larga parte di una leggenda che riguarda i due amanti è stata nel tempo restituita e romanzata dal racconto non del tutto rispondente alla realtà, offerto da padre Bonaventura da Lama (con una ripresa dei contenuti da parte dello storico Pantaleo).
Si narra, a tal proposito, che la nobildonna, al tempo della gestazione di Manfredi (il futuro discendente sovrano), fu relegata con la forza, per volere di Federico, all’interno del Castello fortino di Gioia del Colle.
Scelta violenta e impietosa che condusse Bianca Lancia, subito dopo il parto di un figlio identico a suo padre, a optare per una dimostrazione autolesionista e drammatica come il taglio dei due seni da porgere al sovrano su di un vassoio dorato assieme al piccolo erede.
Sulla scorta di una riflessione emozionale ed emotiva, cadenzata in un eterno e ciclico ritorno, l’artista visiva Martina Zanin (San Daniele del Friuli, 1994) fa approdo negli spazi estesi della Fondazione romana Pastificio Cerere per restituire un racconto potente di incontri e istanze insite alla natura umana e animale.
Appellandosi al volo in una restituzione profonda di itinerari e frames, che sanno evocare percorsi e sensazioni tanto universali quanto particolari, Zanin accompagna la presenza dello spettatore lungo le rotte di un viaggio da condurre in solitaria. Come ha scritto il curatore dell’evento Antonio Grulli:
«C’è tanta pelle nelle opere di Martina Zanin […] La bellezza delle sue opere sta proprio nell’aver abbracciato queste ambiguità, nel mostrarci, in forme nuove e metafore inedite, quanto sia complessa la realtà, la vita, e su tutto l’amore.».
La giovane artista, con alle spalle un bagaglio di personali e collaborazioni notevoli, per la nuova esperienza espositiva continua a condurre il filo di un percorso di ricerca teso ad esplorare la condizione di precarietà, forza e resilienza caratteristica di ogni essere vivente.
La specificità di emozioni e vicende toccate personalmente finisce per offrir la più accorta riflessione sulle necessità e drammaticità proprie anche della vita dell’altro.
Focus e composizioni, che mettono assieme dettagli provenienti dal volo predatorio animale con le realtà quotidiane di slancio e sperimentazione dell’umano, sanno restituire la presenza dinamica di un ragionamento profondo e potente in ogni opzione allestitiva e curatoriale.
La portata dell’installazione rifulge, poi, nelle portentose opere in bronzo e cuoio, che trapassano emozionalmente la pelle dello spettatore con un richiamo alla natura del controllo e del pericolo.
Gli artigli congelati in un gesto d’attacco predatorio e ricomposti nella bella forma di una installazione a muro (si presti, a tal proposito, attenzione ai giochi d’ombra), sembrano evocare tranelli e trappole dorate di un presente stretto nelle mani del più forte e temerario.
Abbracciando il dualismo attacco/protezione, preda/predatore, il falco e la lepre, ecco che a sugellare un itinerario per l’arte pazzesco sopraggiunge una portentosa struttura in ferro, il cui bozzolo interno è una tana preziosa e precaria, che ancora sprigiona l’odore della materia organica che la costituisce.
Una piccola fenditura apre alla possibilità del suo spazio tranello, forse evocando il ribaltamento di una composizione del corpo (scheletro fuori, pelle celata all’indentro) o ancora suggerendo quanto claustrofobico sia un mondo improntato solo alla performance, al marcamento e ad un inarrestabile controllo.
Informazioni: EVERY CARESS, A BLOW di Martina Zanin resta fruibile sino al 18 aprile 2026.
Per ulteriori informazioni si rimanda alle pagine ufficiali di Fondazione Pastificio Cerere Roma.
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.
- Floriana Savino
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