Come in un itinerario della scoperta da non poter definire chiaramente risolto e mai totalmente chiuso, all’arte si può giungere per molteplici strade e diverse vie. Il cammino di Juliana Lapa (Carpina, Brasile, 1985) in odore della progettazione artistica è andato così costruendosi nello studio e nell’applicazione della legge prima, per sugellarsi in un secondo momento nella partecipazione, politica e attiva, alla vita dei movimenti per i diritti fondamentali.
Juliana inizia a tessere storie del disegno e del colore nel momento in cui il suo animo e i suoi occhi si immergono nelle istantanee e negli avvenimenti memorabili del quotidiano. Con la personale Olga non mi ha lasciato nulla in eredità le sue tele giungono ad abitare gli spazi della Galleria Claraboia, a San Paolo del Brasile, con l’intento di offrire vie di fuga possibili e necessarie a un cielo stellato nel nome di donna.

Come illumina Galciani Neves, curatrice della mostra:
“Nelle sue opere, le donne sono le protagoniste, compiono azioni mentre stringono legami con i paesaggi: danzano, camminano, volano, allattano, fanno germogliare stelle, inghiottono luoghi, sgorgano viscere, corrono con i lupi, accendono falò, abbracciano compagne, accarezzano vermi. I loro corpi incitano rituali e stregoneria, custodiscono il mondo, accolgono la prole, celebrano il tempo, gridano lingue, accendono lamenti, implorano venti, partecipano alle feste. Con le dita fanno brillare e bruciare ogni cosa. Pelli di serpente, corpi dorati e scintillanti, seni velenosi, busti trafitti, gambe fatte d’acqua, capelli che tessono storie si metamorfosano e scorrono attraverso montagne, cieli e inferni, guidati dall’immenso desiderio di essere ciò che vogliono.”
Abbattendo muri, e facendo necessariamente a meno della sicurezza di un muro portante, le sue luminose tele popolano lo spazio espositivo invitando il pubblico a tastare e scoprire la portata di un percorso sensoriale e femministicamente anarchico.
Come fu per le Baccanti una linea di frattura, viva e intellettualmente libera, sprigiona la possibilità di veicolare per mezzo dell’arte le forze del desiderio e il canto vivo di una incitazione al più che necessario cambiamento. Se la storia di un potere millenario nelle mani dei padri e dei pochi ha per tempo necessitato di leggende e invenzioni che ne legittimassero in qualche modo l’usurpazione, l’Olga senza alcuno stratagemma e nessuna eredità immaginata da Lapa veicola in poesia il battito di un’anima indispensabile, viva e sognante.
Muovendo tra epifanie visive, accordate ai passi di una storia del diritto e delle rivendicazioni, opere come Magnete (2026) e Luce, spirito vivente (2026) restituiscono corpi, giammai consumati, e così abbracciati da un fuoco potente come l’ardore di ogni più vivifica passione.

Si narra che il latino Orazio fu quasi spinto controvoglia, dal desiderio dell’imperatore Ottaviano Augusto, ad intonare la celebre ode Nunc est bibendum.
Entro le maglie di una leggenda, probabilmente condita con enfasi, si apprende anche che non fu immediato nell’animo del poeta il forte sentire in lode di una presa di potere assoluto da parte del condottiero, che presto si sarebbe configurata nella narrazione impressa nel marmo di un glorioso, eterno e tronfio impero.
Sopra ogni dubbio la sua Cleopatra, “fatale monstrum”, lungi dall’evocare il più insidioso disprezzo, andò a tracciare per la memoria il ricordo di una donna, fatale e forte come un presagio (monstrum, appunto), che con ardore e fierezza preferì la più autonoma morte al giogo dello schiavismo e della vittoria, intentata dal signore di una nuova Roma.
Nelle opere pittoriche di Juliana Lapa corpi ibridi e accese sembianze di donna, metà strega e metà monstrum, offrono l’indimenticata poesia di un corpo «in tumulto, che profana le regole e si libera dai contorni del capitalismo».
Come ha scritto ancora Neves, congedandosi dall’attenzione del pubblico:
“L’arte di Juliana ci dice che tutto passa, lacerando, ferendo, ma passa, e semina il terreno affinché tante Olga possano rinascere. E le Olga non sono personaggi di fantasia. Sono là fuori in abbondanza, lavorano, gestiscono le case, si impegnano nella fatica di prendersi cura di sé e di tutto il resto. […] Le Olga costruiscono castelli per i loro amori, lottano perché i loro cari abbiano diritto alla memoria, a diffondere storie, a guardare l’immensità del mondo […] per rivivere tutto ciò che desiderano per il puro e semplice piacere di ricordare.”
Informazioni: Juliana Lapa, Olga não me deu nada como herança (Olga non mi ha lasciato nulla in eredità)
- Claraboia
Al. Gabriel Monteiro da Silva, 2906
Jardim América, São Paulo, SP, 01442-002 - claraboia.art
- contato@claraboia.art.br
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.













