L’incontro con la fotografia conserva, per Pino Musi (Salerno, 1958), i passi e il sapore dell’infanzia. Come ha avuto modo di esternare nel corso di interviste rilasciate nel tempo, ad avvicinarlo al mondo delle immagini ritratte è l’esser entrato, suo malgrado, in contatto già in giovanissima età con vicissitudini familiari dai tratti spesso così marcati, da aver sentito viva la necessità di volgersi verso «un microcosmo in cui poter creare i miei fantasmi».
“Casa, lembo di prato, luce della sera
Improvvisamente acquistate quasi volto umano.
Siete accanto a noi, abbracciate, abbracciando.”
R.M. Rilke, Poème, 1908
Ad accompagnare e guidare la prassi progettuale e ideativa sopraggiungerà, poi, la portata enfatica di due grandi passioni: il processo alchemico e artigianale sotteso alla frequentazione della camera oscura, nonché un amore sconfinato per il teatro.
Musi, a tal proposito, ha puntualmente illuminato come «entrambe siano espressioni la cui matrice è l’oscurità. Un buco nero che porta a comporre immagini».
Evocando l’essenza primigenia della teatralità di matrice greca, sino a rimembrare la necessità di trasportare in fotografia la forma essenziale del teatro povero di Jerzy Grotowski (Rzeszów, 1933 – Pontedera, 1999), il fotografo di origini campane, oggi residente a Parigi, intona una personale per la Fondazione Biscozzi Rimbaud di Lecce, che sa di orizzonti della più vivifica sospensione. Afferma:
«Le cose» –«devono essere dense nel loro minimo. […] Io non cerco stati d’animo, ma un’immagine che stia all’interno di una bolla sospesa».
Volgendo lo sguardo ai margini frastagliati e mutanti della metropoli contemporanea, Pino Musi ha appositamente realizzato un corpus di 56 opere inedite, accompagnate da una proiezione video di circa 25 minuti.
Lo spazio della fondazione pugliese si appresta così a divenire luogo di incontro per orizzonti cittadini astratti e minimali, la cui decodifica e immaginazione si offre al pubblico nella portata più pura e genuina.
Rimasto largamente fedele alla bellezza dei grigi e di un bianco e nero, derivante dalla più intima sperimentazione in camera oscura, Pino Musi ricorre al digitale unicamente nella promessa, sempre evidente, di accompagnare una significanza che è anche la più preziosa cifra stilistica di un percorso di sperimentazione cinquantennale.
Come ha ben evidenziato Stefania Zuliani, curatrice della mostra:
«Musi costruisce le sue visioni di architetture, di paesaggi, di pagine antiche e di volti, sempre con la stessa urgenza, quella di mostrare non ciò che gli occhi vedono ma ciò che lo sguardo distingue, quella forma, stabile ma non immota, che diventa immagine, una scrittura di luce che, inevitabilmente, ci riguarda, ci guarda e coinvolge».
Tempo e spazio si rincorrono in un fondersi di frames, che potrebbero benissimo vivere anche della poesia di una solitudine, sublimata e sospesa.
Mirando all’essenza, piuttosto che al riconoscibile di una mappa, Musi infrange la stessa idea e immagine digerita dello spazio di città. In un vortice emozionale, che invoca una visione oltre i limiti concessi, torna la rêverie di Gaston Bachelard: l’idea che il tempo e lo spazio siano lì per ricongiungerci ad un sogno, che è materia soave del più intellettivo tra gli abbandoni.
«Si crede talvolta di conoscersi nel tempo e non si conosce che una sequela di fissazioni negli spazi della stabilità dell’essere, di un essere che non vuole passare, che, nello stesso passato, quando va alla ricerca del tempo perduto, vuole “sospendere” il volo del tempo. Lo spazio, nei suoi mille alveoli, racchiude e comprime il tempo: lo spazio serve a questo scopo». (Gaston Bachelard, 1957)
Informazioni Pino Musi. Polyphōnia
- A cura di Stefania Zuliani
- Fino al 6 gennaio 2026
- Fondazione Biscozzi Rimbaud di Lecce
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.











