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Shuo Hao: soffiare bolle di sapone al sole

di Floriana Savino

Il vetro può trasformarsi in olio? I fiori posati su un corpo ferito possono trasformarsi in sangue?  Puoi lavare via i tuoi segreti scottanti nell’acqua fresca di uno stagno? Giocare a ping-pong con una racchetta a specchio? Soffiare bolle di sapone al sole?
Shuo Hao

Alle porte dell’invisibile, entro un campo di forze in cui l’opera d’arte si offre in qualità di perpetuo movimento e immaginifica visione, Shuo Hao (Cina, 1992) tesse l’itinerario della personale parigina Huile de vitre (chiusa da qualche giorno, il 4 ottobre 2025, e ospitata dalla Galerie Derouillon).

immagine per Shuo Hao, Huile de vitre, Galerie Derouillon, Parigi.
Shuo Hao, Huile de vitre, Galerie Derouillon, Parigi.

Celebrando la possibilità che un’azione per l’arte si esprima sottoforma di rito, la giovane artista, da tempo residente a Parigi, dà spazio ad un universo figurato, in cui converge il bagaglio mitologico di una geografia estesa e senza alcun confine.

Cantando della bellezza di un più che prolifico incontro e ibridazione tra culture, Shuo Hao si mostra perfetta conoscitrice della portata del mito tanto per la cultura classica, quanto per i suoi risvolti immaginifici nelle religioni monoteiste, come quella cristiana.

Rivolgendosi, di fatto, ad un universo di oggetti ritrovati (tavoli, sedie, paraventi e dispense), l’artista figura «al sogno, alla mente e alla sua mano» tutta la magnificenza di personaggi archetipici dipinti come la Persefone rapita, Leda abusata da Zeus e tramutatasi in cigno, il volo di Icaro, Sant’Agata martirizzata o, ancora, Cerbero dalle tre teste infernali e la mitologica Sfinge.

Nell’evocazione di un presente intento ad abbracciare ogni tempo, vivibile e vissuto, l’artista dona all’arte la possibilità di dialogare con un universo fenomenologico, in cui la portata dello stesso titolo scelto per la mostra, Huile de vitre, suggerisce un più che profondo richiamo agli studi del filosofo francese Gaston Bachelard (Bar-sur-Aube, 1884 – Parigi, 1962).

immagine per Shuo Hao, Huile de vitre, Galerie Derouillon, Parigi.
Shuo Hao, Huile de vitre, Galerie Derouillon, Parigi.

Sulla soglia di uno spazio modellato avendo cura di preservarne la più anarchica e inconscia portata simbolica, Shuo Hao dà libero sfogo ad una narrazione per l’arte, pienamente consapevole di quanto la sua più irripetibile ricchezza risieda nel risveglio di una percezione onirica e sensorialmente attiva. Se ogni sguardo muove ricomponendo, a suo modo, specifiche e intimistiche narrazioni, nella scelta progettuale d’artista alberga tutta la preziosità di un tempo sospeso e donato alla possibilità del sogno e del ricongiungimento con il sé più autentico.

In uno spazio restituito che, per mezzo delle sue figure mitologiche e sacre annoverate, sa parlare del dolore, del miracolo e della trasformazione, rifulge lo splendore di un esile frammento di mondo, restituito attraverso la portata di un più che profondo ascolto. La breccia di un vissuto atemporale e primordiale è qui evocata attraverso il richiamo a tradizioni sciamaniche sepolte, come tesori, nel deserto fecondo del passato.

immagine per Shuo Hao, Huile de vitre, Galerie Derouillon, Parigi.
Shuo Hao, Huile de vitre, Galerie Derouillon, Parigi.

Rievocando l’essenza di scritti fondamentali come il Libro dei Mutamenti (Yi Jing) e appellandosi alla portata antropologica di pratiche antichissime e divinatorie, come la scapulomanzia, Shuo Hao restituisce al fuoco la sua più archetipica e metaforica significanza.

Se, come affermava Marc Augé nel 1998, «I ricordi vengono sagomati dall’oblio come i contorni della riva del mare», il fuoco dell’illuminazione, che abbraccia l’operato di Shuo Hao, vuol essere un richiamo accorato a far dell’arte un’occasione, mai sprecata, per ricongiungersi con un universo immaginifico, celato nelle incombenze e frenesie del quotidiano.

Come lo sciamano-indovino di «un tempo mitologicamente eterno» era chiamato a rintracciare e interpretare il volere degli dèi, per mezzo delle incrinature prodotte dal fuoco sui gusci di tartaruga e nelle ossa delle creature sacrificate (per lo più nel corso della Dinastia Shang, 1766-1122 a.C.), nel tempo dato della mostra parigina, la pittura soave e fluente di Shuo Hao vuol essere un’ode di abbandono al sogno vivifico, e misteriosamente carpito, di un istante che profuma di universo.

 

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Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

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