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Zanele Muholi. La presenza, la profondità. Hasselblad Award 2026

di Floriana Savino

Per l’anno 2026 il prestigioso Hasselblad Award va a Zanele Muholi (Umlazi, Sudafrica, 1972), l’artista che, ricusando il potere insito a una forzatamente richiesta definizione binaria, per identificarsi ha scelto di fare appello al pronome loro.

«Amarsi non è un punto di partenza. È qualcosa che si impara, si pratica, si difende».

I mille volti, gli accurati ritratti e autoritratti, che accompagnano un percorso più che ventennale, condensano la portata di un viaggio in itinere, evocante la possibilità del tutto. Nati al tempo della violenza dell’apartheid, Muholi hanno elaborato una presenza della storia che non può prescindere dal ragionare gli sbagli, le visioni ristrette e una quantità deleteria di crimini. Donando un volto, la felicità e una voce alle comunità queer, transgender e non binarie sudafricane, i loro scatti rintracciano la forza di riflettere la vita differentemente.

Come hanno ricordato, ricevendo il premio fotografico svedese:

«Questo riconoscimento […] afferma che le nostre vite meritano di essere viste, non come statistiche, non come ombre, ma come esseri umani […] il […] lavoro si è concentrato sulla visibilità e sulla resistenza. Si è trattato di creare un archivio affinché nessuno potesse dire: “Non lo sapevo”. Quando arriva questo onore, lo [si riceve] a nome [di una] comunità, di coloro che sono stati cancellati, di coloro che sono ancora qui e di coloro che devono ancora vedersi riflessi con dignità.»

Contando sull’eleganza e la bellezza dell’impiego di una ritrattistica in bianco e nero (come per la serie Somnyama Ngonyama), Muholi allestiscono uno spazio al di là dello studio d’artista, che ben sa intonare e restituire la forza di un salto controcorrente rispetto ai confini societari, dati o concessi.

Con la serie molteplice e prolungata Volti e Vasi, avviata a partire dal 2006, Zanele Muholi hanno optato per la costruzione di un archivio consapevole delle lotte per la libertà e i diritti. Se il decorso del lungo colonialismo europeo in terra d’Africa ha accompagnato e, finanche inasprito, la smania del controllo sul corpo di donna e sulle libertà di vita condivisa e comunitaria, va ad artisti come Zanele il merito di spingere l’arte e la fotografia oltre la soglia del tradizionalmente dato.

Scatti che trasudano di creatività, seduzione e bellezza restituiscono il canto potente di una coralità, che si affida alla differenza per restituire i contorni possibili di un mondo più generoso e pacifico.

Alle porte di un tempo scosso dagli spettri di Marte, da un ritorno disgustoso ai proclami macisti del più recondito patriarcato, alla fotografia di Zanele Muholi è affidata la presenza di un riconoscimento che, sentimentalmente, ci si auspica possa essere la speranza e l’ostinazione di voci, corpi e lotte, che non hanno mai smesso di intonare il succo della vita e della più nobile libertà.

Perché, come gridava l’attivista siciliano Nino Gennaro occupando le strade e le piazze delle manifestazioni studentesche: «[in questa vita] o si è felici, o si è complici».

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Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

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