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Umberto Eco. Digressione lungo il passaggio di un decennio

di Floriana Savino

Se il mito, e un po’ di quanto persiste del sogno, sa sempre accompagnare e rendere grande il tempo della memoria, probabilmente, il racconto sopraggiunto alla mano che scrive rivive della magia contornata dagli anni della gioventù e di un lungo Sessantotto italiano, che abitò indistintamente le piazze e i cuori.

Nei mesi e negli anni che videro le facoltà universitarie condirsi di slogan e striscioni memorabili, assieme all’occupazione serrata di spazi condivisi e di formazione attiva, c’è chi ribadisce di aver intravisto l’indimenticabile Umberto Eco (Alessandria, 1932 – Milano, 2016) sostare dinanzi alle barriere precarie degli studenti in rivolta, per apprendere controcorrente (con i propri occhi e le proprie orecchie) i perché di una stagione per alcuni inimmaginabile e, per questo, rimasta tendenzialmente incompresa.

Se questo racconto, come ogni racconto, può assomigliare al sogno immaginifico di chi dalle parole di un uomo, di un professore universitario, si sentì in qualche modo avvicinato, è bene ricordare come larga parte della produzione del grande semiologo e studioso italiano, soprattutto in materia di analisi e riflessione sul sociale, sembrò prettamente percorrere e tracciare il resoconto di una stagione nuova e differente.

Per la figura di Eco si annovera spesso un richiamo alla profezia, che da gran ateo delle smancerie e della gloria, il professore avrebbe in ogni modo dissacrato con la sua più peculiare e inarrestabile ironia. Portare il pensiero e le analisi di Umberto Eco nel presente – espropriandole di qualsivoglia, semplicistica lettura a carattere profetico -, corrisponde a restituire il più che meritato lustro, nonché l’intellettuale riconoscenza alle osservazioni di un uomo che alla fredda teoria ha sempre preferito l’analisi e la conoscenza dei fatti.

immagine per Umberto Eco. Digressione lungo il passaggio di un decennio
Umberto Eco nel 2015 in uno scatto di Roberto Cotroneo

Lungo le rotte di un confuso e temibile presente (riprendendo le parole di Corrado Augias), scritti come Il topo e il topos, del 1975, ben sanno restituire le sempre attuali istanze di temi scottanti come la sicurezza, l’immigrazione e la stereotipizzazione di matrice razzista. Eco, a tal proposito, ha spesso mostrato una naturale propensione a tracciarne il filo conduttore standosene tranquillamente seduto a bordo di una vettura come un taxi diretto in aeroporto.

Annota il professore a riguardo:

Sovente mi capita di parlare con i tassisti delle rapine che funestano la città: e sovente il tassista (ma sono ormai battute di convenzione a copione, tanto per intrattenere il passeggero) mi dice che non si sa più in che mondo si vive, che la gente ha perso il senso della morale e ruba e ammazza più di una volta. Mi riesce sempre più difficile spiegare che la crescita della criminalità “moderna” è proporzionale alla crescita urbana in tutto il mondo; e vengo ascoltato con degnazione quando faccio presente la faccenda dei topi. Allevate un numero dato di topi in uno spazio ragionevole e poi aumentate gradatamente la densità dei topi: [incominceranno] a mordersi la coda, [a mostrare] comportamenti sessuali aberranti, infine […] vere e proprie orge di asocialità. Non sono i topi [ad esser cattivi], è lo spazio che è cattivo per i topi.

Partendo da un aneddoto, in parvenza colorato come una favola sorprendente, Eco sapeva traghettare le posizioni di comodo del buon interlocutore del caso, chiamando in appello istanze come la partecipazione e una, a tratti complessa, chiamata collettiva alla responsabilità.

In quell’occasione continuò pertanto a considerare (per poi lasciarne traccia in un editoriale):

[…] questo argomento obbligherebbe il tassista a riconoscere che una delle cause della criminalità urbana è anche una delle cause della sua aumentata attività professionale, l’ingrandirsi cioè […] della città che ha anche moltiplicato il numero dei tassisti. Siccome istintivamente gli ripugna questo riconoscimento di involontaria corresponsabilità, preferisce credere che il male di cui parla sia il Male, una sorta di forza autonoma e senza radici.

Per l’insostituibile semiologo «ignorare le connessioni» ha sempre significato non mirare alla soluzione, «specie quando le soluzioni sono scomode. Il fascismo psicologico (non solo quello storico) nasce quando si rinuncia a cercare le interconnessioni che producono i mali e si preferisce iniziare una crociata risanatrice contro il Male. E siccome il Male deve pure avere un agente, ecco che nasce [la famosa] sindrome del complotto».

È caratteristico pensare che Umberto Eco, lungo i dieci anni che hanno accompagnato la sua unicamente fisica scomparsa, abbia a priori ed espressamente richiesto che non vi fosse mai, prima di allora, alcuna organizzazione di convegni e giornate studio offerte in sua memoria.

Sondando i passi della vita di un uomo consapevole e attento, che ha sempre accompagnato la scrittura a un credo di rispetto e coerenza a tratti catarticamente religioso, occorre valutare come lo stacco di un decennio permetta a noi, ad ognuno di noi, di situare, ripercorrere, maneggiare e all’occorrenza sentimentalmente contraddire, le impressioni e i resoconti di un gigante che nella cassetta del mestiere ha sempre conservato la più preziosa, intelligente e dissacrante ironia.

Dei dieci anni trascorsi non permane alcuna profezia, se non la pienezza di una mente e uno spirito affidate alla forza di una costante, e sempre potente, riflessione.

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Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

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