L’immaginario onirico e fantastico, nonché il folclore legato a molteplici siti storici preservati dallo scorrere del tempo, si nutre da sempre dell’immagine misterica e scontornata di eteree presenze fantasma che, nel silenzio più pauroso, abitano torrioni e castelli desolati. Nel sogno dei più giovani, al pari del vetro o del cristallo, a tali silhouettes della paura si affianca l’anelito di una materia tangibile quantomai fragile, ma ugualmente persistente, che nel suo rimestarsi sottoforma di schegge e finanche di polvere, terrorizza incubi e fantasiose possibilità.
Sulla scorta di una patologia dissociativa, la cosiddetta Glass Delusion – ben documentata negli scritti di intellettuali del calibro di Giovanni Boccaccio (Certaldo, 1313 – 1375) e René Descartes (Descartes, 1596 – Stoccolma, 1650) -, è possibile oggi illuminare un’antica fobia, per lo più nobiliare, al cospetto del tessuto e della più raffinata ispirazione del far dell’arte contemporaneo.
Ispirandosi alle vesti di epoca vittoriana, destinate per lo più alle giovanissime nobildonne, l’artista visuale Brandon Morris (San Diego, 2000) si serve di resina e fibra di vetro per modellare, con l’aiuto dell’aria, la presenza di un pieno corporeo, materialmente assente.
Intonando un canto dell’assenza pregnante, Morris sembra confarsi alla portata allegorica di una patologia come la Glass Delusion per illuminare la precarietà di presenze assenti, che congelano sensorialmente, almeno per il tempo dell’arte, la frenesia e la corsa del moderno.
Osservare le opere fantasma di Brandon Morris (come, all’effettivo suggerito dalla scelta di annoverare la serie in qualità di Ghost Dress) equivale a porsi dinanzi al timore continuo di uomini e donne, che per tempo hanno sofferto della convinzione disturbante di esser ricoperti non già di pelle, ma di labile e fragile vetro.
Immerse nello spazio parigino dell’Europe Gallery NYC, i Ghost Dress (2025) di Morris ragionano il punto di connessione tra arte, moda e design, non smettendo empaticamente di evocare i traumi e le complessità di un presente segnato da molteplici istanze.


Tornando alla presenza del corpo, l’operato di Morris non risparmia di sottoporre quest’ultimo alla pressione e forte esposizione, caratteristica dell’iperrealtà social. Come in un vortice segnato dalla presenza e necessità egotista di dover forzatamente e ad ogni costo lasciare una traccia, le silhouettes trasparenti progettate dall’artista, sembrano essersi spinte tanto in là (o tanto indietro nel tempo) da preferire anarchicamente l’aria o un’assenza.
Come ha illuminato il critico d’arte Pierre Restany:
“[…] La pelle rappresenta la frontiera fisica della psicologia, del sentimento, della sensibilità: l’ego è nel sacco”,
Raffreddando il corpo della data presenza, Brandon Morris a Parigi ha danzato in contrapposizione, o forse solo specularmente, rispetto alla performance viva, traghettata dal Museion di Bolzano, in ricordo dell’artista franco-marocchina Nicola L. (Mazagan, 1932- Los Angeles, 2018).
L’artista, registrata all’anagrafe come Nicole Jeannine Suzanne Leuthe, dedica consapevolmente a sé e alla sua arte l’appellativo Nicola L. per la più che passionale esigenza di sentirsi libera da ogni restrizione legata ad un nome e un cognome presi in sorte alla nascita.
Nicola L., con gran carisma e sintomatica allegria, sarà luminosamente una delle artiste protagoniste delle insostituibili e vivifiche manifestazioni sessantottine. In definizione di larga parte delle sue opere che, per mezzo di una morbidezza sovversiva, hanno abbracciato e messo in risalto la vivacità di un corpo collettivo, Pierre Restany ha battezzato l’appellativo pénétrables, ben ribadendo a tal proposito:
“A volte, la borsa è una prigione. Chi non ha mai desiderato uscire da se stesso? Per natura certi molluschi sono costantemente alla ricerca di un guscio protettivo: l’armatura di qualcun altro. Nicola ci offre […] una seconda pelle, liscia e inespugnabile. Plastica in ogni senso della parola, nell’apparenza e nella realtà. […] Questa pelle sintetica, la pelle di tutti e di nessuno, assorbe il calore della carne nelle sue pieghe: dopo il ritiro, per un attimo, conserva l’impronta del precedente occupante, l’impressione immediata della sua assenza. Penetrazione dall’interno, ritorno all’utero, pene e vulva, dito e guanto: torniamo istantaneamente alla fonte stessa della vita, nell’universo organico di ogni rinascita.” (Restany; 1968).
Assaporando la bellezza e la libertà di un presente, in parte realizzato, e un sempre più attuabile futuro, scevro da pregiudizi e insensate limitazioni, Nicola L. non ha mai smesso di figurare, per la sua arte, una realtà ricreata di corpi consapevoli di spingersi oltre ogni categoria forzatamente data o concessa.
Con la retrospettiva dal titolo decisamente evocativo, Nicola L.- I Am The Last Woman Object, il polo museale sudtirolese ha scelto di ospitare ben ottanta opere dell’artista, realizzate in cinquant’anni, che restituiscono minuziosamente tutta la portata energica di una stagione che ha donato ai corpi la libertà della scelta e, finanche, la possibilità di un fluttuante e sentito mutamento.
Nicola L. che, come prima di lei il leggendario Malcom X (Omaha, 1925 – New York, 1965), ha fatto ricorso al taglio di una definizione limitante, è oggi l’artista che, forse, meglio di chiunque altro condensa la spinta e il miraggio verso istanze e orizzonti, che sappiano fattualmente sposare una convivenza, pacifica e vissuta, contante sulla bellezza dell’alterità.
Passando per l’ingiustizia e la vergogna diffusa di un corpo e una presenza femminile oggettificata dal più becero machismo, Nicola L. spinge lo spettatore, corpo a corpo, con l’assurdità di un presente tanto reale, quanto ridicolmente impossibile da digerire e accettare.
Volendo concludere con le parole dell’affezionato Restany:
L’immaginario di Nicola non prende nulla in prestito dal folclore della natura moderna. Non costruisce alcuna struttura immaginaria. Incide nella carne viva dei nostri sensi. Ci invita a vivere, come lei, fino in fondo. Siamo toccati dall’opera di Nicola perché ci riguarda immediatamente. Questa donna non somiglia a nessuno, nemmeno a sé stessa, restituisce la sensualità della pelle davanti agli occhi. Non è vero che le apparenze ingannano: sono la pelle delle cose, e sono lì, punto! […] Il lavoro di Nicola è come una lezione sui fatti della vita per adulti sensibili e consenzienti (Restany; 1968).
Informazioni mostre
- La personale di Brandon Morris, Tissu Espansé, ha avuto luogo, tra il 19 e 30 ottobre, presso gli spazi parigini dell’Europa Gallery.
- La retrospettiva Nicola L.- I Am The Last Woman Object presso il Museion di Bolzano è protratta sino all’1 marzo 2026
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.



















