ultimi articoli dell'autore

Nari Ward. Until That Day alla DESTE Foundation dell’isola greca Hydra

di Floriana Savino

L’intervento dell’artista Nari Ward (St. Andrew, Giamaica, 1963) per il DESTE Project Space Slaughterhouse nell’isola greca Hydra – sino al 31 ottobre 2026 – coglie l’eco di una stagione, passata e presente, in ascolto del famoso brano che fu di Bob Marley (Nine Mile, Giamaica, 1945 – Miami, Florida, 1981).

War (1973), infatti, divenne immediatamente l’inno di un appassionato e vivo sentire, intenzionato a liberarsi, anche per la musica e nell’arte, dal peso mortifero di ogni tentata discriminazione e, così, dall’ignobile razzismo.

Marley volle trasporre in musica il celeberrimo discorso pronunciato dall’imperatore etiope Hailé Selassié (Ejarsagoro, Harar, 1892 – Addis Abeba 1975) al cospetto del gran consiglio delle Nazioni Unite il 4 ottobre 1963.

In quello stesso anno Selassié si trovò, suo malgrado, a dover presenziare anche dinanzi alla Società delle Nazioni, nella speranza ultima che la tragica e viva denuncia di quanto il fascismo italiano stava compiendo con l’invasione dell’Etiopia potesse essere, in qualche modo, abiurato e fermato da un impegno terzi.

Quanto seguì nel fattuale disinteresse e per l’ignobile strategia applicata da taluni stati occidentali lasciò libero il campo alla distruzione e alla violenza indescrivibile, condotta dai fascisti in terra d’Africa.

Tra le vittime prescelte ci furono i civili e persino le tende di fortuna della Croce Rossa. Gli attacchi dal cielo portarono ovunque distruzione, sangue e morte.

La puntuale e certosina ricerca dello storico Michael Palumbo, confluita in un saggio dal titolo Le atrocità di Mussolini. I crimini rimossi dell’Italia fascista (edizioni Alegre, 2024), ha recentemente condotto all’attenzione di un pubblico più esteso quello che fu l’itinerario infausto e belligerante degli “italiani brava gente”, guidati da gerarchi criminali privi di ogni moralità e del rispetto per l’umano.

Come si legge nel capitolo dedicato alla cosiddetta missione civilizzatrice, tanto decantata in patria dal regime:

La maggior parte degli italiani, […] fra cui commercianti, camionisti e funzionari del governo, coglieva ora l’opportunità di decimare l’inerme popolazione nera. Una spiegazione plausibile della loro condotta selvaggia nei confronti degli etiopi è fornita dalla frase di Macchiavelli: «Perché tra le altre cagioni di male che ti arreca l’essere disarmato, ti fa disprezzare».

Ma gli italiani non si limitavano a disprezzare gli etiopi, ne avevano anche paura: era ovvio che un popolo così orgoglioso prima o poi avrebbe tentato di riprendersi il proprio paese. Così come per molte altre atrocità compiute […] fu la paura, assieme alla cupidigia e all’avidità, a spingere molti fascisti e soldati a portare a termine i piani criminali dei loro superiori.

Un diplomatico americano descrisse così […] la violenza […]: «Gli italiani hanno perduto completamente la testa. Dal momento dell’incidente bande indisciplinate di camicie nere e braccianti, armati di fucili, scuri e mazze, vagano per le strade uccidendo gli indigeni, persino le donne, con scene rivoltanti di barbarie.

Molti indigeni, le cui capanne erano state date alle fiamme, sono stati colpiti mentre tentavano di scappare, oppure sono stati costretti a morire tra le fiamme».

Le incursioni fasciste che, negli stessi anni martoriarono anche la Grecia, non furono meno violente (e terribilmente sadiche) nella tortura quotidiana inflitta ai civili e partigiani resi prigionieri.

Nel campo di Larissa le condizioni di vita erano orrende: secondo un resoconto greco, esso era «organizzato su modello dei terribili lager tedeschi». […]

Alcuni dei capannoni erano senza porte o finestre, cosa che rendeva gli inverni insopportabili e quando i prigionieri chiedevano al comandante del campo […] il materiale per riparare le loro baracche, questi rispondeva: «Morite, cani, non siete stati portati qui per vivere ma per morire». […]

Al campo di Larissa il tasso di mortalità era molto alto: all’inizio del 1943 raggiungeva i dieci morti al giorno, il che significava che i prigionieri non potevano sopravvivere più di sei mesi. I reclusi gravemente feriti o seriamente ammalati erano portati nel “bagno”, una piccola stanza in cui erano lasciati morire.

Grossi topi avevano di che banchettare coi corpi dei morti e dei moribondi, così che quando il becchino veniva a raccoglierli trovava gli occhi, le orecchie e i nasi divorati. Spesso i cadaveri non avevano neanche più l’aspetto umano.

Muovendo nella storia e lungo i passi di tutto quel che è stato, l’Until That Day di Nari Ward tesse, evidenzia e offre partecipazione ai racconti, spesso silenziati, delle collettività minute.

Dalla comunità africana, riunitasi in Grecia tra il XX e il XXI secolo, sino alle memorie della discriminazione, del rifiuto e di una normalizzata violenza, la traiettoria dell’arte prescelta da Ward restituisce scarti, resi nobili dalla volontà della mano creatrice di onorare l’esistenza degli anonimi e degli sfruttati.

Quelle stesse persone e lavoratori onesti, che gli occhi occidentali hanno smesso di guardare e onorare nell’identità dell’essere umano, lasciato in balìa delle più tristi e mortifere rotte del Mediterraneo.

Nel tempo in cui il filo spinato offre orripilanti contorni di geografie, imposte con la violenza e una gran distanza dalla più preziosa essenza che restituisce la vita, Nari Ward assembla le sue installazioni ambientali facendo delle coperte salvavita dei migranti, delle corde e del ferro, il materiale eletto di artefatti che, per l’inaugurazione dell’evento, si sono accompagnati a danze e musica.

Tra i musicisti di una giornata condivisa, ecco Aggelos Aggelou e l’antica tradizione rebetika, in accompagnamento al suono afro di una comunità che, nell’incontro e nella passione condivisa, abita la cittadinanza greca.

Nello sfacelo cingente le logiche avverse del capitale e di una complessità che, in alcun modo, può essere affidata alle risposte semplicistiche della propaganda più reazionaria, il progetto ambientale per l’isola di Hydra attiva la profonda idea che un vivere comune e condiviso possa traghettare più fortune, che fumosi (e razionalmente indimostrabili) “guai”.

dakis@deste.gr, regina@deste.gr, contact@nariwardstudio.com

Website |  + ARTICOLI

Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *