Tra il gioco e la finzione l’universo dai contorni naturali e l’immaginario del progresso di Chloé Azzopardi (Parigi, 1994) percorre a ritroso il segno di una progettazione fantastica, che fu peculiarmente umanista.
Sebbene il mito del genio postumo abbia in qualche modo e senza volerlo romanzato le piccole prove di sperimentazione quotidiana di un giovanissimo Leonardo (sino ad oscurarne la portata più energica, vivifica e, in più di un caso, preziosamente fallimentare), è doveroso tornare alle sue costruzioni, innovatrici e fantastiche, per comprendere la passione sperimentale che, parimenti, ha motivato l’interesse e l’illuminazione di Azzopardi in rapporto alla realizzazione della serie performativa e fotografica Non Technological Devices (2023).

Sognando di planare sulle acque e sfiorare il cielo con un dito Leonardo da Vinci trascorse larga parte della sua vita ad abbozzare, assemblare, rifinire e ideare marchingegni, che potessero mutare l’idea stessa di attraversare piccoli spicchi di mondo.
Larga parte dei sistemi meccanici, che abbiamo adorato e osannato al cospetto del ritrovamento e della vista mirabile dei suoi taccuini (conosciuti oggi come i Codici leonardeschi), fu all’origine della costruzione, precaria e sperimentale, di strutture in legno assemblate molteplici volte e su diversa scala dalla mano d’artista in persona.
Leonardo procedeva per i suoi giorni e lungo la creatività delle sue idee andando di prova: la traccia su taccuino gettava le linee guida di un’intuizione, così come i materiali assemblati, spesso in stranissime strutture, condensavano la voglia massima, la spinta e la possibilità di fallire o, differentemente, raggiungere il più mirabile obiettivo.
La serie di scatti fotografici disposta nel cortile interno di Casa Santa a Monopoli, in occasione della XI edizione del festival di arte e fotografia PhEST (sino al primo novembre 2026), traghetta con sé l’evocazione di un interesse da parte d’artista per la possibilità della poesia offerta dalla materia povera, così celebrata nell’unione di qualcosa di differente e, finanche, generalmente impensabile.
All’ombra di un grande fico, lasciato libero di estendere i rami e la sua influenza verde oltre il perimetro della terra, vere e proprie strutture ricucite con legni e corde sorreggono le fotografie esposte anarchicamente all’attenzione del pubblico.
Nella potenzialità di una primitiva idea di cavalletto d’arte, il legno rudimentale dei rami raccolti in loco trasborda idealmente dall’ambiente empirico dello scatto realizzato per unire il dentro e il fuori, l’assemblaggio intellettuale riverberante nell’azione d’artista e il peso stabile del legno e di un masso, che ne sorreggono la visione.
I gesti, il corpo e le mani d’artista veicolano, muovono e animano le macchine verdi pensate in sostituzione e provocazione rispetto a una società del progresso, che si intende e vive nella sola idea dell’insostituibilità del mezzo tecnologico onnipresente. Le ali di legno mostrate, ponendo le spalle al mondo, sono l’espressione somma dell’abbandono leonardesco a mondi altri, che non tolleravano la guerra, la distruzione e l’infliggere morte.
In odore di una vivissima leggenda, si narra che il pittore ribelle di Vinci alla richiesta della creazione di un infernale arco della morte ricevuta dal vendicativo Cesare Borgia, detto il Valentino, reagì proponendo un bozzetto studiato a priori per risultar nella realizzazione effettiva marcatamente impossibile e definitivamente fallimentare.
Se Leonardo detestò sempre il sangue sparso degli innocenti e l’inutilità della guerra, modeste e poetiche ali assemblate in legno tornano a rimarcare l’essenza profonda di un contesto mondo, che per sopravvivere al suo sperpero e all’inquinamento dovrebbe, forse, realizzare l’utilità di costringersi a una vera e propria pausa dal bulimico bisogno insensato di continua e sempre nuova produzione.
Legno ed epidermide, linfa vitale e contorni minimali di una speranza resa in fotografia, tracciano come per la tela di Aracne un percorso fruibile nel silenzio del cinquecentesco ex complesso conventuale di Santa Teresa d’Avila.
Terra e simboli, sussurro della pietra e memoria locale, corrono nello spazio semiaperto cadenzato da molteplici finestre rotte, che intonano di un’assenza. Dal terzo occhio di una qualche Madre Natura orgogliosamente ribelle, sino alle spine di una rosa ospitate nel palmo di una mano, l’universo immaginifico di Chloé Azzopardi corre e canta spazi altrove.
Informazioni: Chloé Azzopardi | Non Technological Devices
- Casa Santa, Monopoli
- in occasione della XI edizione del festival di arte e fotografia PhEST
- sino al primo novembre 2026
- contatti e biglietteria: www.phest.info/info-biglietteria
Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.














