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Abbiamo vele, ma dove è l’acqua? Scardinare ad arte l’incubo indotto dell’accerchiamento

Nei giorni di Ceuta, memoria pulsante di un passato europeo e coloniale dal sapore quantomai acre, l’incubo dei confini e una psicopatologia in odore del percepito pericolo di accerchiamento straniero tornano ad abitare reazioni, pensieri e parole di un’opinione pubblica nel tempo ingolfata e saziata al suon di svago e diversivi di ogni sorta.

Tradendo, infatti, il raziocinio geografico e la logica di una puntuale conoscenza degli spazi e frazioni dell’emisfero, buona parte della popolazione europea (e non solo) ha gridato a squarciagola alla realizzazione imminente di un mondo e città affidate al caos e alla violenza del “barbaro e terribile straniero”.

Una vecchia storia per tempi moderni che nel passato, almeno per le regioni del sud Italia, ha mantenuto il volto del turco armato sino ai denti, intento con ferocia a seminare sangue e stragi. Memorie insomma tramandate che, nel sensazionalismo popolare di specifiche, antichissime e ben note vicende, hanno finito per smarrire il contenuto e la ricchezza che l’ibridazione e l’interscambio con le genti ha sempre portato alla nostra terra.

Nella triste realtà di un contesto mondo, in cui a preoccupare dovrebbe essere l’innalzamento spropositato e con pochi precedenti di un’ignoranza del sapere da definirsi tecnicamente funzionale, occorre forse ragionare su quale oscuro orizzonte aspetta alle porte di un percorso della storia maneggiato spudoratamente e reso affine alla propaganda menzognera e interessata della classe dirigente di turno.

Se, come insegna la traiettoria devastante di un Novecento mosso da guerre e genocidi, non vi è arma più tagliente e disonesta della propaganda reazionaria e razzista, gli arrivi della morte di Ceuta, accompagnati alle infinite stragi del Mediterraneo e delle rotte balcaniche, consegnano agli sguardi più critici e partecipi tutto il disastro di un orizzonte mondo, ancora una volta, non in grado di comprendere e sentire sulla propria pelle la preziosità di ogni vita umana e, così, il valore insostituibile dell’altro.

Se un confine stabilito su carta presuppone il diritto alla vita o alla morte, al godimento o alla sopravvivenza, come incanalare moralmente un sistema dell’arte che afferma (o finge) di sentirsi internazionale o per lo meno aperto?

Nei giorni in cui platealmente una frazione del vecchio continente (che, secondo alcuni, abitiamo “con più legittimità di altri”) sonda il campo dei proclami e delle possibili chiusure di frontiere e rotte tracciate, due grandi artisti, come tanti figli dell’Africa, colorano gli spazi dell’arte nella speranza che una visione alternativa di convivenza tra i popoli effettivamente possa esistere.

Da Foli Kossi Gérard Tete (Lomé, Togo, 1994), in arte Tesprit, ad Ana Silva (Calulo, Angola, 1979), la Penisola italiana attiva potenzialmente il dovere per l’arte di narrare quanto obsoleta e improponibile sia la visione di un sentire razzista.

A seguito di una residenza artistica di più mesi Tesprit è giunto ad abitare poeticamente gli spazi del Castello di Tutino, in Salento, nella promessa sondata di elevare la materia povera dei sandali di plastica alla cifra eletta e riconoscibile di un far progettazione nel nome di una comunità viva e pulsante.

immagine per Ana Silva, Guardias 007 (detail), 2024. Photo courtesy artist and A Gentil Carioca. Ph. Alfredo Brant
Ana Silva, Guardias 007 (detail), 2024. Photo courtesy artist and A Gentil Carioca. Ph. Alfredo Brant

Il mercato di Lomé e i suoi giocosi bambini, che vivono per lo più nell’indigenza, filtrano dagli assemblaggi colorati di gomma e plastica come silhouettes e figure caratterizzate dal sentire più autentico.

Il cammino sbarrato e senza occhi di quanti tragicamente sono costretti ad affrontare la violenza del deserto e dei confini, sembra rivivere nella scelta di proporre i volti dell’infanzia privi degli occhi, che vivacemente ne consegnerebbero il passo della vita e la dignità di possedere equamente una riconosciuta identità.

Seppur euforici, vivi e colorati, i bambini, gli uomini e le donne ritratti nel quotidiano da Tesprit sembrano mancare di quel dettaglio fondamentale che è la più ardente poesia e assieme la più raffinata denuncia di un mondo vorace, prepotente e arrogante.

In un’opera a carattere installativo del 2024, realizzata in collaborazione con l’artista indiano Manveer Singh, Tesprit interrogava il pubblico nella scelta di un titolo: “Abbiamo vele ma dov’è l’acqua”.

Ponendosi genuinamente in ascolto delle difficoltà per la sopravvivenza che il mondo ricco (più che sviluppato) ha sempre imposto alle terre d’Africa è possibile fare approdo al percorso d’arte pensato da Ana Silva per gli spazi della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo. Tessendo storie sulla ricerca dell’acqua, Silva conduce all’attenzione degli occhi un itinerario dell’usurpazione reso naturale e fattibile per volere dei grandi colossi dell’innovazione e dello sfruttamento.

Anche nel suo caso è il contorno giovane delle vite che popolano l’Africa a illuminare l’esigenza di muovere passi controcorrente rispetto alla logica accomodante del profitto.

Può un sogno per l’arte aprire nuove vie o, anche solo, scardinare autosabotanti psicopatologie del complotto e di un nefasto, quanto falso, mito dell’accerchiamento?

Informazioni mostre

  • La personale Volti di un momento di Tesprit, presso il Castello di Tutino di Tricase, resterà aperta sino al 15 agosto 2026.
    Per ulteriori info si rimanda al sito: musesalentine.com/it/events/tesprit
  • L’esposizione Ana Silva-Eau alla GAMeC di Bergamo sarà fruibile sino al 6 settembre 2026.
    Per ulteriori info si rimanda al sito: www.gamec.it/ana-silva-eau/
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Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.

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