Recensione al volume Arthur Kronfeld, Degenerati al potere. Psicologia, sesso, nazismo e propaganda, Bollati Boringhieri, Torino 2026. Prefazione a cura di Alexander Etkind.

Una discreta lastra trasparente, supinamente incastonata nella pavimentazione della piazza berlinese oggi conosciuta come Bebelplatz, consegna alla memoria dell’abisso quella che fu una notte animata dal rancore e dalla distruzione di oltre 20.000 opere librarie.
Il 10 maggio del 1933 la furia nazista si abbatté sugli archivi storici della città tedesca, consegnando alle fiamme anche il repertorio librario proveniente da un centro di ricerca d’avanguardia come l’Istitut für Sexualwissenschaft (l’Istituto di sessuologia) di Berlino.
Dove oggi sorge l’installazione memoriale Library (1995) dell’artista Micha Ullman in quella giornata di primavera andò prefigurandosi il peggio di quel che sotto dittatura si sarebbe avverato senza alcuna sosta.
L’inasprirsi repentino delle vicende politiche e delle restrizioni sociali condusse il professor Arthur Kronfeld, tra le figure di spicco dell’Istituto, a scegliere l’Unione Sovietica come meta della sua salvezza e del suo più celere trasferimento (un’opportunità di accoglimento per un ebreo tedesco che dice già molto rispetto all’opportunità di collaborazione strategica prefiguratasi agli occhi della dirigenza sovietica).

Come osserva Alexander Etkind nella sua Prefazione:
Nella gerarchia dell’istituto, Kronfeld era secondo solo a Magnus Hirschfeld, un brillante attivista omosessuale di fama internazionale, laureato in medicina, ma interessato di più alla legalizzazione dell’omosessualità e delle ultime teorie del desiderio sessuale.
Al contrario Kronfeld, coniugato, era un pacifico clinico che si teneva a una ragionevole distanza dalla politica. Veterano della guerra mondiale e persona con legami in alto loco, vedeva il suo istituto come una sorta di torre d’avorio piuttosto che come una base per cambiare il mondo.
[…] Come perito del tribunale, si specializzò nei casi di persone omosessuali che egli difese contro i procedimenti penali sostenendo la loro infermità mentale. Giusto o sbagliato che fosse, di fatto questo approccio in alcuni casi funzionò.
Come ben tracciato dalla recente pubblicazione della casa editrice torinese Bollati Boringhieri a cura di Luciano Mecacci, Degenerati al potere. Psicologia, sesso, nazismo e propaganda (2026), nella figura del professor Arthur Kronfeld si accordano emblematicamente tante delle scosse e implicazioni di un tempo terribile e memorabile, suggellato nell’attuarsi di ben due conflitti mondiali.
Prima dell’ascesa al potere di Hitler e del regime nazista, l’istituzione tedesca guidata dai suoi più scrupolosi professionisti fu al centro di una serie di questioni sociali che con gran potenza e attualità finirono per abbracciare anche il corso dei decenni e del tempo avvenire.
Di pari passo allo sviluppo delle ricerche di Freud, Jung e alla presa di coscienza politica e sociale della Scuola di Francoforte, Kronfeld condusse la sua attività barcamenandosi tra le intuizioni personali e le spesso altissime barriere issate dallo spirito e dal sentire del tempo.
Nella restituzione storica e sociologica di Etkind si riscontra a riguardo:
A partire dai primi […] del Novecento, l’Impero tedesco fu afflitto da scandali omosessuali e da processi per diffamazione. Nel 1902, Alfred Krupp, il più ricco industriale dell’impero, fabbricante dei […] cannoni e incrociatori dell’epoca, fu accusato di organizzare orge con vari ragazzi italiani sull’isola di Capri. L’imperatore Guglielmo, amico e socio in affari […], intervenne per difendere la sua reputazione. Krupp finì in tribunale, ma morì all’improvviso. […]
Questa […] vicenda costrinse la potente élite tedesca che l’omosessualità doveva essere affrontata in modo serio. […] Nel 1907, il giornalista Maximilian Harden ammise in pubblico che il circolo di alti ufficiali si riuniva per organizzare orge nel castello di Liebenberg […] La cerchia comprendeva i parenti del Kaiser, e lo stesso Guglielmo risultò coinvolto […]
Nei processi del 1907-1909, relativi al caso di Liebenberg, venti ufficiali dell’élite furono condannati dalle corti marziali per atti omosessuali. Sei di loro si suicidarono e un altro morì d’infarto mentre ballava in tutù per il Kaiser […]
Ancora nel 1941, il giornalista americano Hubert Knickerbocker, ex corrispondente del Public Ledger di Filadelfia a Berlino, scrisse che i tedeschi, “all’apparenza i più mascolini e brutali di tutti i popoli europei, sono la nazione più omosessuale della terra”. […] l’omosessualità [aveva acquisito] un nuovo nome: il vice allemand, [il] vizio tedesco.
L’arrivo di Arthur Kronfeld nella città cosmopolita di Mosca si accompagnò in pochi mesi all’assunzione illustre presso il principale istituto psichiatrico della città, conosciuto come l’Istituto Gannushkin. In un contesto geopolitico strategicamente assai precario e mobile, personalità come il dottor Kronfeld andavano a costituire la più ricca e pregiata risorsa per una guerra battuta anche in campo informativo e propagandistico.
Il professore tedesco, lungo il corso della lunga carriera berlinese, era venuto in contatto con molte personalità (pazienti e affini) largamente inserite all’interno della realtà di comando, presente e futura del contesto germanico.
Lo stesso Kronfeld conoscerà personalmente Hitler nel corso di un processo a cui è chiamato a presenziare come specialista e perito. Come testimonia in ricordo di quell’esperienza:
“Nel maggio del 1932 mi è capitato di osservare Hitler da molto vicino. Ero stato chiamato dal tribunale di Monaco come perito […] nel processo nei confronti di Werner Abel. Non so per quali ragioni Abel avesse litigato con i suoi complici. In ogni caso, nel 1930 […] dichiarò che lui ed Heines erano presenti, in qualità di aiutanti di campo di Hitler, quando un maggiore dell’esercito italiano, […]
Migliorati, dette personalmente a Hitler 10 milioni di lire per conto di Mussolini. […]” Hitler fece causa ad Abel per diffamazione e attese il processo con un tale nervosismo che, per ogni evenienza, si portò dietro un difensore: una tecnica completamente insolita per una “vittima”. Per tre giorni me ne sono stato seduto con Hitler e i suoi complici nella piccola stanza dei testimoni, in attesa dell’interrogatorio.
Ho usato questo tempo per osservare con attenzione “l’eroe del processo”. […] Attacchi d’ira bestiali e frasi generiche sul valore salvifico della sua missione erano l’unica risposta alle domande specifiche dei giudici. […]
Nel 1934 Hitler ordinò l’eliminazione di Heines, l’ultimo testimone […] [egli ha] preso il potere col sangue, i proiettili, la forca, l’inganno e la demagogia. Il suo “trono” temporaneo e traballante si regge sulle ossa dei nemici e amici che all’improvviso si sono trovati in una situazione scomoda.
Tra le memorie, che, come si vedrà in seguito, andranno a costituire il resoconto stampa improponibile e bollente sulla presa di potere da parte gerarchi nazisti, al tempo si fece sempre più strada una forte narrazione sottesa e strettamente legata alle inclinazioni sessuali del Führer.
Del privato e del passato di Adolf Hitler saranno in molti ad occuparsi, prima e dopo le diverse invasioni territoriali e l’entrata definitiva nel Secondo conflitto mondiale. Come, a tal riguardo, osserva ancora Etkind:
“Le voci sull’omosessualità di Hitler erano diffuse […] ma la maggior parte degli osservatori […] non le ha mai considerate attendibili. Tuttavia, lo psicanalista […] Walter Langer […] nel 1943 redasse un esame completo della [sua] personalità […] per l’intelligence americana, affermando dopo qualche esitazione che in gioventù Hitler era stato un omosessuale, ma che in seguito aveva smesso di esserlo. […]
L’omosessualità “organizzata” […] fu caratteristica di una delle prime unità naziste, le Sturmabteilungen (SA). Originari di Monaco e vestiti con camicie brune […], questi reparti d’assalto erano onnipresenti […]
Centinaia [di loro] furono uccisi quando Hitler guidò personalmente il massacro del quartier generale […] il 1 luglio 1934 durante la Notte dei lunghi coltelli […] Knickerbocker, […] scrisse che tutti i comandanti delle SA “erano senza eccezione omosessuali. Se un ufficiale […] non era omosessuale, non aveva alcuna possibilità di promozione”. Ma [egli] credeva che Hitler, più che omosessuale, fosse asessuale.
Di recente, lo storico […] Lothar Machtan ha pubblicato una serie di documenti che dimostrerebbero l’omosessualità di Hitler, e sostenuto che uno dei motivi della Notte dei lunghi coltelli […] fu l’intenzione […] di nascondere il suo passato […]
“Hitler corrompeva coloro che erano a conoscenza delle sue faccende personali, li legava a sé con giuramenti, li ricattava, oppure li uccideva”.
Nelle giornate moscovite, probabilmente in ascolto e su consiglio degli alti funzionari del governo sovietico, Arthur Kronfeld dà vita a un primo libretto contenente “i segreti indicibili” su alcune delle personalità di spicco della dittatura nazista.
Il corpulento e viziato Hermann Göring condivide lo spazio delle pagine, contrarie e infuocate, assieme all’ignominioso Ministro della Propaganda Joseph Goebbels e, ancora, in evocazione della sempre spettrale presenza della guida suprema del partito, il Führer in persona.
Nel 1939 si ha notizia del primo opuscolo stampato in gran segreto e in sole cinquanta copie dal Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione sovietica. Le linee conoscitive ne rintracciano per quella stagione il solo uso interno, utile per lo più ai militari e agli alti funzionari dello Stato nella conoscenza generale di un vicino in premonizione ostile.
Il Patto Molotov-Ribbentrop, siglato il 23 agosto 1939 tra le due aree di influenza, per pochi anni a seguire ne rallentò una diffusione più estesa. Nell’ottica di una minaccia frenata si ritenne da una certa qual parte che non fosse più utile, e finanche nocivo e compromettente, far circolare determinati segreti da libretto sulla Germania di Hitler.
Passarono pochi anni e il 1941, assieme all’attuarsi del piano d’invasione nazista, conosciuto come Piano Barbarossa, condusse a una nuova presa in carico da parte sovietica delle informazioni scottanti e debilitanti sul nemico fornite dal medico tedesco.
Centinaia di migliaia di copie estese furono indirizzate alla stampa nella possibilità che ogni alto dirigente e funzionario sovietico potesse venirne puntualmente a conoscenza.
Alcuni stralci, probabilmente quelli più compromettenti, furono affidati ad alcune riviste e quotidiani affinché la popolazione potesse conoscere la stoffa dell’invasore.
La vita di Arthur Kronfeld giunse prematuramente al termine alle porte del vivo timore di un possibile e imminente arrivo delle milizie naziste in quel di Mosca. Il professore aveva, infatti, appreso che per ragioni sconosciute il suo nome non era stato all’effettivo incluso nelle liste di evacuazione dall’Istituto Gannushkin.
Intimorito per la sua sorte e quella dell’amata consorte, proprio in rapporto alla redazione del pamphlet pruriginoso Degenerati al potere, Kronfeld avvelenò Lydia Quien con una grossa dose di Veronal e, con lo stesso sconforto, ripeté la prassi per la sua stessa persona.
Con la lungimiranza che lo aveva sempre caratterizzato (sin dalla raccolta meticolosa di informazioni compromettenti contro i gerarchi di Hitler prima ancor che il nazismo ascendesse al potere), il professore fu pienamente cosciente che il possibile trionfo dell’esercito nemico nel cuore della città russa avrebbe significato sedute di tortura indicibili e una morte raccolta nella lentezza e nel dolore più estremo.
(Come osservato tra le pagine del volume, ad oggi la storiografia non ha ancora del tutto escluso che si possa esser trattato di un omicidio plurimo dovuto a ragioni e strategie a carattere politico-militare).
Oltre l’infuocata e stereotipizzante propaganda che accompagna ogni conflitto acceso, l’uomo che, a suo modo e secondo un criterio originalmente collezionistico, si era opposto allo sfacelo nazista non mancò di suggellare (e sperare vivamente):
Ma non si può ingannare la storia. Giocano a fare i Napoleoni, si fingono dei Cesari. Saranno fatti fuori come cagnacci rabbiosi. Questi dannati bastardi, sollevati come una schiuma torbida sulla cresta di un’onda che si accavalla, presto ricadranno nell’abisso dell’inesistenza storica.
Solo un vergognoso ricordo della loro sporca vita da sciacalli, dei loro terribili crimini contro i popoli, e la maledizione di tutta l’umanità civile: questo è ciò che resterà per i discendenti della pagina più nera della storia, il cui nome è fascismo.
La verità trionferà!
Nella chiusura di un contributo in ossequio di una vicenda storica estremamente interessante e ai più inedita si fa strada l’illuminante riflessione del filosofo Roberto Esposito in apertura del bel saggio, edito dalla casa editrice Einaudi, Il fascismo e noi (2025). Ragionando sull’invisibile trama e filo della storia che connette e rende sequenziale l’incanalarsi di frames e frammenti del vissuto, Esposito illumina:
Ciò cui la filosofia si rivolge non è la parte illuminata da una documentazione crescente, bensì la zona d’ombra che la circonda o permane al suo interno.
Ogni fenomeno di rilievo, anche se conosciuto in tutti i suoi lati, conserva un punto oscuro, una macchia opaca, che spesso ne racchiude l’essenza. […]
Arrivata a quella soglia, la ricerca è costretta a fermarsi. Per quanto possa accrescere la documentazione, non si fanno passi ulteriori. Così quel punto cieco rimane inviolato. La storiografia può circoscrivere la zona d’ombra, accamparsi ai suoi margini, ma non addentrarsi al suo interno, sfidare l’interdetto che la protegge.
Esattamente questo è il compito della filosofia: anziché cercare a tutti i costi di dissipare le tenebre, immergersi in esse, alla ricerca di chiavi interpretative più duttili e penetranti.
Non solo aprendosi ai linguaggi del mito, del simbolo, del desiderio che segnarono i tragici anni del nazismo, ma rivolgendosi alle pulsioni e agli incubi che continuano ad abitarci ancora oggi. È perciò che, per arrivare a “loro”, ai fascisti, conviene passare per “noi”.

Floriana Savino terminati gli studi classici, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari, con indirizzo Decorazione, conseguendo la Laurea magistrale in Arti Visive con il massimo dei voti, nel febbraio 2020. L’interesse per l’espressione artistica nasce dalla possibilità evocativa dei simboli archetipici e dal processo metodologico alla base di ogni creazione. Tra le sue partecipazioni vi sono mostre ed esposizioni a carattere nazionale e internazionale. Attualmente collabora con riviste accademiche e testate indipendenti che indagano le forme dell’abitare, in stretto sodalizio con arte, architettura e nuova urbanistica. È docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia della Stampa e dell’Editoria presso la LABA di Rimini, di Linguaggi dell’Arte Contemporanea e Storia dell’Arte Moderna per l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.








