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Marcello Mantegazza. L’intervista

di Serena Achilli

Marcello Mantegazza nasce a Potenza, dove compie i suoi primi studi prima di trasferirsi a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Via Ripetta. Qui si forma e ha modo di entrare nel mondo dell’arte contemporanea. Dopo gli anni romani, trascorre un lungo periodo di lavoro e ricerca a Rieti, per poi tornare nella sua città natale.

La sua indagine artistica si sviluppa attraverso linguaggi diversi, con l’obiettivo di esplorare e reinterpretare i confini tra arte e percezione, non solo visiva ma anche emotiva. Mantegazza affronta temi legati alla memoria, all’identità e alla dimensione psicologica dell’esperienza umana, creando opere che invitano a riflettere sulle contraddizioni e le sfumature della realtà.

È un artista e un uomo che si nutre di riflessioni profonde sul mondo che lo circonda, spesso capovolgendole con pragmatismo e grande ironia.

Mette tutto nero su bianco, scrivendo e prendendo appunti che diventano opere d’arte. E ci invita a entrare nel suo universo, a decodificare o, più semplicemente, a leggere i suoi racconti su tela, su pietra o attraverso i vari mezzi che utilizza per esporli. Attraverso un labirinto di idee, parla di sogni e disillusioni, di ciò che siamo e di ciò che vorremmo essere, conservando sempre il respiro della vita vissuta e immaginata. Mantegazza smonta e ricompone una storia, che spesso è la sua, dove ci sono ombre, pieghe nascoste e bagliori improvvisi, accogliendo costantemente caos e poesia.

Chiediamo all’artista di ripercorre insieme alcune parti del suo percorso artistico:

Tra le tue prime mostre ci sono FACES, Galleria La Bacheca, Cagliari, a cura di Erica Olmetto (2010) e (e)Straniamento, Galleria Nube di Oort, Roma, a cura di Barbara Martusciello (2011). Partiamo da qui, e raccontami un po’ questo tuo primo pezzo di vita artistica.

Il percorso artistico, in un certo senso, ha trovato il suo inizio proprio qui. Prima di allora, vivevo in un territorio incerto, sperimentando senza avere ancora una chiara direzione. In queste mostre, invece, ho cominciato a sentire una nuova consapevolezza, un’affermazione più decisa del mio lavoro, come se iniziasse a consolidarsi qualcosa.

Erano gli anni in cui le immagini digitali occupavano un ruolo centrale, quasi predominante, grazie anche all’arrivo dei social network.

Con opere come Fragile, scattavo foto producendo immagini, senza modificarle con tecnicismi sofisticati o virtuosismi artificiosi, preferivo un approccio più essenziale, quasi istintivo, con la macchina fotografica come strumento per catturare l’immagine pura, priva di trucchi e inganni e rifinita poi con una post-produzione semplice e minimale, quasi elementare e sgarbata.

In ogni scatto cercavo di dare voce a un concetto o di delineare una storia.

immagine per Fragile, fotoinstallazione composta da 80 stampe fotografiche applicate su forex, dimensioni 140x150 c.ca, 2010, part.
Fragile, fotoinstallazione composta da 80 stampe fotografiche applicate su forex, dimensioni 140×150 c.ca, 2010, part.

Poi cosa è successo?

Nel corso degli anni mi sono reso conto che continuare a lavorare sulle immagini non aveva più senso, almeno per me, era una mia percezione ovviamente. La ricerca si distanziava dall’universo digitale, sentivo l’urgenza di spingermi altrove, di esplorare altro.

Vivevamo, e viviamo tuttora, sommersi da un incessante diluvio di immagini, amplificato dai social, che ci travolge e ci consuma. Non volevo essere un ulteriore ingranaggio di questa macchina senza tregua, non avevo altro da aggiungere in quel contesto, e non ne ero neanche capace.

Cercavo un’uscita, una deviazione che mi portasse fuori da quel vortice. Ho sentito allora il bisogno di spostare la mia ricerca verso nuovi medium, di trovare strumenti che potessero dare voce a qualcosa di diverso.

L’abuso di informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla. (Carmelo Bene)

Pensai di concentrare la mia attenzione sul testo. Mi sono chiesto: cosa può raccontare un’opera meglio delle parole? Forse la musica e la danza possono trasmettere un racconto, evocare scenari, visioni, ma non sono né un musicista né un performer. Solo le parole, con il loro potere evocativo e la loro forza concettuale, potevano offrirmi uno spazio di espressione autentica. Almeno questa era la sensazione.

Così, passo dopo passo, mi sono reinventato artista della parola, un creatore che utilizza il linguaggio come materia prima per le sue opere. Mi sono immerso in giochi di tautologie e paradossi, specchi fedeli della mia visione del mondo, del modo di percepire la vita stessa. Le parole, con la loro capacità di affermare e negare, di rivelare e celare, sono diventate il mezzo per esplorare e condividere, qualora fosse necessario, il mio universo interiore.

I mezzi con i quali usi i tuoi testi quali sono?

Tutto ha origine da una serie di appunti che traccio, quasi compulsivamente, su dei quaderni. Sono pagine dense, in cui annoto frammenti di pensiero, intuizioni, osservazioni, anche sotto forma di segno, traccia, immagine.

È da lì, da quei segni ossessivi, che nascono le idee, germogliano e lentamente si trasformano in qualcos’altro. Da quei taccuini prendono vita le mie opere: lettere incise su pietra, stampate nella modalità del manifesto pubblicitario, tracciate con vernice su lenzuoli o su tela con pittura e/o con timbri. Tutto parte da questi appunti, sono la radice di ogni mia creazione.

Il processo è profondamente manuale. E poi c’è in me una necessità viscerale di mantenere il controllo su tutto ciò che realizzo, un bisogno di seguire e plasmare ogni dettaglio con cura e meticolosità. Le mani sono un’estensione della mente, un ponte tra il pensiero e la materia. Anche l’errore, quando si insinua, diventa parte dell’opera, l’imperfezione non la nego, ma la accolgo come parte del processo.

Per questo quando lavoro con il marmo, entro in una dimensione quasi di conflitto. Non sono io a incidere con lo scalpello: devo avvalermi delle macchine, delegare a loro la precisione che cerco.

Fornisco ogni dettaglio, ogni misura, ogni punto da rispettare, per garantire che la macchina esegua esattamente ciò che ho in testa. Eppure, in quel momento, il controllo mi sfugge di mano, è come affrontare una sfida contro me stesso, contro l’incessante voglia di dominare il processo creativo. È una tensione che mi mette alla prova, ma che, in fondo, forse arricchisce anche il significato del mio lavoro.

Nella tua recente mostra a Villa Lais di Sipicciano, dimora storica del ‘700 nel viterbese, hai deciso di utilizzare come supporto dei lenzuoli oltre la tela, come mai?

Il lavoro che citi fa parte di un progetto più ampio di poesia visiva che porto avanti dal 2019, e che si intitola “Racconti del sonno”. Essendo un lavoro site-specific, pensato per uno spazio in esterno, un grande terrazzo per la precisione, ho immaginato dei panni stesi, che non fossero semplici tessuti mossi dal vento, ma portatori di parole, di storie.

Storie che evocassero o raccontassero qualcosa, inevitabilmente la mia. È come se avessi sviluppato una capacità essenziale, quasi primordiale, di narrare in un modo che mi appartiene, semplice e intriso di ironia, ciò che tutti pensano, ma che non sentono la necessità di esternare. Mi ritengo un narratore dell’ovvio, che a volte diventa delirante. L’ovvio può diventarlo se è la tua ossessione.

Scrivo per gli altri, ma senza mai rivelare troppo. I miei testi sono come specchi opachi: lasciano intravedere frammenti di pensieri universali, ciò che molti sentono o pensano. È un gioco sottile, un equilibrio tra il personale e il collettivo. Sono parole che nascono da me, portano la mia firma, ma allo stesso tempo appartengono un po’ a tutti.

I panni stesi, così fragili e leggeri, diventano portatori di significati profondi, messaggeri silenziosi che hanno trasformato il terrazzo di Villa Lais in un luogo di riflessione e complicità. I lenzuoli raccontano storie che non hanno bisogno di essere gridate, perché sono già dentro di noi.

immagine per Mostra Sovrappensiero, Villa Lais di Sipicciano (Viterbo), a cura di Serena Achilli, 2024, part.
Mostra Sovrappensiero, Villa Lais di Sipicciano (Viterbo), a cura di Serena Achilli, 2024, part.

L’ultimo tuo lavoro è Spoiler: you will die che fa parte della serie omonima (2016 – 2024) ma ha qualcosa di diverso dai precedenti, lo hai esposto presso la Fondazione SoutHeritage di Matera (23/11/24 – 11/01/25).  Parlami di questo nuovo riflesso di Spoiler e della Fondazione che ti ha ospitato.

Sono stato invitato dalla Fondazione, per il suo nuovo progetto espositivo dal titolo “UNA MOSTRA SENZA ROTHKO – Maja Bajevic, Marcello Mantegazza, Katrin Ströbel, Anonimo Frescante Meridionale (XVII sec.?)”. Fin da subito era evidente che la Fondazione SoutHeritage, nelle figure di Angelo Bianco Chiaromonte, redattore della mostra e Roberto Martino, aveva le idee molto chiare sulla proposta espositiva che mi riguardava.

Spoiler: you will die si inseriva perfettamente nel cuore del concept che avevano immaginato. Tuttavia ho voluto proporre una versione con peculiarità differenti rispetto alle precedenti, proponendo di realizzare l’opera utilizzando un marmo nero assoluto, lucido e specchiante, una scelta che dona all’opera un carattere profondo e quasi enigmatico.

La scelta del marmo nero viene da un’intuizione, pensando al focus della mostra, che vuole collegare idealmente la cappella Rothko a Houston – Texas (1965-1971) e una ex cappella gentilizia nel cuore dei Rioni Sassi (patrimonio UNESCO), attuale padiglione espositivo della Fondazione SoutHeritage.

Mi ha affascinato l’idea della pietra nera nella quale specchiarsi, carica di gravità e mistero, come carichi di gravità e mistero sono i grandi monocromi scuri e opachi di Rothko a Houston. Ho immaginato che potesse generare una lettura in parte inedita di un’opera che ho concepito e realizzato per la prima volta nel 2016.

Per restare nell’essenza della monocromia, ho scelto di non verniciare la scritta. Non c’era bisogno di colore e contrasto: l’incisione, lo scavo, con la sua delicatezza e il suo rigore, parlava già da sola.

È una traccia lasciata nella pietra, qualcosa di silenzioso e permanente, che invita lo spettatore a riflettere sul senso dell’opera e sul dialogo tra materia, luce e pensiero. Il suo essere specchiante costringe lo spettatore a concentrarsi sul suo riflesso o sulla scritta scavata, cercando di mettere a fuoco l’uno o l’altra.

E per chiudere, quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sono abbastanza scaramantico sulle questioni riguardanti la programmazione del lavoro, o forse non riesco mai a proiettarmi nel futuro, neanche nella vita mi riesce di farlo, vivo il presente giorno per giorno, ma sempre con un occhio eccessivo e nostalgico rivolto al passato, quindi non saprei risponderti, o forse più semplicemente non voglio farlo.

Mi piacerebbe smettere di fare arte, siamo onesti, presupponendo che ne abbia mai realmente prodotta, e dedicarmi ad altro, non so bene cosa, vorrei fermarmi e non fare più nulla, poi si vedrà.

immagine per Taccuino, formato 180x230 mm, 2024
Taccuino, formato 180×230 mm, 2024
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Serena Achilli, studiosa appassionata d'arte contemporanea, è curatrice indipendente e direttore artistico di Algoritmo Festival. Scrive per raccontare la propria contemporaneità cercando con cura pensieri e parole. Ha un Blog in cui c'è tutto questo e altro ancora.

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