Omaggio a Valentino Zeichen: Aforismi d’autunno. L’intervista

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Valentino Zeichen

Con profondo dispiacere abbiamo appreso della morte di Valentino Zaichen, consapevoli che la vita è dura, su questa terra, per i Poeti. È enorme la perdita, e collettiva, con questa dipartita… Omaggiamo Zaichen alla nostra maniera, ripubblicando una bella intervista di qualche anno fa, che sembra redatta oggi…

Valentino Zeichen: Aforismi d’autunno.  L’intervista
del 2 aprile 2011

“Noè è stato l’inventore dell’arte contemporanea. Ha portato sull’arca tutte le specie animali, di qualsiasi tipo, anche gli insetti e i microrganismi, che davano vita a dei particolarismi di forme e colori.”

Questo me lo confida il poeta Valentino Zeichen (Fiume, 1938) dopo una sua lettura tenutasi al Museo Bilotti di Villa Borghese a Roma in occasione della mostra di Carla Accardi recentemente conclusasi. Dalla finestra si vede un’enorme palma: Zeichen racconta di essere  stato presente al momento in cui è stata piantata poichè da bambino, dopo aver lasciato Fiume, sua città natale, si trasferì a Roma, abitando nelle scuderie del Museo Bilotti assieme al padre che svolgeva la professione di giardiniere. Le opere della Accardi, artista con la quale il poeta ha spesso collaborato, segnano una delle migliori ultime evoluzioni del lavoro iniziato da Noè durante una giornata decisamente piovosa.

Considerati questi precedenti così stimolanti, decido di intervistare Zeichen prendendo come spunto uno dei suoi ultimi libri, Aforismi d’autunno (Fazi Editore, 2010) perchè, leggendolo, dopo appena qualche minuto, come un lampo le parole delle brevi poesie in esso contenute,  fanno eco a quelle pronunciate dagli amici al pub durante le festose occasioni di ritrovo o al grigio paesaggio urbano che ogni giorno riscopro alla finestra del salone. Sono veri piccoli esempi della nostra vita, senza pretese di doverla cambiare per forza.

L’autore di questi aforismi vive a Roma ormai da moltissimi anni e, per un poeta, Roma è davvero un ottimo esercizio per intercettare le tante variazioni che una lingua può subire. Oltre, naturalmente, alle lingue dei cittadini stranieri, lo stesso Italiano muta di tono a seconda delle occasioni e degli spostamenti; dalle periferie al centro città cambiano i modi che le persone hanno di presentarsi, di salutare e perfino di scherzare tra di loro, l’umorismo si fa via via più accorto, raffinato.

Nei ritrovi culturali la parola evade ormai libera dalla gabbia dell’oggetto mentre ai  confini del tessuto cittadino si è costretti a parlare di ciò che qualcosa è, di quello che si sa e, riguardo a ciò che non si conosce, si deve tacere.

Come considera queste sfumature del parlato nelle diverse zone della città?

Credo che ogni individuo parli a seconda della sua classe di appartenenza innanzitutto. Questo  però non dipende dall’individuo stesso in quanto la lingua è una vera e propria dittatura. Per   citare Lacan si potrebbe affermare che non si “parla” ma “si è parlati” e questo proprio perchè dietro ad una lingua non c’è nessuno, nessun soggetto ordinatore. Il linguaggio ce lo ritroviamo così com’è e lo accettiamo per forza.

Naviga l’acqua/ e asseconda la corrente/ ufficiale di rotta. Così si apre il libro e da subito pare che anche Zeichen assecondi le parole, senza forzarle e senza stravolgere nulla, viaggiando su un particolare equilibrio. Chiedo: come sono stati i suoi rapporti  con la Neoavanguardia e con i tentativi di questa di sconvolgere la forma poetica?

Le sperimentazioni del Gruppo 63 e di altri di questi collettivi mi hanno molto interessato anche perché ho conosciuto alcuni dei poeti che ne facevano parte. La loro intenzione era quella di infrangere il codice della lingua e di crearne uno nuovo: disinformare la parola, smembrarla per affidargli un diverso significato. Questo, certamente, è qualcosa di rivoluzionario ma, per ciò che riguarda il mio lavoro, preferisco affidarmi ad un linguaggio “neoclassico”, tradizionale. Non mi preoccupo neanche di toccare significati particolarmente elevati o  colti.

Gli anni sono come docili/ cavalli al pascolo/ la cui indolenza ci rassicura/ quando partono all’improvviso/ al galoppo numerico. Un’espressione come “la cui indolenza” non appariva da un bel po’ in poesia e in essa traspare il tentativo della lingua contemporanea di nascondere le sue difficoltà…

E’ vero, è un’espressione un po’ passata, fa parte proprio della mia volontà di affidarmi ad una lingua semplice che attiri a sé il concetto, come una trappola perfetta. Molti credono che il lusso nella poesia, porti a grandi risultati ma non è così: la poesia deve essere di pancia, stando attenti  a non ingrassare troppo però.

Alcuni versi nella prima raccolta, Giovanilismi, dicono: Guercino./ La  mosca  vanitosa/  sul cranio si posa,/ minuscolo teschio alato/ distintivo della morte. Si riferiscono al quadro oggi custodito a Palazzo Barberini dal titolo Et in Arcadia Ego nel quale due giovani pastori sgranano gli occhi di fronte a un teschio sul quale è posata una mosca. Cosa ha attirato la sua attenzione nel quadro?

Questo del Guercino è uno dei miei dipinti preferiti. Esprime con straordinaria potenza  un trauma: la rivelazione della morte a due giovani. E’ un contrasto molto forte; i giovani di solito sono lontani dal pensare ad un evento come la morte. L’ho trovata un’immagine di forte suggestione e la mia poesia è stata sempre molto legata all’immagine, tant’è che negli anni ho collaborato spesso con artisti visivi.
Una figura è ricorrente negli aforismi: gli Déi, le divinità. Nella Roma antica il sacro è pacificamente atteso dalla comunità: negli incroci stradali, ad esempio, dove talvolta veniva posta una statua di Mercurio, dio delle comunicazioni e degli scambi che proteggeva i viandanti (se ne trovano molte, di queste sculture particolari: sono le cosiddette Erme). Oggi che gli Déi hanno abbandonato la Terra, la spiritualità si riduce  al Pop, al New Age…

Nel ritirarsi dal mondo/ gli Dèi tralasciarono/ parti delle loro sembianze,/ e il sacro divenne l’estetico.
…oggi diamo poca importanza al sacro e alla sua simbologia, non trova?

Verissimo, difatti a mio parere è, ad esempio, improponibile che l’entrata al  Pantheon  sia  gratuita. Essendo il Pantheon sia un tempio sia un luogo consacrato, si dovrebbe far pagare un biglietto con prezzo equo per chi decide soltanto di visitarlo e per il credente che vuole assistere  ad una liturgia. Servirebbe una norma giuridica che disciplini la questione.

Dopo tale ultima affermazione Zeichen mi parla dell’importanza della Giurisprudenza e in particolare della valenza culturale del Diritto Romano, io approvo in pieno e  condivido con lui la visione dell’Arte come un risultato automatico dell’interesse per la normalità della vita in quanto, secondo le sue parole:
“nelle fiabe i tappeti volanti volano davvero, nella realtà per farli volare bisogna metterci un  motore e un paio di ali”.

 

Donato Di Pelino

Donato Di Pelino

Donato Di Pelino è nato a Roma nel 1987. E’ laureato in Giurisprudenza con una tesi sul contratto nelle arti visive, in particolare quello stipulato tra artista e gallerista. E’ redattore di artapartofculture dal 2009 e per il webmagazine ha scritto di arte privilegiando, in particolare, l’intervista in forma di conversazione e scambio con gli artisti. Si occupa anche di poesia e di musica.

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