En plen air. Piero Pizzi Cannella ha la barba di Monet

Se c’è un fatto curioso sugli Impressionisti è che questi svilupparono un approccio scientifico alla pittura dal fresco delle campagne della Provenza, come si dice, en plen air. Questo poco dopo che i Preraffaelliti, spocchiosi insopportabili cittadini, per paradosso professavano una dimensione bucolica e ideata della donna e, quindi, del mondo.

Anche al di fuori dell’arte, la città genera cultura tramite dinamiche insolite e Roma, in particolare, ha fatto nel tempo di questa condizione una virtù: il convogliare una quantità smisurata di distrazioni, certe volte illuminandosi nel buio.

Stavolta la scintilla che ha fatto brillare la notte romana, lo scorso 25 ottobre, è stata l’inaugurazione della mostra personale di Piero Pizzi Cannella alla galleria Mucciaccia di Roma, intitolata proprio En plen air.

La pittura di Pizzi Cannella è sorta sempre en plen air, sconfinata, anche se prodotta all’interno della vera città, dentro i confini delle Mura Aureliane. Una pittura vicina ai bar, ai quartieri, ai personaggi del popolo, alla vita infame. Una condizione quasi Salgariana, non di esotica fantasia e di inconsapevolezza ma una certezza di essere sempre impreparati, come lo stesso Pizzi Cannella ha detto giocando la sera del vernissage:

“Io è dalle elementari che sono impreparato”.

In questa mostra l’artista presenta nove quadri, nove testimonianze che si muovono su due piani: quello orizzontale, scabro come uno spazio assoluto e incerto e quello verticale, rappresentato dalle forme di una veste femminile.

L’abito da sera con un decolleté di perle, indossato magari da una donna romana, una vestale o la figlia di un costruttore, interpretato alla maniera di Monet del Ciclo di Rouen. Solamente che il punto di vista dell’artista non ha più un risvolto fenomenico di matrice galileiana. L’abito è una cattedrale che non interagisce con una realtà, con una luce che abbia una provenienza ma si manifesta, come un’apparizione, in un paesaggio annullato.

Tutto il discorso si concentra allora sulle tonalità, come in Bagno Turco, sulla linea sottile dei confini, come in Bianco d’argento, bianco di Spagna, sull’ossessione di uno stato d’animo in Verde, verde, verde. Insomma tutto origina dall’esotismo di un interrogativo sull’arte, sulla vita.

Pertanto” -scrive Heidegger ne I Sentieri interrotti– “anche l’opera d’arte è una cosa, per il fatto di differenziarsi dal nulla”. Su questo assunto potrebbe fondarsi tutta l’opera di Pizzi Cannella, come si è visto nella sua grande personale del 2017 all’Ermitage di San Pietroburgo. Le sue figure emergono puntualmente da un nulla, illuminandosi come delle entità, delle scoperte o manifestazioni. La sua è una rivelazione della luce, il gioco tra luce e ombra di cui parla Franco Rella nel bel testo che apre il catalogo della mostra. Così anche Roma è questo dubbio continuo fatto di oscurità, in cui ogni tanto esplodono, come magmatiche eruzioni di coscienza, fuochi distratti e misteriosi.

Info mostra

Donato Di Pelino

Donato Di Pelino

Donato Di Pelino è nato a Roma nel 1987. E’ laureato in Giurisprudenza con una tesi sul contratto nelle arti visive, in particolare quello stipulato tra artista e gallerista. E’ redattore di artapartofculture dal 2009 e per il webmagazine ha scritto di arte privilegiando, in particolare, l’intervista in forma di conversazione e scambio con gli artisti. Si occupa anche di poesia e di musica.

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