Paesaggio con figura immagini

Per paesaggio si intende il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni.”

Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, approvato con il Decreto Legislativo n. 42  solamente nel 2004, così definisce all’art. 1 un modo dell’uomo di concepire lo spazio, un concetto con cui l’arte visiva si confronta da sempre, anticipando di molto il legislatore. Allo stesso modo la Poesia, nel Novecento ad esempio, ha visto nel paesaggio il teatro dove la parola vaga in cerca di un senso, di un’identità appunto. Su questo tema si confrontano tre artisti visivi, Donatella Spaziani, Laura Pugno e Luca Pancrazzi, e il poeta Valerio Magrelli, nella prima di tre mostre ideate dalla gallerista Erica Ravenna Fiorentini nella sua galleria in Via Margutta a Roma. L’esposizione, dal titolo Paesaggio con figura è a cura della stessa Erica Ravenna insieme con Adriana Polveroni ed è parte del progetto Galleria in versi.

Luca Pancrazzi presenta due acquerelli su carta, delle flebili linee di orizzonte che accennano il profilo di una città dal titolo Come sempre dove sei, l’acrilico Fuori registro mostra uno scorcio metropolitano dai toni velati, a basso contrasto. Questi suoi lavori che hanno come soggetto lo spazio, nascondono però l’attenzione per il tempo che si esplica nel periodo di fruizione da parte del pubblico chiamato ad osservare le opere. Come in 23% Uri, un plastico di una città in miniatura contenuto in un falso pilastro attorno a cui bisogna necessariamente girare così da poter vedere l’opera per intero.

Nella sua Morfogenesi Laura Pugno isola lo sfondo di un’opera del Mantegna e la riproduce in un’incisione su gesso su una base in ferro rialzata da terra. Il lavoro è parte di una serie che estrapola dei paesaggi presi da dipinti del passato, li elabora come dei render per mostrare come la percezione della realtà sia sempre soggetta a mutazioni. In Gradi di autonomia e Memorie remote invece, l’artista utilizza la fotografia, in un caso effettuando delle abrasioni sulle stampe, nell’altro intervenendo sulle foto con pittura, pasta modellante e plexiglass.

Donatella Spaziani utilizza da sempre il corpo e la sua silhouette come misura della distanza tra l’individuo e lo spazio circostante, quasi sempre bidimensionale, ridotto a una trama decorativa come la carta da parati. Negli Autoscatti poi, la Spaziani traduce nella fotografia alcune esperienze vissute in momenti e luoghi diversi in cui il soggetto della foto, l’artista stessa, si muove in degli interni, spazi domestici o quotidiani, porzioni circoscritte all’interno di grandi città come Parigi.

Se il paesaggio si esprime da sé nell’arte visiva, essendo essa una manifestazione spesso ingombrante e inevitabilmente fatta di volumi posti in relazione con uno spazio, la Poesia ha dovuto incorporare nella lingua un problema a questa apparentemente estraneo. Nel primo Novecento italiano Ungaretti ha descritto dapprima il paesaggio disgregato dalla guerra ( Di queste case/ non è rimasto/ che qualche/ brandello di muro), che in un’altra fase, quella de L’isola, diviene misterioso idillio (A una proda ove sera era perenne/ di anziane selve assorte, scese,/ e s’inoltrò…). Il paesaggio di Montale è quello scabro e incerto  dell’esistenza umana (Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende/ rara la luce di una petroliera!). Andrea Zanzotto esordì proprio con la raccolta Dietro il paesaggio (1951) in cui i versi liberi seguono le stagioni e si incardinano con i monti e la natura di una regione, il Veneto, terra natia del poeta dove trovare un riparo dopo l’esperienza del secondo conflitto mondiale ( Del mio ritorno scintillano i vetri/ ed i pomi di casa mia,/ le colline sono per prime/ al traguardo madido dei cieli,/ tutta l’acqua d’oro è nel secchio/ tutta la sabbia nel cortile/ e fanno rime con le colline). Il paesaggio si fa quindi tautologia e la natura somiglia all’uomo, come ha osservato l’artista Giuseppe Penone dicendo che in Europa tutto il paesaggio è fatto dall’uomo e la natura è, perciò, antropomorfa.

Valerio Magrelli, che interagisce con il tema e le opere esposte nella mostra con una lettura di alcuni suoi versi, è poeta testimone di un tempo letterario e umano per cui lo spazio è essenzialmente emotivo o mediatico. Oggi, il paesaggio, o è costantemente riprodotto, parcellizzato e sempre uguale a se stesso, o è annullato nei selfie, che lo uccidono come lo uccise Caravaggio. Nel suo ultimo libro di versi, Il sangue amaro (Einaudi, 2014), Magrelli dedica i Paesaggi laziali a delle impressioni o a dei ricordi in cui il paesaggio è occasione quotidiana, raccordo di visioni distopiche della nostra realtà.

Meteorologica è l’unica, vera
coscienza che noi abbiamo dello Stato,
immagine sgargiante
di isobare come panneggi
che corrono su una nazione
circondata dal nulla.
Tutti i paesi intorno riposano nel buio,
terre indistinte, senza identità
né previsioni atmosferiche.
Il nostro, invece, trapunto
di segnacoli, vibra e brilla sul fondo
di un moto ondoso in aumento.
Sono a Isoletta-San Giovanni Incarico,
autunno, un pomeriggio soleggiato,
mentre il treno risale arrancando
la snella silhouette della penisola:
faccio parte di un popolo devoto
a nubi, raggi, fulmini attesi per domani.
 

Valerio Magrelli, da Il sangue amaro (Einaudi 2014)

Info mostra

  • Erica Ravenna Fiorentini arte contemporanea
  • Galleria in versi. Paesaggio con figura
  • 11 ottobre 2016- 3 febbraio 2017
  • Via Margutta 17, Roma
  • www.ericafiorentini.it
Donato Di Pelino

Donato Di Pelino

Donato Di Pelino è nato a Roma nel 1987. E’ laureato in Giurisprudenza con una tesi sul contratto nelle arti visive, in particolare quello stipulato tra artista e gallerista. E’ redattore di artapartofculture dal 2009 e per il webmagazine ha scritto di arte privilegiando, in particolare, l’intervista in forma di conversazione e scambio con gli artisti. Si occupa anche di poesia e di musica.

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