È la seconda volta che rimango colpito dalle parole di uno dei più grandi filosofi del nostro tempo. Questo filosofo è Carlo d’Inghilterra, da poco reduce da un discorso davanti al Parlamento italiano, in occasione della sua prima visita ufficiale in Italia dopo l’incoronazione.

Re Carlo ha aperto citando Dante e la storia romana, leggendo alla fine un passo delle Georgiche di Virgilio. Dietro di lui, gli sguardi vaganti di politici e uscieri.

immagine per Il discorso del re. La lingua della politica e l'indifferenza per la nostra Cultura
Il discorso di Re Carlo III alla Camera dei deputati

La prima volta fu subito dopo la morte della madre Elisabetta II, che commemorò dedicandole un verso di Shakespeare, il sommo poeta britannico. May the flight of angels sing thee to thy rest, è il dolce augurio di Orazio nel momento della morte di Amleto.

La retorica di Carlo è significativa per un motivo che travalica qualsiasi sentimento per ciò che il personaggio rappresenta.

È un uomo politico che riconduce la sua oratoria alle fondamenta culturali di un popolo, conferendo importanza alla società che lo ascolta. Quest’ultima, così, si riconosce in una struttura storica, nelle sue vicende, riflettendo anche sulle proprie nefandezze ma percependo (o sperando) di poter avere un ruolo nelle cose del mondo.

Provo allora di ricordare se vi sia un equivalente qui da noi in Italia, se un rappresentante della politica degli anni che vivo avesse mai espresso questo tipo di riferimenti. Non mi viene in mente nulla, a parte ritornelli idioti e idiomatici, “le mani nelle tasche degli italiani”, “resilienza”. Siamo al punto, il problema è, anche, linguistico.

Il rapporto tra la politica e la cultura in Italia appare quantomeno faticoso, non dico inesistente perché certo esistono delle realtà in cui istituzioni e cultura collaborano, seppure siano limitate a situazioni locali.

Queste vanno avanti grazie agli sforzi di assessori, privati coraggiosi, finanziatori, comunità che riescono a mettere in piedi iniziative sensate e apprezzabili. Viene meno però, questo rapporto, ai vertici della politica nazionale, a cominciare dall’aspetto comunicativo.

Un esempio, il discorso di insediamento del Ministro della Cultura Giuli, un over talking incapace, al di là delle ironie, di toccare le corde più profonde dell’oggetto del suo Ministero. No, non la cultura in sé, bensì la consapevolezza dei cittadini.

Nessun politico, di qualsiasi schieramento, si riferisce mai alla poesia, all’arte, o cita mai Giotto, Pascoli o Dante, eccezion fatta per l’insopportabile lagna di Benigni che, appunto, non è un politico ma un veicolo mediatico. Solamente così viene comunicata la cultura, in modo mass mediatico.

Così il fiorire dei fenomeni over (turismo, booking, etc.) tutti accomunati dal solo suffisso, a denunciare un’opulenza di stimoli, di eventi, di presenze indigeribili e causa di un sicuro malessere. Non è colpa solamente della politica, o meglio, questa è speculare alla società che amministra.

Il qualunquismo retorico della politica va di pari passo con un disturbo che colpisce pure gli addetti ai lavori, gli intellettuali, gli artisti, i letterati, i giornalisti. Anche loro, per forza di cose, arrivano alla dissociazione nei confronti di tanti aspetti della società. Dalla forma, per esempio, da tanti considerata inutile, obsoleta. Non da Carlo.

Non si tratta di un problema di cultura quanto di avere il senso della cultura, condizione che non si costruisce dalle certezze imboccate da terzi ma attraverso la curiosità verso chi siamo e chi siamo stati. Formare una coscienza collettiva della propria storia. Così si impara a distinguere, a dare pesi e misure.

Questo senso, se mancante, provoca, tra gli altri, i fenomeni di cui sopra: le file disumane davanti a mostre mostruose, gli spazi ridotti, le imposizioni di tempi di visita, i problemi di parcheggio per guardare l’esperienza 3D di Van Gogh, il cartonato di Frida Kahlo. Tutti prodotti di un’industria che nulla ha a che fare con la cultura.

Diretta conseguenza di tale dissociazione è poi l’incapacità di difenderla, la cultura (N.d.R.: ne abbiamo diversamente trattato qui).

Così assistiamo indifferenti a orde di turisti che posano culo e lattine sui monumenti, auto immortalandosi in una (anche questa) over produzione di immagini. Oppure all’imbrattamento di muri, alle tag, altro sub-prodotto linguistico. Non ce ne frega più niente, perché sappiamo che non esiste una istituzione pronta ad accogliere il nostro fastidio o la nostra voglia di migliorare affidando più valore a un patrimonio unico.

Dunque è peculiare che la classe politica italiana escluda nella sua retorica i riferimenti culturali, che sono poi le basi da cui si forma un popolo. Più si omette di infondere questa consapevolezza, più crescono le distanze tra noi e le nostre possibilità, distanze che qualcun altro, al posto nostro, colmerà come gli pare.

immagine per donato di pelino
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Donato Di Pelino (Roma, 1987) è avvocato specializzato nel Diritto d’autore e proprietà intellettuale. Scrive di arte contemporanea e si occupa di poesia e musica. È tra i fondatori dell’associazione Mossa, residenza per la promozione dell’arte contemporanea a Genova. Le sue poesie sono state pubblicate in: antologia Premio Mario Luzi (2012), quaderni del Laboratorio Contumaciale di Tomaso Binga (2012), I poeti incontrano la Costituzione (Futura Editrice, 2017). Collabora con i suoi testi nell’organizzazione di eventi con vari artist run space.

2 risposte

  1. Apprezzo l’articolo e in particolar modo il concetto espresso di senso della cultura:
    …”attraverso la curiosità verso chi siamo e chi siamo stati. Formare una coscienza collettiva della propria storia. Così si impara a distinguere, a dare pesi e misure.”
    grazie

  2. LA POLITICA I POLITICI
    La politica, i politici non fanno
    sconti, ne regali a nessuno, in
    tutti i sensi e in tutti i campi.
    Anzi vogliono sempre e solo avere e
    niente dare, schifo, ribrezzo, vergogna
    meschini, bigotti, ottusi, parassiti, ed altro
    Ma per tutto c’è un inizio ed una fine, nulla
    dura in eterno.
    Gli piace avere soldi, potere, sottomettere
    il popolo, mettersi in mostra, dire bugie, menzogne,
    falsità, ipocrisia, prendere in giro, per i
    fondelli .I nostri nonni con la quinta elementare,
    hanno salvato l’italia, mentre questi pseudo
    politici, la politica, sapientoni hanno
    distrutto e stanno distruggendo
    l’italia.
    ANTONIO CATERINA

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