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Chi è il neo-borghese. Tra stile, arte e cucina

Tu spegni sigarette su velluto blu. Lavorato Jacquard o lampasso. Indaco, per essere precisi, il succoso indaco ma anche il rosso Borgogna o marsala si adattano ai salotti in stile neo-borghese. Intramontabile (così dicono), è sempre una soluzione elegante e funzionale per l’arredamento e per arredare le nuove classi sociali. Il neo-borghese è fatto di colori decisi e materiali importanti, di marmi, di oro, un omaggio agli anni ‘50 e ’70 dello scorso Secolo, all’Europa dopo le Guerre.

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Altea Letto Giorgetti progettato da Carlo Colombo

Non solo l’arredo e la moda ma pure il cibo.

Dalla Francia, si intende, il ristorante parigino Lafayette’s propone una cuisine néo-burgeoise et gourmande au déjeuner et dîner. Chi ne varca le soglie sarà dunque una borghesia emergente, proveniente da chissà quali centri di vitalismo economico. Certamente non la maggioranza dei giovani, subalterni controllori di fogli Excel su commessa di aziende sempre più simili a fantasmi.

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ristorante parigino Lafayette’s

C’è ovviamente un’arte neo-borghese. Quelli a cui dice bene di trovare il protettorato di grandi gallerie, ricevono un servizio fotografico e stabilizzano il proprio studio tra Hong Kong e Ginevra.

Il neo-borghese viaggia, consuma, rifiuta l’identità e soprattutto la monotonia di casa propria. Così da divenire immagine lo stesso artista, mai era accaduto prima, un’immagine condivisibile per la telematica in reel e storie, in dimensioni temporali, cioè, in cui vale l’istante e il principio cronologico è annullato.

Per tutti gli altri giovani artisti, le classi neo-medie (come chiamarle?), rimane l’illusione di stare decidendo o formando il futuro del mondo, senza accorgersi di essere reclusi in un recinto statico, nutriti da valori che altri gli lanciano dall’esterno.

I giovani dell’arte difatti, spesso appaiono dissociati da una realtà che temono, che non li sostiene ma che li comprende appieno, arrivando financo a controllarli. Per via, pure, dell’illusione di possibilità infinite e inutili che la realtà ci offre, nella stessa misura in cui sono illusi i nostri sentimenti e rapporti.

Il web, ormai entità più senziente di chi lo consulta, giustamente ricorda che il manuale di cucina dell’Artusi (trattato rivolto alla borghesia del tempo) usciva nel 1891, anno dell’enciclica Rerum Novarum e della fondazione del Partito Socialista Italiano. Se neo-borghesi vogliamo essere, non so se potremo dar vita a una neo-rivoluzione ma almeno dell’Artusi seguiamo il consiglio nel suo manuale:

Se non si ha la pretesa di diventare un cuoco di baldacchino (alle dipendenze di una famiglia e quindi di mestiere, N.d.R.) … basta la passione, molta attenzione e l’avvezzarsi precisi; poi scegliete per materia prima roba della più fine, che questa vi farà figurare.”.

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Donato Di Pelino (Roma, 1987) è avvocato specializzato nel Diritto d’autore e proprietà intellettuale. Scrive di arte contemporanea e si occupa di poesia e musica. È tra i fondatori dell’associazione Mossa, residenza per la promozione dell’arte contemporanea a Genova. Le sue poesie sono state pubblicate in: antologia Premio Mario Luzi (2012), quaderni del Laboratorio Contumaciale di Tomaso Binga (2012), I poeti incontrano la Costituzione (Futura Editrice, 2017). Collabora con i suoi testi nell’organizzazione di eventi con vari artist run space.

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