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La cintura di Belgrado

A Milica
Io, figlio delle foreste, in città diventai l’ultimo moicano.
Con l’occhio sul vetro e sulla luna,
pagano stanco,
mordo le tue labbra nel fruscio delle foglie.
Strade bagnate, stanze gialle, alberghi di boulevard —
tutto diventa un’immensa inquietudine del passato
sotto la volta azzurra della Cappella Sistina.
Ah! Quando la sera sogno da solo…
Rade Drainac, Erotikon

L’aeroporto è intitolato a Nikola Tesla che è una specie di eroe nazionale, impresso pure sulla banconota da cento dinari insieme alla sua formula dell’induzione magnetica. Il magnetismo è una forza invisibile, come lo sono quasi tutte le forze che ci governano.

immagine per La cintura di Belgrado: Tesla impresso sulla banconota da cento dinari
Tesla impresso sulla banconota da cento dinari

La stazione radio di fiducia del nostro tassista passa il successo di un duo pop locale dei primi Duemila, la storia di una donna che reagisce a una relazione violenta. Le strade che dagli aeroporti conducono al centro città sono sempre interessanti perché lasciano percepire le estetiche e le trasformazioni delle periferie.

Grosso modo sono tutte uguali le periferie ma ognuna ha un sapore diverso nel suo approssimarsi al centro, nella gestione dell’imperfetto, nella logistica dei desideri. Qui è evidente la luce dell’Adriatico, che probabilmente irradia gran parte dell’Est, forse persino le regioni baltiche hanno qualcosa a che fare con l’Adriatico.

Questa luce è incredibilmente e eroticamente limpida, divide lo spazio in grandi campiture di cielo e case, dormienti di un dolce sonno immaginifico, turbato da voglie sottili. Ecco perché qui, all’entrata del nucleo abitato, le tangenziali e gli enormi complessi popolari sono infusi in un’aria netta e scintillante come la lama di un rasoio.

Due folle distinte hanno invaso Belgrado nelle ultime settimane, ciascuna con la propria missione. Una è quella sacra dei pellegrini in visita per omaggiare la cintura della Vergine, che ha fatto ritorno in Serbia dopo 650 anni.

Secondo la tradizione ortodossa, la cintura fu ricavata da un manto di  cammello dalla stessa Maria, affidata in custodia all’apostolo Tommaso dopo l’Assunzione, fino a che lo Zar Lazzaro Hrebeljanović ritrovò la reliquia donandola al monastero di Vatopedi, sul Monte Athos.

Poi c’è la folla laica degli studenti delle Università, in sommossa contro il governo in carica guidato dal Presidente Vučić. La cintura incomincia a stringere.

Le piazze e i parchi del quartiere di Dorćol sono un fiorire di busti celebrativi e di statue come quella di Dositej Obradović allo Studentski Park. Linguista e scrittore, in duo con Vuk Karadzić ebbe pieno magistero sulla riforma dell’alfabeto serbo a metà Ottocento, insieme spodestarono lo slavo ecclesiastico della precedente illustre coppia Cirillo&Metodio e disposero la regola di un fonema per ogni grafema.

Una rivoluzione con l’obiettivo di unificare e semplificare la lingua che ora si scrive come si legge. Un ragazzo alla fermata degli autobus ci aggiorna sul progetto dell’Interslavo (Medzuslovjansky), sancito da una apposita commissione nel 2006, ultimo cantiere linguistico attorno al quale si sono riuniti circa duemila parlanti.

Umarelli come quelli appostati in un’opera dell’artista serbo-greco Konstantinos Patelis-Milicević (1997) alla U10 Art Space. Le sue installazioni riflettono sul tema del banale, dando da pensare su quanto il concetto di insignificante sia realmente il più cosmopolita o su come esso possa declinarsi in stereotipi dello stereotipo.

U10 è uno spazio-piattaforma culturale totalmente non profit e autogestito nato nel 2012, con l’obiettivo di valorizzare giovani artisti serbi e internazionali. Il governo, ci dicono, non dispone di fondi per gli spazi indipendenti (tutto il mondo è paLese) né esistono riviste specializzate in formato cartaceo sull’arte contemporanea e così ci si organizza in collettivi, artist run, autoproduzioni.

Sanda Kalebić è storica dell’arte e curatrice indipendente, tra i coordinatori della U10. Ci dà appuntamento per una visita alla galleria e per un pranzo, in serata si unirà alla grande manifestazione degli studenti. Sulla maglietta ha una scritta che si potrebbe tradurre in modo impreciso con “Meccanici contro il sistema”, il motto della protesta nata in seno alla facoltà di Ingegneria Meccanica.

Ci racconta del crollo del tetto di una stazione ferroviaria appena rinnovata a Novi Sad, che a novembre 2024 ha causato la morte di sedici persone. Da allora il movimento studentesco si riunisce periodicamente bloccando l’intera città e chiedendo elezioni anticipate.

Il movimento degli studenti è certamente uno dei fenomeni più significativi degli ultimi anni per una città che non vive un periodo facile. La presenza stimata dai conservatori per la protesta di oggi è di 200.000 persone.

Costeggiamo Pionirski Park, di fronte il palazzo dell’Assemblea Nazionale, nel quale è sconsigliato entrare e da cui si solleva una nostalgica musica popolare. Sanda ci spiega che si tratta dei ćaci (pron. ciazi), “studenti” sostenitori del governo (alcuni di gran lunga fuori corso, diciamo pure una legione straniera di veterani e altri soggetti vicini a Vučić) che hanno occupato il parco con delle tende, trasmettendo canzoni tradizionali a tutto volume contemporaneamente alla protesta dei colleghi.

immagine per La cintura di Belgrado: Assemblea Nazionale
Assemblea Nazionale

Il loro nomignolo, ćaci, è un neologismo derivante da un errore di grammatica su un graffito. Nei Balcani si inventa perennemente la lingua ma anche gli spazi sono in continua ridefinizione.

I ćaci e la loro autoproclamata ćacilend di Pionirski Park come i bambini figli della ricca famiglia del film Parasite, che si trasferiscono in una tenda nel giardino della loro villa, fondando un territorio di fatto, uno stato transitorio all’interno dello spazio domestico.

Anche il distretto di Zemun nasce infatti come un altro luogo a parte, nonostante si trovi a nord, poco dopo la Nuova Belgrado e oggi sia a tutti gli effetti un municipio della città. L’autobus attraversa la Sava, Novi Beograd è una rassegna di grandi edifici e esercizi commerciali dismessi, insegne cancellate di negozi di telefonia, associazioni, ex sindacati. Da lontano si vede il grande Hotel Intercontinental, dove nel 2000 un ex poliziotto sparò a Željko Ražnatović (Arkan, quello delle “Tigri”) uccidendolo.

Le piccole case colorate e i locali sul Danubio di Zemun sembra non ricordino nulla dei traffici dei mercanti austriaci e della sanguinosa battaglia contro Solimano. Zemun ricca d’argento, il punto da dove incominciano le Migrazioni del popolo serbo nel mezzo della Guerra di Successione, sotto il regno di Maria Teresa, nell’epopea narrata da Miloš Crnjanski.

Tutti questi afflati umani ritornano, scolpiti nei motivi asburgici a ghirlande sugli edifici, emulsionati nelle specialità del posto. Difatti le tracce dell’Impero Ottomano sono ineluttabili nei cevapi con la crema di latte, nel burek, nel baklava guarnito con il miele. O anche nelle scale minori armoniche delle canzoni.

Dalla cucina a vista di un bistrot escono, in serie, dei bocconcini di fegato su pane tostato, con lo staff impegnato a sfamare una tavolata di almeno quindici persone. Anche i mercati cittadini sembrano piccoli bazar che offrono spezie, datteri, carni esposte in vetrina, ortaggi, ciliegie profumatissime.

Ogni tanto i pollini compaiono fluttuando, posandosi sui tavoli in legno sopra la banchina del fiume. Signore e signori, il Danubio. Così placido davanti a una moltitudine di avventori che si ristorano mentre affidano alle sue acque una melodia di confessioni, aneddoti e segreti che nel fiume scorrono, fin giù al confluire della Sava, fino alla Grande Isola della Guerra.

Sono sveglio dalle sette per raggiungere a piedi, dall’albergo, il tempio di San Sava, dove la messa della domenica ha inizio alle nove. Da quanto ricordo, non fui altrettanto solerte nemmeno il giorno della mia prima Comunione. La liturgia ortodossa mi ha catturato per via di ascolti musicali, i cori con il basso profondo, il saggio sull’icona di Pavel Florenskij.

immagine per La cintura di Belgrado: San Sava
San Sava

Invero, il primo contatto lo devo a un vissuto personale fatto di domeniche fuori porta presso l’abbazia di San Nilo di Grottaferrata, cattolica di rito greco. Lo stesso che si trova anche a Villa Badessa (Pescara), fondata da un manipolo di soldati macedoni finiti a godersi la pensione nel Regno di Napoli.

Mi avvicino alla chiesa arrivando dalla grande Piazza Slavija e trasecolo alla vista di un serpente umano che scorre verso l’entrata, tutti in fila per l’esposizione della Cintura della Vergine per cui è stata prevista una corsia preferenziale. All’interno, altri fedeli, sempre in coda, rendono omaggio all’icona di San Giorgio baciandone il vetro che la custodisce.

Un prete dal lungo manto blu percorre l’intero tempio con un passo frenetico, spargendo incenso e suonando una campanella per dare avviso dell’inizio della funzione. Il coro intona l’inno dei cherubini mentre io sono coinvolto nel contemplare i profili di tutte le persone che mi affiancano.

Ci sono giovani madri, anziani, una donna dai fluenti capelli neri e dal bellissimo naso pronunciato che protrude dal volto. In quell’istante la processione di sacerdoti esce per l’ostentazione del diskos e del calice. Il Cristo Pantocratore sulla volta immensa come un planetario, benedice gli interni incompleti della chiesa, di fatto ancora in costruzione per alcune sue parti.

C’è forse qualcosa di divino nell’incompiuto, nella Sagrada Familia, in alcuni romanzi di Gadda, nei progetti metro – ferroviari di Roma.

Il regista belga-ceceno Déni Oumar Pitsaev presenta al Beldocs il documentario Imago, girato nella regione georgiana del Pankisi con i suoi familiari, fuggiti dall’assedio di Grozny dopo la guerra negli anni Novanta. È lui stesso il protagonista che vuole realizzare il suo sogno di bambino: costruire lì una casa su un albero.

Dice che così, se dovesse scoppiare una guerra, l’ennesima, l’ultima cosa che vedrebbe sarebbe il cielo dei luoghi della sua infanzia. Figure umane simili a spettri sono quelle raccontate in Waking Hours, di Federico Cammarata e Filippo Foscarini, in un doc girato nel buio dei confini tra Bosnia Erzegovina, Serbia e Croazia. Ai margini delle foreste, un gruppo di traghettatori afgani conduce i profughi che intendono varcare la cortina che segna l’inizio dell’Europa, in una perenne tensione tra clan rivali.

Quando usciamo dal cinema Tuckwood, di fianco all’Assemblea Nazionale, la protesta è già iniziata e schiere di poliziotti si dispongono a chiudere gli accessi alle strade principali. In lontananza si sentono cori, esplosioni di bombe carta, uno squadrone della gendarmeria marcia verso di noi.

Dobbiamo attendere una ventina di minuti per rientrare in albergo, ogni passo è un suono cosmico che si propaga in uno spazio irreale.

La notte è un grande respiro trattenuto, la cintura stringe come un serpente ogni esistenza, ogni edificio, ogni pietra. Sulle umane vicende vegliano le statue degli dei del Palazzo della Scienza. Sirene, Nettuno e altre supreme divinità marine scolpite nell’arenaria di Kruševac.

Il Palata Nauke è stato costruito dei primi anni ’20 su progetto del tedesco August Reinfels, fu sede della Banca dell’Adriatico-Danubio e, dopo la chiusura di quest’ultima nel ‘46, di altri istituti di credito fino al 2023.

Il magnate Miodrag Kostić lo ha rilevato attraverso una serie di attività filantropiche, facendone un importante centro di ricerca scientifica sul machine learning, la robotica, l’astronomia. Ma il vero planetarium è fuori nelle strade, nei cortili liberty affiancati ai muri maceri e agli angiporti derelitti. Qui si può assistere veramente alla bellezza dello spazio siderale dimenticato, alla volta azzurra della Cappella Sistina.

Dal buio fuoriesce la facciata dell’Hotel Moskva, luccicante come quella di un casinò di Las Vegas o di un tempio mormone. L’albergo, attualmente di proprietà di un fondo di investimento del Belize, è stato crocevia di spie, celebrità, artisti e scrittori del Grupa umetnika qui fondato da Crnjanski negli anni Venti e poi dei Modernisti.

Mentre cammino lungo la Kraja Milana, sento avvolgere la cintura intorno ai miei fianchi e vorrei che si trattasse della martingala di un lungo cappotto scuro, vorrei essere un commesso viaggiatore o un medico condotto boemo custode di un segreto inconfessabile nell’oscurità della notte di Belgrado.

Le piazze si sono placate, la gente sta tornando a scherzare ad alta voce, la protesta per oggi è finita. Il grande respiro viene rilasciato e la cintura, almeno per qualche ora, allenta la sua presa. Domani tornerà a stringere e a benedire.

immagine per La cintura di Belgrado: dopo la protesta
dopo la protesta

 

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Donato Di Pelino (Roma, 1987) è avvocato specializzato nel Diritto d’autore e proprietà intellettuale. Scrive di arte contemporanea e si occupa di poesia e musica. È tra i fondatori dell’associazione Mossa, residenza per la promozione dell’arte contemporanea a Genova. Le sue poesie sono state pubblicate in: antologia Premio Mario Luzi (2012), quaderni del Laboratorio Contumaciale di Tomaso Binga (2012), I poeti incontrano la Costituzione (Futura Editrice, 2017). Collabora con i suoi testi nell’organizzazione di eventi con vari artist run space.

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