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Anselm Kiefer. Il retro dell’Arte

La caduta degli angeli ribelli è uno dei cicli della storia dell’uomo che più ricorrono in diverse narrazioni, come la leggenda di Amleto: dalla mitologia (la caduta di Hyperione, padre del dio del Sole, Helios) alle rappresentazioni sacre. Tra queste, su tutte, quella di Pieter Bruegel il Vecchio del 1562 conservata a Bruxelles potrebbe essere un riferimento per l’impostazione di Engelssturz, la grande opera di Anselm Kiefer nel cortile di Palazzo Strozzi a Firenze in questi giorni.

Un dipinto alto più di sette metri, diviso tra un piano metafisico (il fondo oro dove appare Michele Arcangelo) e uno terreno, in cui precipitano gli angeli sconfitti.

Per comprendere a pieno l’attualità di questo lavoro, bisognerebbe osservarne il retro, l’imponente sistema di tiranti, impalcature, le indicazioni dell’artista sulla disposizione dei pannelli per il montaggio. Allora si inizierebbe a riflettere su come e quanto il grande pubblico contemporaneo possa essere attirato da una logica antica, da opere che condensano riferimenti profondi in un’estetica altrettanto intensa.

Anselm Kiefer. Angeli caduti è una mostra pervasa da uno spirito quasi neoplatonico ma, sotto il profilo della pratica artistica, in linea con gli anni di formazione dell’autore. La logica dell’arte concettuale, la vicinanza a Joseph Beuys segnano la provenienza culturale di Kiefer, alimentata da una serie infinita di letture dovute al suo eclettismo in termini di interessi e tematiche.

Queste caratteristiche non sembrano per nulla contemporanee, stante il cambio direzionale degli artisti e del loro pubblico nella scena attuale.

Esemplare in questo senso anche l’opera Luzifer, al primo piano della mostra, altro grande dipinto da cui protrude un’ala di aeroplano. Ancora la figura della caduta dell’angelo rinnegato che stavolta si fonde con il mito di Icaro, con la hybris umana come presunzione di superare i limiti.

Sempre Bruegel riaffiora con la sua Caduta di Icaro, dove il giovane alato tracolla nella placida indifferenza dei contadini di un paesaggio fiammingo.

…Nell’Icaro di Bruegel, per esempio: come ogni cosa ignora serena il disastro!” noterà in versi il poeta inglese W.H. Auden. L’aratore continua il suo lavoro nei campi senza stupirsi, assumendo metaforicamente le vesti di un pubblico incapace di turbamento di fronte all’opera di un ragazzo che cade dal cielo.

In un’altra sala Anselm Kiefer rende omaggio al drammaturgo francese Antonin Artaud, padre del Teatro della Crudeltà, con enormi girasoli su fondi oro che richiamano la figura dell’imperatore Eliogabalo, di cui proprio Artaud scrisse una biografia.

Poi la gigantesca Scuola di Atene, in una sala dove l’artista analizza le fondamenta del pensiero filosofico e del divino, tramite lavori dedicati a Socrate e alla Vergine Maria. Di nuovo l’interrogativo: in che modo il pubblico attuale percepisce il pensiero dietro l’opera d’arte e i suoi significati? In termini più generali, ma non generici, a chi si rivolge l’arte?

Kiefer è da sempre attento alla poesia e al dialogo tra l’arte visiva e la parola poetica. Nel suo libro L’arte sopravviverà alle sue rovine (Feltrinelli, 2011) scrive che “solo la poesia è reale, perché l’unica realtà immaginabile passa per la poesia”.

Interessante la percezione secondo cui nella nostra epoca connotata dall’onnipotenza tecnica e dall’imposizione di una forza del reale che supera la forza artistica, la dimensione poetica assuma lo status di realtà effettiva, sostituendosi a quella tangibile.

Dunque le masse, costrette alla deludente facciata della vita e della cronaca, ne ricercano il “retro”, la porta su una verità ormai impossibile da abbracciare nel mondo fisico ma allo stesso tempo difficile da decifrare o distinguere appieno.

Di contro, la poesia (l’arte), vive di una parola che, secondo Giorgio Agamben, “…deve ora fare i conti con un’assenza di destinatario non episodica, ma per così dire costitutiva. Essa è senza destinatario, cioè senza destino”.

“Il poeta – continua Agamben- è da sempre solo con la sua lingua, ma questa lingua era per definizione condivisa, cosa che ora non ci sembra più così evidente”.

Cosa attrae allora un pubblico insofferente alla realtà conclamata verso la realtà immaginata dell’arte? Agamben sostiene che “È possibile rispondere a questa domanda, solo se si comprende che il destinatario di una poesia non è una persona reale, ma un’esigenza”.

Ecco che l’esigenza non è più solamente dell’artista ma anche del fruitore che il più delle volte si pensa sia estraneo al riconoscere il veicolo dell’arte o, per meglio dire, di un’arte lontana da lui. L’estetica dell’opera, la sua materialità, è il pianeta attorno al quale gravita la nostra esigenza di scambio.

Non importa allora se l’opera attinge a una logica diversa da quella contemporanea, dall’immediatezza dei percorsi che ci sono più familiari. Anche un pensiero derivato da fonti che scavano nelle rovine della Storia è in grado di consolidare la fiducia nella necessità di esprimersi e di ricevere questa espressione.

Le rovine poi, sono un tema centrale del lavoro di Kiefer, spesso volontariamente distrutto e riedificato, inteso come tracce di un mondo scomparso che però continua a manifestarsi in nuove forme.

In un’altra sala di Palazzo Strozzi, Kiefer distorce una logica apparentemente tradizionale nell’istallazione Vestrahlte Bilder, una serie di dipinti realizzati dal 1983 al 2023, che occupano tutte le pareti della stanza, riflettendosi su grandi specchi.

La collocazione dei quadri sembra riportare alla pittura tedesca dell’800, a un allestimento da Accademia dove però Kiefer conferisce alle opere una sostanza “impersonale”. È qui che si condensa forse l’attualità dell’autore, nel togliere all’opera il suo carattere di unicità, confondendolo in una moltitudine.

Non è più tanto il soggetto dell’opera, la sua inconfondibilità a rappresentare l’intenzione dell’artista quanto ciò che dietro l’opera vive. È il retro dell’arte, inteso come spostamento di un punto di vista obbligato che viene ribaltato in modo speculare e costituisce il nuovo scenario del nostro agire.

Info mostra Anselm Kiefer. Il retro dell’Arte. Angeli caduti

  • Palazzo Strozzi, Firenze
  • fino al 21 luglio 2024

Foto della mostra  Ela Bialkowska OKNO studio photography, cartella stampa Palazzo Strozzi

 

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Donato Di Pelino (Roma, 1987) è avvocato specializzato nel Diritto d’autore e proprietà intellettuale. Scrive di arte contemporanea e si occupa di poesia e musica. È tra i fondatori dell’associazione Mossa, residenza per la promozione dell’arte contemporanea a Genova. Le sue poesie sono state pubblicate in: antologia Premio Mario Luzi (2012), quaderni del Laboratorio Contumaciale di Tomaso Binga (2012), I poeti incontrano la Costituzione (Futura Editrice, 2017). Collabora con i suoi testi nell’organizzazione di eventi con vari artist run space.

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