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Silvia Giambrone. Una performance perché non sia troppo tardi

di Luca Barberini Boffi

L’artista Silvia Giambrone, (Agrigento, 1981) lavora utilizzando i linguaggi della performance, dell’installazione, della scultura, del video e del suono che usa per analizzare tutte le forme sotterranee di assoggettamento, con speciale interesse verso questioni di genere femminili ed etiche.

immagine per Silvia Giambrone, Perché poi sarà troppo tardi (Cinque visioni), performance, Ospitale S. Francesca Romana 14. 11. 2025. Foto di Costantino Biamonte. © Courtesy Studio Stefania Miscetti
Silvia Giambrone, Perché poi sarà troppo tardi (Cinque visioni), performance, Ospitale S. Francesca Romana 14. 11. 2025. Foto di Costantino Biamonte. © Courtesy Studio Stefania Miscetti
immagine per Silvia Giambrone, Perché poi sarà troppo tardi (Cinque visioni), performance, Ospitale S. Francesca Romana 14. 11. 2025. Foto di Costantino Biamonte. © Courtesy Studio Stefania Miscetti
Silvia Giambrone, Perché poi sarà troppo tardi (Cinque visioni), performance, Ospitale S. Francesca Romana 14. 11. 2025. Foto di Costantino Biamonte. © Courtesy Studio Stefania Miscetti
immagine per Silvia Giambrone, Perché poi sarà troppo tardi (Cinque visioni), performance, Ospitale S. Francesca Romana 14. 11. 2025. Foto di Costantino Biamonte. © Courtesy Studio Stefania Miscetti
Silvia Giambrone, Perché poi sarà troppo tardi (Cinque visioni), performance, Ospitale S. Francesca Romana 14. 11. 2025. Foto di Costantino Biamonte. © Courtesy Studio Stefania Miscetti

La performance Perché poi sarà troppo tardi (Cinque visioni), tenutasi nel capitolino Ospitale Santa Francesca Romana e prodotto da Studio Stefania Miscetti, è stata originata da molti input differenti, tutti di matrice etica e spirituale improntati al dialogo, alla pluriculturalità e alla pacificazione.

Il pubblico è stato invitato ad accedere alla Chiesa di Santa Maria in Cappella e a seguire un percorso guidato fino al primo piano dell’Ospitale, dove Silvia Giambrone ha costruito una drammaturgia sul senso del sacro e il suo sviluppo nella storia, attraverso diverse tradizioni e culture, in una visione che inevitabilmente e meravigliosamente parla anche del presente e guarda al futuro, come sempre succede con l’arte.

Per costruire la performance, nata site specific dopo una visita all’Ospitale, l’artista è stata ispirata dalla vita e dalla figura di Santa Francesca Romana (1384–1440), patrona dell’Urbe e che si dedicò alla carità e alla cura dei poveri proprio in quella sede, incarnando un modello ieratico ma anche molto umano, “di fede mistica e concreta al tempo stesso”.

La performance è stata quindi ideata a partire dalle suggestioni offerte dal luogo che l’ha accolta e che un tempo ospitava i degenti e i bisognosi, e che oggi, trasformato in museo, conserva e rinnova la propria vocazione all’accoglienza, diventando terreno fertile per un dialogo tra memoria e contemporaneità.

L’artista ha pertanto selezionato testi dal Novecento a oggi e di vario genere ma tutti basati sulle culture cristiana, cattolica, musulmana, ebraica, laica e atea, riuscendo a ritrovare nell’amore, e in quello mistico in particolare, un denominatore comune.

Tra tali fonti, ricordiamo i libri di Clarice Lispector (1920 – 1977), scrittrice, giornalista e traduttrice ucraina naturalizzata brasiliana, dai cui è stato tratto il titolo della performance, e il libro A noi restano le parole scritto da Azdyn Amimour, padre di uno dei terroristi del Bataclan, in dialogo con Georges Salines, padre di uno delle vittime.

 

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Luca Barberini Boffi, ex imprenditore nel mondo della carta stampata.
Esperto di comunicazione e di arti visive, vive tra Milano, Roma e Strasburgo, dove risiede. Organizza convegni internazionali su Beni Culturali e collezionismo, scrive su testate di settore. Viaggia molto all’estero per lavoro e per passione. Collabora saltuariamente come consulente artistico nel Maine, U.S.A.

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