Un pomeriggio con Brian Eno a Roma alla Galleria Valentina Bonomo

Courtesy Federica Campochiaro
Courtesy Federica Campochiaro

Nel luminoso cortile della galleria Valentina Bonomo, nella quiete del ghetto ebraico di Roma, Brian Eno presenta la sua mostra personale Light Music. Installazioni composte da light boxes, opere luminose in cui la luce crea forme sempre nuove autogenerandosi, e dagli speaker flowers, sculture sonore a forma di fiore che muovono gli steli a seconda dei suoni che emettono. Non è raro vederlo in Italia, la sua prima personale fu, a detta sua, realizzata grazie a Gabriella Cardazzo, della storica galleria veneziana del Cavallino. E’ un’occasione per sentirlo parlare del suo lavoro da artista visivo ma anche per sentir narrare l’epica del Rock da lui che ne è stato tra i fondatori e che lo ha aperto alle sperimentazioni dell’elettronica. La sua formazione visuale però (Eno ha frequentato da ragazzo un istituto d’Arte), pare non lo abbia mai abbandonato, visti anche i suoi interventi e collaborazioni con artisti visivi (tra i tanti, I Dormienti con Mimmo Paladino). Nei suoi lavori, il suo interesse si è sempre indirizzato verso la possibilità di intervenire su spazio, luce e tempo. Negli anni ’70, con la musica, questo intervento era esplicitamente gestuale, infatti si divertiva ad invertire il percorso dei registratori a nastro. Con i light boxes dichiara di voler “rompere il rigido rapporto tra spettatore e video; fare in modo che chi guarda non rimanga più seduto, ma osservi lo schermo come si ammira un dipinto”.

Le fotografie qui pubblicate sono inedite, appositamente realizzate da Federica Campochiaro per www.artapartofculture.net. Courtesy Federica Campochiaro

Come definisci i lavori che presenti in questa mostra?

“Direi che questo rappresenta il punto in cui mi trovo ora dopo aver lavorato a lungo su questo tipo di video. Li definisco degli ambient paintings.”

Brian Eno è stato uno degli introduttori di una ricerca che si è interrogata sulla possibilità di un gesto automatico, anche non originato dall’uomo, di generare significati validi. La generative art, che nella letteratura inglese si inventò William Butler Yeats trattando di scrittura automatica nel suo A Vision ( 1925), si è evoluta anche oggi nel percorso di tanti artisti (da noi in Italia, attualmente, mi viene da citare il giovane artista SERJ, classe 1985). Secondo Eno comunque la musica, a differenza della pittura, “non è mai stata figurativa è qualcosa che ha che fare con niente, non descrive cose e non parla di nulla” (https://www.youtube.com/watch?v=RMU5nhpb4LE). Come il video però, la musica impone un percorso temporale obbligato per chi la ascolta, costringendo a seguire una cronologia di eventi decisa a monte dal compositore. La sfida di ribellarsi a questa imposizione è fondamento anche del nuovo album di Brian Eno The Ship, in cui l’intento è stato di “fare un disco fuori dalle normali strutture ritmiche e armoniche ma che permetta alle voci di esistere nel loro spazio e tempo personale, come eventi in un paesaggio”.

In The Ship c’è una cover di un brano dei Velevet Underground (I’m set free), come mai hai deciso di inserirla nel disco e da dove è nata la voglia di cantare di nuovo?

 “In realtà non ho mai smesso di cantare. Poco tempo fa mi sono reso conto di riuscire perfino ad arrivare a cantare un Do basso…questo è uno dei pochi vantaggi del diventare vecchi. Ho registrato quel pezzo dodici anni fa in studio ma non sapevo dove collocarlo e alla fine ho deciso di inserirlo in The Ship.”

La mostra Light Music viene presentata a Roma, nella galleria Bonomo che già aveva ospitato le personali di Julian Opie, altro inglese legato alle immagini digitali e, lateralmente, alla musica (sua la copertina del Best Of dei  Blur). Curiosamente poi, molto del lavoro di Brian Eno riguardo la sperimentazione sonora, ha visto dei precursori, oltre a John Cage, proprio nell’ambiente romano, nel Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. Fondato da alcuni allievi di Goffredo Petrassi (Franco Evangelisti, Ennio Morricone), il collettivo operava su un livello diverso, non ancora mescolato alla Pop music, né al mercato discografico, in una realtà che in Italia non poteva che essere diversa da quella anglosassone.

Conosci le ricerche musicali italiane che musicisti come Alvin Curran e Ennio Morricone portavano avanti negli anni ’60? Come ti relazioni a loro?

“Certamente, conosco bene il loro lavoro, in particolare quello di Alvin Curran che è ancora attivo nella produzione di dischi. Quello che hanno fatto appartiene alla storia della musica, è sicuramente qualcosa che ho assimilato.”

Eno è partito anche da una cultura all’epoca nascente, quella della musica di massa, e vincente per le società che l’avevano inventata, diventando una figura trainante anche nell’ambito della produzione musicale e della costruzione dell’identità sonora di dischi storici ( Low; Heroes; Lodger -David Bowie; Fear of Music; Remain in Light-Talking Heads; The Joshua Tree; The Unforgettable Fire-U2; Viva la Vida or Death and all his Friends– Coldplay).

Nel corso della tua carriera hai più volte parlato della democratizzazione dei mezzi tecnologici applicata alle arti. Come pensi che questo fenomeno stia cambiando le varie discipline artistiche?

“C’è una grande differenza tra il meccanismo economico che esiste dietro alla musica e quello sotteso all’arte visiva. Se realizzo opere come quelle in questa mostra, so bene che sto vendendo cose preziose per un gruppo ristretto di persone, se invece faccio un disco, ne venderò molte copie ad un numero vastissimo di individui. Questa differenza incide anche sul come intendo affrontare un lavoro. In realtà questa è solo la mia seconda mostra commerciale, altri eventi che ho fatto in passato erano gratuiti o prevedevano un biglietto di ingresso a costo molto ridotto.”

Alla fine dell’incontro però, quando sembrava averla scampata, qualcuno non resiste alla tentazione.

Ci puoi dare un ricordo di David Bowie?

“Ho appena perso cento euro. Avevo scommesso che me lo avrebbero chiesto tra le prime tre domande. Non ho commenti da fare su questo argomento, visto che è l’unica cosa che la gente continua a chiedermi da mesi.”

Sempre  nel nuovo album The Ship, Brian Eno si è interrogato sulla nostra epoca e sulla hybris, la tracotanza umana, la voglia misera dell’uomo di somigliare al divino. Ha detto in merito:

“Uno dei punti di partenza è stata la mia passione per la Prima Guerra Mondiale, quella straordinaria follia trans-culturale che è nata da uno scontro di hybris tra imperi. E’ seguita subito dopo l’affondamento del Titanic, che per me è il suo analogo. Il Titanic era la nave inaffondabile, l’apice del potere tecnico umano, impostato per essere più grande trionfo dell’uomo sulla natura. La prima guerra mondiale fu la guerra del materiale, il trionfo della volontà e acciaio sull’umanità. Il fallimento catastrofico di ognuno di questi eventi ha posto le basi per un secolo di esperimenti drammatici nelle le relazioni tra gli esseri umani e il mondo che costruiscono per loro stessi.”

La nave (The Ship) che dà il titolo al suo ultimo lavoro, potrebbe allora coincidere con quella che naviga a vele spiegate nella Caduta di Icaro di Peter Brueghel il Vecchio, dove, in un paesaggio pacifico e quieto, a nessuno sembra importare molto se un ragazzo cade dal cielo.

Bruegel Pieter de Oud. De val van icarus
Bruegel Pieter de Oud. De val van icarus

…Nell’Icaro di Brueghel, per esempio: come ogni cosa ignora
serena il disastro! L’aratore può
aver udito il tonfo, il grido desolato,
ma per lui non era una perdita grave; il sole splendeva
come doveva sulle bianche gambe inghiottite dalle verdi
acque; e la ricca ed elegante nave che doveva aver visto
una cosa incredibile, un ragazzo cadere dal cielo,
aveva una meta e passava via placida.
H. Auden

Info mostra

  • Brian Eno| Light Music
  • 21 maggio- settembre 2016
  • Galleria Valentina Bonomo
  • Via del Portico D’Ottavia 13, Roma
  • www.galleriabonomo.com
Donato Di Pelino

Donato Di Pelino

Donato Di Pelino è nato a Roma nel 1987. E’ laureato in Giurisprudenza con una tesi sul contratto nelle arti visive, in particolare quello stipulato tra artista e gallerista. E’ redattore di artapartofculture dal 2009 e per il webmagazine ha scritto di arte privilegiando, in particolare, l’intervista in forma di conversazione e scambio con gli artisti. Si occupa anche di poesia e di musica.

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