La diversificazione del bello nel tempo e nel mondo. TEFAF 2019 e Chinese Art Market Report

Concluso TEFAF 2019 (70.000 visitatori, https://www.tefaf.com/home), l’eccezionale manifestazione nata a Maastricht nel 1988  dall’iniziativa di un gruppo di antiquari olandesi e britannici, di cui oggi restano rappresentanze nazionali dominanti, pur con significative sostituzioni e clonazioni, facciamo un approfondimento su come è andata e su molto a riguardo del Mercato e della… diversificazione del bello nel tempo e nel mondo.

Ma torniamo a TEFAF: dagli iniziali 89 si è arrivati agli attuali 293 espositori, tra i quali il drappello italiano (per nazionalità e/o humus culturale) si è andato espandendo, malgrado o forse a causa dell’esiguità e della perifericità incombente del mercato artistico interno. Daremo di seguito almeno un’idea degli highlights di questo evento tuttora insuperato.

Uno dei grandi pregi del TEFAF di Maastricht è comunque  l’ampiezza cronologica dei manufatti e delle opere d’arte che vi convergono: 7000 anni di storia dell’arte, recita il  catalogo, da prima dell’ Antico Egitto al XXI secolo.

Con le conseguenze del caso. Infatti, malgrado vi si rafforzi anche la presenza del Contemporary World, col recente arrivo di varie gallerie-star del firmamento di Art Basel (GmurzynskaSimon Lee, Pace Gallery, Almine Rech, Sprüth Magers, Kamel Mennour, oltre che dal 2018 le italiane De Carlo, Mazzoleni),  tale peculiarità pare generare una sindrome di Stendhal alla rovescia, che impedisce di assimilare questa (necessaria) convivenza.

Oltre al notevole spazio allestito  da Kamel Mennour, con Ugo Rondinone insieme a Daniel Buren ed Anish Kapoor, ad esempio pochi o nessuno paiono aver colto la presenza di opere iconiche anche altrove (Vallois, per esempio),  Nessuno può pensare o vorrebbe realmente che TEFAF e ARTBASEL possano essere comparate.

Il bello sta nella loro diversità. Una delle aree di prossimità  si è forse manifestata colla migrazione di Art Economics (e della sua brillante fondatrice Claire Mc Andrews) e dell’annuale THE ART MARKET REPORT, dall’una all’altra Fiera, nel 2016, cui si è posto un argine fornendo, dal 2017, dei Report più focalizzati, come il Chinese Art Market Report 2019 appena presentato da Kejia Wu, specialista e responsabile della formazione presso il Sotheby’s Institute della casa d’aste collocata sul mercato azionario USA, oggi al 12% di proprietà cinese.

Anche  in rappresentanza di questo azionista, era con lei, sul palco del Centro Congressi, Kou Qin, CEO di China Guardian, la seconda principale casa d’aste del già Celeste Impero, ora la 4° del mondo per fatturato. Dal detto TEFAF Report e dal successivo dibattito, in cui sono intervenuti  il collezionista cinese Liu Gang e Ben Brown,  storico gallerista inglese decano della comunità britannica di Hong Kong, sono emersi alcuni punti salienti. Innanzitutto, il rapporto ha posto in evidenza la crescita frenetica del mercato cinese nel ventennio 1993-2011, in cui il paese è passato da un’economia pianificata ad un’economia di mercato, con l’apertura delle prime due case d’asta ed un fatturato iniziale di 1,07 milioni di dollari (1993). Sono diventati quasi 15 miliardi di dollari nel 2011 per il solo fatturato in asta (527 sono la case d’asta operative nel paese), un valore che ha posto per breve tempo la Cina all’apice del mercato mondiale dell’arte.

Successivamente, il mercato si è contratto e ha corretto di oltre il 50% questo andamento, anche a seguito dell’introduzione di regole operative che hanno scoraggiato ed allontanato la corrente degli operatori iper-speculativi.

In particolare di quanti avevano visto nell’investimento in arte un facile strumento di arricchimento. Fino a coinvolgere istituzioni finanziarie attive nel prestito di fondi a soggetti poi costretti nel 2012 ad uscire dal mercato, quando la bolla è scoppiata.

Dal 2014 il mercato cinese è entrato in una nuova fase, descritta dal presidente della China Guardian come una  “fase di transizione verso la maturità”. Il fatturato delle case d’asta è sostanzialmente piatto, intorno all’equivalente di 5 miliardi di dollari (poco meno del 20% del fatturato mondiale di settore), dato che pone la Cina in stabile posizione di rincalzo al mercato USA, la cui crescita nell’ultimo quinquennio è stata costante.

Quali sono, anche in chiave prospettica, i nuovi fattori trainanti del mercato? La proliferazione delle fiere e l’apertura di nuovi musei privati e gallerie d’arte, sia cinesi che internazionali.

Il settore di mercato che beneficerà maggiormente di tali sviluppi sarà molto probabilmente quello della pittura contemporanea, non soltanto cinese ma anche occidentale, cui le nuove leve dei giovani collezionisti guardano con crescente interesse. D’altra parte, la legislazione sulla circolazione delle opere d’arte è molto restrittiva sulla produzione antecedente la costituzione della Repubblica Popolare (1949), ma liberale per quella successiva (salvo l’applicazione di dazi all’import e all’export).

Resta il fatto che  il forte gap di conoscenze che caratterizza sia tanti di noi dinanzi all’ arte cinese, che molti dei potenziali compratori orientali dinanzi alle arti occidentali, aspetta di essere colmato, almeno per quella quota di appassionati che sono particolarmente aperti alle contaminazioni culturali.  In questo senso  l’evento olandese è già parte di un confronto  del massimo livello.

Torniamo ora alla presenza italiana, decisamente sempre più significativa, dal momento che agli antiquari con sede in Italia possono essere aggiunti quanti hanno trasferito armi e bagagli all’ estero e anche coloro che, italiani d’origine e/o di cultura, hanno cercato fuori del Belpaese quelle soddisfazioni od occasioni di crescita professionale che oramai sono date per dimenticate in casa.

Si tratta oggi di più di una trentina di operatori attivi da tempo su arti e  artisti antichi, moderni e contemporanei. Una decina le new entries vere e proprie, a fronte di qualche illustre o quasi impensabile assenza che non manca nemmeno sul fronte fiammingo, britannico o americano (si pensi a pilastri di questa manifestazione come Otto Naumann, Johnny van Haeften, Jean-Luc Baroni, Fabrizio Moretti…).

Traccia di un mutamento generazionale e/o direzionale che ha toccato anche il TEFAF Vetting.  180 esperti  suddivisi in 28 categorie specialistiche, da questo 2019 esclude chi abbia un coinvolgimento diretto col mercato, e deve controllare tutto quanto collocato negli Stand, in due giornate a porte chiuse prima dell’ inaugurazione.

Un compito serrato, condotto coordinando spesso 3 modalità di controllo delle opere: esame diretto dei team di circa 6-7 esperti, dossiers storici e tecnico-scientifici e uso di tecnologie non distruttive di analisi (con postazioni mobili del  SRT-Scientific Research Team del Rijksmuseum di Amsterdam, per radiografie, riflettografie, xrf e analisi chimico-fisiche sul posto). Forse nella cornucopia della Fiera olandese, così ricca di arte italiana, sorprende che in un  Vetting tanto quotato ed  internazionale ci siano solo cinque esperti italiani. Da qualsiasi angolazione si consideri, questo dato non è bilanciato e la geografia non basta a spiegarlo.

Finalmente  nomi e opere, con un occhio di riguardo per il Belpaese (e non solo, v. anche photogallery). Per l’antico, fino al Rinascimento, al Neoclassicismo  e all’ Otto-Novecento, indimenticabili:  i vasi in marmi romani  di Benedetto Boschetti   (da Tomasso, Paolo Antonacci), la Lezione di pittura (da Robilant e Voena), i Canaletto, i Guardi e i Bellotto (da Lampronti, Beddington, Williams-Konsthandel)  i Caffi (da Antonacci-Lapiccirella e Virgilio), il Franz Floris (da Orsi), Domenico Parodi (da Canesso), i Brueghel (il Pasto dei mietitori del 1600 da De Jonckeere, gli Esattori delle tasse del 1618 da Dickinson), i Kirchner (da Henze & Ketterer e da Bailly), Pechstein (da Thomas).

Bellissimi anche Edwaert Collier (1662, da Koetser), O.Mueller (da Rudolff), C.Tallone (da Kilgore), il Diorama del Camposanto di Pisa (da Perrin), A. Manessier (Applicat-Prazan), i Vasarely (da Tornabuoni), i Severini (da Bottegantica).

Deliziosi alcuni piccoli interni, ritratti  ed autoritratti tra Otto e Novecento da P. Antonacci (Anonimo nordico), da Valls (G.G.Joncherie, 1829), da Talabardon & Gautier (G. V. GertnerThorvaldsen Portrait 1839), da Antonacci-Lapiccirella (Bianchi Barriviera), da Virgilio (G. Errante).

Importanti i Guercino (Fondantico), H. De Somer (da Porcini) Guarino e Ferrari (da Giacometti), C. Wautier (da Sarti),  Antonio Mancini (Bottegantica, una delle icone della fiera), H. Mackart (1873-4, Arnoldi-Livie),  V. Gemito (ritratto di M.Fortuny, da Antonacci-Lappiccirella), il grande nudo di  Renoir (Dickinson), i Morandi (Galleria Maggiore), i Dubuffet, Mirò  e Laurens (da Dickinson, Landau, Waddington Custot), il Modigliani (da Hammer), Kiefer (Ben Brown). Meno incisivi i Picasso e i Gerhard Richter di quest’anno, con rare eccezioni, meglio la Dora Maar (da Brame et Lorenceau).

Tra le opere di ebanisteria vanno segnalati i Maggiolini (da Piva, Alberto di Castro), il cofanetto senese del Trecento (da Cesati), lo scrittoio intarsiato firmato da Rosario Bonica (Alessandra di Castro).

Per eleganza e  coerenza quest’anno segnaliamo: Florence de Voldère (per farsi rapire nell’universo dei Brueghel, Grimmer, Savery, Teniers), Tomasso, Kilgore e, nel Moderno e Contemporaneo, Kamel Mennour,  Beck &Eggeling, Jaski, Zakaim. Dinanzi alla gara di virtuosismo orafo tra i due stand cinesi di gioielleria (Wallace Chan e Cindy Chao), che non hanno eguagliato l’esplosione creativa dell’anno passato, tengono testa Van Cleef and Arpels, La Vieille Russie, Wartsky e altri specialisti di oreficeria antica (es. Epoque Fine Jewels),  ma si sente la mancanza di quanti ( es. Verdura, Buccellati, Van Gelder) davano un’ ulteriore  varietà di apporti su questo segmento.

Più coerente e friendly la collocazione, in Stand e in catalogo, per macro-aree di riferimento (Paintings, Antiques, Ancient Art, Haute joaillerie, Tribal, Design, Paper, Modern).

Laura Traversi

Laura Traversi

Laura Traversi, laureata e specializzata in storia dell’arte all’ Università “La Sapienza” di Roma, ha svolto, tra 1989 e 2003, attività di studio, ricerca e didattica universitaria, come borsista, ricercatore e docente con il sostegno o presso i seguenti istituti, enti di ricerca e università: Accademia di San Luca, Comunità Francese del Belgio, CNR, ENEA, E.U-Unione Europea, Università Libera di Bruxelles, Università di Napoli-S.O Benincasa. Dal 2004 è docente di Storia del collezionismo presso l’Università degli Studi di Chieti-Università Telematica Leonardo da Vinci.
Ha pubblicato saggi ed articoli in riviste specialistiche italiane e straniere, atti di convegni in Italia e all’estero, opere enciclopediche, volumi collettivi, sui seguenti argomenti: ritrattistica e storia del collezionismo, pittura leonardesca, ebanisteria, medaglistica e scultura, materiali e tecniche artistiche, tecnologie scientifiche applicate allo studio delle opere d’arte.

Alex Tarissi

Alex Tarissi

Alex Tarissi, economista di formazione, già responsabile della comunicazione e delle strategie commerciali internazionali di aziende del settore delle telecomunicazioni e della televisione (Italcable, Telecom Italia, Sky Italia), è oggi un consulente indipendente attivo nel settore dell'Arte. Cura, in collaborazione con Laura Traversi, la nostra sezione dedicata al Mercato e alle Aste, un nuovo servizio che "art a part of cult(ure)" offre ai suoi lettori.

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