L’America di Dorfles – Utile lettura per tutti

L’America di Gillo Dorfles è un caleidoscopio di mondi, relazioni umane ed artistiche, tenute insieme da quel suo pensiero in divenire nutrito da un occhio sempre attivo.

L’introduzione al suo La mia America [Luigi Sansone (a cura di), 2018, Skira edit.], di Sansone, è ricca di chiavi di lettura e anticipa molti estratti evocativi, sintetici, alcuni eccezionali  pezzi di bravura, tanto per il giornalismo culturale che per la critica d’arte.  Datano  tra 1953 e 2015. Sansone ha fatto le sue scelte, selezionando dagli articoli di Dorfles, che preparava questo volume sulla sua America ancora nei giorni precedenti il suo nuovo viaggio nella storia dell’arte, cominciato il 2 marzo 2018, con l’ultimo respiro a quasi 108 anni.

Da nume tutelare della disciplina resterà presente per i molti che proveranno il frequente desiderio di vederlo riapparire o di poterlo riascoltare. Quasi non dovesse andarsene mai.

Come quando attraversava i padiglioni della Biennale di Venezia, della Triennale di Milano, di Arte Fiera a Bologna, o le sale del Palazzo Reale della sua amata  Milano e del MACRO di Roma (che hanno ospitato le sue personali da pittore nel 2010 e 2015)  o apriva la porta del suo sobrio appartamento novecentesco di P.le Larderel.

Non abbiamo preso – come Sansone – la sua mano nella nostra, nei giorni in cui la comune caducità si è affacciata decisa sul suo percorso.

Dorfles aveva lo spirito di un ragazzo, la franchezza di un amico sincero, il rispetto di sé e degli altri, una memoria prodigiosa e la vista di un’aquila, che è venuta a mancare solo a 107 anni, crucciandolo e demoralizzandolo. In tanti sappiamo che il suo modus operandi di osservatore e intellettuale ha contato e vogliamo che conti ancora. Per coerenza, limpidezza ed umorismo.

Forse solo dalla Trieste mitteleuropea,  porta asburgica sul Mediterraneo, poteva sortire un simile campione di lucidità critica. Poliglotta, psichiatra, professore di estetica, inviato alla Biennale dagli anni Quaranta, per il “Corriere della Sera”, per “Domus”, “Casabella” e altre testate gloriose.

Di elegante, sorprendente e sincera  ironia anche quando – per nulla velatamente – ammetteva che “…Dinanzi al presente esiste solo il giudizio estemporaneo: che può essere giusto, valido o totalmente campato in aria.” Un campione di indipendenza e libertà, da cui ripartire in questo presente privo di punti di riferimento e di critica d’arte nel senso vero e più alto (v. intervista a Jane Kallir 25.9.2019).

Non ha mai esitato di fronte alle  vere  innovazioni, ad esempio  ha capito subito che l’Expo 2015 era una grande opportunità per Milano, la sua città di adozione. Precursore e curioso, partì alla scoperta  dell’ America a 43 anni, nel  1953, per 4 mesi, grazie ad un Travel Grant del governo USA, che  gli permise un impressionante assaggio di cosa stava diventando il Nuovo Mondo, prima ancora che ne fossero completamente  percepibili il Potere e l’irradiazione del suo magnetismo, particolarmente per l’Europa uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Di ciò il curatore del volume, e noi con lui, deve non poco agli appunti di Dorfles e alle lettere alla moglie Lalla (Gallignani), piene di quell’ affascinante  grazia letteraria che informava la corrispondenza tra coniugi ed amici negli anni Cinquanta.

Gli articoli, seguiti numerosi a quel viaggio, (ri)pubblicati ora, rivelano tante premonizioni, tanto autentico spirito d’osservazione, una preparazione formidabile e talvolta qualche presa di posizione poi corretta, a darci  una visione più umana di questo indomabile maratoneta del Secolo Breve.

Dell’arte e della cultura – tra New York e East Coast – fattesi poi Mito, troviamo intuizioni, differenze, comuni radici,  distanze, visioni, documentazione. Emergono con veridicità cronachistica, lasciando trapelare – nell’ imperfezione del racconto di viaggio – più realtà che interpretazione.

Il volume ha lo spessore di una corposa esplorazione intellettuale, razionale ed emozionale insieme, che permette di sentire l’America storica, prima dell’avvento della televisione di massa europea.

La mia America ci parla di urbanistica, storia ed architettura; dei grattacieli di New York e dei loro antenati di Chicago (ad es. quelli di Louis H. Sullivan) attraverso tutti gli architetti  che conobbe: Mies van der Rohe, Frank Lloyd Wright, Louis Kahn, l’amico Freddy (Friedrick) Kiesler.

E ci dice dell’eleganza bostoniana o della ricchezza culturale di New Orleans, fino alla rivelazione della provvisorietà e dell’imago mortis soggiacente al modello di sviluppo americano. Per l’acutissimo intelletto critico di Gillo quest’ultima rivelazione arriva di fronte alla “spettrale muraglia” del Gran Canyon, in cui sono incisi millenni di morte geologica, espressione di una natura da cui pare prendere  le mosse la paura di essere sopraffatti,  la paura delle spie, della depressione economica (pp.18-9, 98-99) con la conseguente evidenza di una civiltà più dura, cristallina, tecnica e crudele di quella europea (p.101).

“La vita dell’ americano medio, tutta basata sull’immediato consumo dei suoi guadagni…e quindi sul costante accumularsi e perpetuarsi del debito periodicamente spento… è una vita solo di apparente tranquillità; ma di reale e pericolosa instabilità di equilibrio… Perciò è nel carattere e nelle consuetudini degli americani di non pensare al futuro; di cercar di non far progetti che eccedano una misura temporale relativamente breve.”

L’indescrivibile vitalità e provvisorietà, il bruciare le tappe non trovano un paragone ancora oggi, neanche  nella costernazione che prendeva molti europei nella Cina odierna, fino a poco tempo fa.

San Francisco, con la sua baia, lo ammalia. Vi incontra  Frank Lloyd Wright (poi anche a Phoenix) e, pur ammirandone molte fondamentali realizzazioni, non riesce a spiegarsi una sua certa deriva decorativista negli interni e nell’ arredo (cita Coppedè, Bugatti, Prini).

A  New York (città “decrepita” e “anacronistica”, per la rapida obsolescenza dei suoi edifici, “eterna” solo nella sua mutevolezza), a Chicago, al MIT e all’ IIT (Illinois Institute of Technology) e a Berkeley era avvenuto  l’incontro col Design e le sue scuole, ispirato dai molti transfughi del Bauhaus o loro diretta eredità (da Moholy Nagy a Gyӧrgy Kepes, e Mundt) anche se talvolta molto distaccati da quel passato, quasi quanto gli architetti della West Coast…

A San Francisco avviene la scoperta delle componenti orientali e “mediterranee” della Baia omonima  e dell’Ovest USA, perché il Pacifico è il “mare di mezzo” tra Asia (Cina, Giappone ed India), Sud-America (antichi Imperi Incas, Aztechi e Maya), Isole del Sud Pacifico e Stati Uniti (pp.115 sgg).

Il volume consente  una vivace carrellata su vari personaggi attivi tra Europa e America: architetti (es. Charles Eames, conosciuto a LA), collezionisti e galleristi (es. Ileana Sonnabend e Leo Castelli),, critici, filosofi (Arnheim), responsabili  museali (es. Alfred Barr del MoMa o J.J. Sweenwey del Guggenheim Museum), docenti universitari ( es. lo storico dell’ arte Wilhelm Reinhold Valentiner a Los Angeles), ed artisti, tra  Espressionismo Astratto e Action Painting.  Molto belle le pagine su Rothko (pp.133, 169sgg e pp.275sgg) e su Rauschenberg; ma conosce anche – alla Cedar Tavern del Greenwich Village – Franz Kline, Willem de Kooning e gli altri della Scuola di New York (come Jackson Pollock) e della Beat Generation, a cui dedicherà a più riprese le sue esemplari recensioni, nelle principali riviste e giornali del tempo (oltre ai già citati anche “Aut Aut”, “The Aestethics” etc.) confluite nelle raccolte, curate da Sansone (2008 e 2015).

Particolarmente profetico appare oggi un suo scritto su Rothko, sul tonalismo e lo spiritualismo che lo conquistarono almeno dal 1953.

Il volume alterna capitoli carichi di fascino e memorie, di facilissima lettura, con saggi di una certa complessità, che possono  consentire a molti appassionati ed addetti, un fruttuoso riesame di  vari caposaldi della formazione estetica e linguistica di studiosi e studenti del XX secolo (Ernst Cassirer, Suzanne Langer, John Dewey, Charles Morris): tutta gente che Gillo contribuì molto a far conoscere.

Di Dorfles  fu la celebre edizione italiana di Arte  e Percezione visiva di Rudolph Arnheim (1962).

Un solo, modestissimo, suggerimento: un Indice dei nomi sarebbe stata una bella, utile, necessaria cosa (anche se non lo fa più nessuno).

Laura Traversi

Laura Traversi

Laureata e specializzata in storia dell’arte all’Università “La Sapienza” di Roma, ha svolto, tra 1989 e 2010, attività di studio, ricerca e didattica universitaria, come borsista, ricercatore e docente con il sostegno o presso i seguenti istituti, enti di ricerca e università: Accademia di San Luca, Comunità Francese del Belgio, CNR, ENEA, MIUR-Ministero della Ricerca, E.U-Unione Europea, Università Libera di Bruxelles, Università di Napoli-S.O Benincasa, Università degli Studi di Chieti-Università Telematica Leonardo da Vinci. Dal 2010 è CTU-Consulente Tecnico ed Esperto del Tribunale Civile e Penale di Roma. È autrice di articoli divulgativi e/o di approfondimento per vari giornali/ rubriche di settore e docente della 24Ore Business School.

Commenta

clicca qui per inviare un commento