Aprile 2018: ponte verso le arti dei secoli XIX-XXI. Orientalismo, Futurismo, Arte Russa e Avanguardia alle Fondazioni Cirulli, Magnani Rocca e Collezione Maramotti 

Per una felice congiunzione,  chi avesse la possibilità di viaggiare in Italia in queste splendide giornate quasi estive, tra Emilia e Lombardia, potrebbe cogliere l’ opportunità di godere di alcune delle più piacevoli e stimolanti mostre d’arte del Novecento dell’anno, e non solo.

Aggiungendo al proprio bottino di cultura e bellezza storica alcune meritevoli incursioni sia  nell’Ottocento che nel contemporaneo internazionale. Al viaggiatore curioso e motivato la scelta di cominciare (qui l’ordine è alfabetico) da Bologna, Milano, Parma (Mamiano di Traversetolo) o Reggio Emilia.

E’  in corso a Milano  la storica mostra alla Fondazione Prada che ricostruisce anche fisicamente, oltre che filologicamente, alcuni eventi artistici epocali del periodo 1918-1943, tra arti e politica (www.fondazioneprada.org/project/post-zang-tumb-tuuum-art-life-politics-italia-1918-1943/).

Ancora per pochi giorni è aperta al Mambo di Bologna, fino al 13 maggio, Revolutija, una storica trasferta di iconici pezzi del cubo-futurismo, suprematismo e costruttivismo russo ed oltre: , provenienti dai Musei di Stato di San Pietroburgo, che sono profondamente penetrati nell’ immaginario collettivo ed artistico (settanta opere di Natan Altman, Natalia Goncharova, Kazimir Malevich, Vasilij Kandinsky, Marc Chagall, Valentin Serov, Aleksandr Rodčenko).

Ed è appena stata aperta, in un’imperdibile convergenza, Universo Futurista (a cura di S. Evangelisti e J.Schnapp) promossa da una  nuova realtà collezionistica privata, la Fondazione Massimo e Sonia Cirulli (ne abbiamo dato conto qui) dal 2015, con, tra l’altro, un eccellente sito. Sostenuti da una passione ultratrentennale e da un orientamento originale e preveggente, dal 1984 hanno cominciato a raccogliere grafica pubblicitaria e arti collegate, includendo le arti cosiddette maggiori, pittura e scultura, nel loro Archivio, costituendo un tessuto collezionistico fitto e solido, al punto che restituisce al pubblico la sensazione di trovarsi in un  Museo del suo tempo e del suo immaginario (una selezione dalle 200.000 opere e 100 artisti). Pervasivo e stimolante, familiare, necessario e unico, come il contenitore aereo, funzionale e razionale che ospita, l’iconica sede (a firma dei Castiglioni, Achille e Pier Giacomo, 1960). Era lo Showroom e Manifattura Simongavina, ovvero della Design Factory di Dino Gavina, progettista e imprenditore fondamentale del Made in Italy. Tra le mura rilevate dai Cirulli, sono passati Marcel Brauer, Luigi Caccia Dominioni, Marcel Duchamp, Lucio Fontana, Man Ray, Carlo e Tobia Scarpa.

Il processo di costruzione della loro collezione ha un’incredibile somiglianza – mutatismutandis – coi meccanismi di costituzione del collezionismo rinascimentale, quello che ha dato origine ai primi luoghi dedicati alle muse come il Museo Gioviano o le raccolte degli umanisti rinascimentali, cominciate dai documenti della classicità caduta nell’ oblio  (scritti, documenti minori incisi quali monete e medaglie, placchette, sculture, ecc.).

A Reggio Emilia è in corso Fotografia Europea (www.fotografiaeuropea.it, fino al 17 giugno), un evento diffuso in tutta la bella città mediopadana e in altre province emiliane, incentrata in questa edizione su RIVOLUZIONI. Ribellioni, cambiamenti, utopie, in cui spicca la mostra sulla fotografia in Iran, paese catturabile  anche attraverso altre visioni, come Persia pre-moderna, con testimonianze delle sue vie carovaniere e della  multietnicità tribale-rurale pre-industriale, alla Fondazione Magnani Rocca (Mamiano di Traversetolo) a  mezz’ ora di macchina, grazie alla mostra su Alberto Pasini (v. link di seguito).

Ma a contraddistinguere la sosta a Reggio è, dal 2007, la possibilità di visitare la Collezione Maramotti, ovvero la selezione di 200 opere dalla raccolta della famiglia della Max Mara, uno dei marchi del Made in Italy più ammirati ed amati internazionalmente.

Nella vecchia manifattura del fondatore Achille (ora il centro produttivo è vicino al ponte di Calatrava) gli eredi Ludovica, Luigi, Ignazio e le loro famiglie alimentano con continuità e generosità una storia di moderno mecenatismo, coordinato nelle forme attuali di monitoraggio del mondo artistico internazionale. La rotta degli esploratori dello staff (da Marina Dacci, curatrice del Premio Max Mara Art Prize for Women a Sara Piccinini, fino a tutti i preparatissimi collaboratori) incrocia da anni quella della galleria pubblica londinese Whitechapel, insieme alla quale, dopo lo storico rapporto col notevolissimo lavoro condotto con Mario Diacono da Achille, individuano artiste e artisti da seguire e sostenere attraverso progetti sempre diversi e programmi di residenza.

Il risultato del viaggio dei Maramotti nell’arte è sotto gli occhi di tutti. Nel crudo ma luminoso contenitore di cemento del 1957 (progetto di Pastorini-Salvarani,  ristrutturato da Andrew Hapgood tra 2003-2007) si dipana una successione di opere esemplari o di capolavori di buona parte delle  tendenze dei secoli XX e XXI: espressioniste e astratte (Informale) degli anni Quaranta-Cinquanta,  protoconcettuali italiane, della pop-art romana, dell’ Arte Povera e della Transavanguardia. A seguire: Neo-espressionismo tedesco e americano, New-Geometry USA (anni ’80-90), sperimentazioni GB e USA in corso.

La selezione operata negli anni era orientata ad opere che introducevano, all’epoca della loro realizzazione e acquisizione, elementi di sostanziale innovazione e sperimentazione nella ricerca artistica. Ora la ricerca, probabilmente ancora più complessa nel maremagnum sconfinato delle contaminazioni linguistiche proprie delle arti contemporanee, non può prescindere da sensori molto sensibili nei maggiori centri dell’Art World globale, tra USA, GB e mondo germanico.

Ed eccoci dunque ai bellissimi combines dell’americana Sally Ross, cinque grandi opere che sinteticamente sono descrivibili come pitto-tarsie di pieni e vuoti (Painting Piece-By-Piece, fino al 29 luglio) ora acquisite dalla Collezione. In questi recenti lavori (2013-2015) la Ross ha riciclato parti delle sue stesse opere (scarti che non sapeva avrebbe usato così) cucendoli con delle larghe gugliate lasciate molto lasche, che ricordano quelle delle tende dei popoli nomadi,  combinandovi  liberamente pittura (es. action painting, con palle di colore lanciate sulla superficie), stampa, collage, scultura, disegno. Il risultato, che valorizza insieme superfici, materiali e il vuoto-pieno creato tanto in superficie che dietro il piano dell’opera, potete apprezzarlo nelle foto.

Last but not least, la mostra appena inaugurata, ad opera di Andres Lutz and Anders Guggisberg, il  duo svizzero che ha portato Il Giardino (fino al 30 dicembre), venti fotografie di un terreno degradato in discarica,vicino ad un’autostrada, che ha fornito  i materiali delle  installazioni site-specific (portati da Zurigo) e assemblati  riciclandone altri trovati nei magazzini della Max Mara.

Le foto del Giardino si capiscono ripercorrendo (provate su google, perché no?) il loro giocoso e tenace cammino tra montagne di materiali, tra recupero e assemblaggi, detriti, rifiuti e per tante – sempre diverse – installazioni.

E’ come se volessero setacciare il mondo. Il nostro, però. Che poi è quello che gli artisti hanno sempre fatto. O forse sanno di poterne trarre già tutto quello che serve loro. In fondo come scultori, lavorano in levare. L’opera è già nel mondo, si tratta solo di trovarla, estrarla e ricollocarla, ricomposta. Gli artisti sono quasi sempre un filtro oltre che uno specchio  del loro tempo. Infatti Lutz ci ha detto:

“c’è uno strano tipo di bellezza in queste masse”…

Sono ancora due ragazzi spiritosi e simpatici in bermuda – Dada e ready-made alle spalle – che dipingono sulle fotografie del Giardino di detriti con interventi  trompe-l’oeil, implementandovi legami/effetti di consonanza cromatica e geometrica che (ri)strutturano lo sconvolto e dissestato ricettacolo della discarica in una superficie apocalittica, post-ecologica, post-pop,vitale e rigenerata, come i fiori che ne riemergono davvero.

Al terzo piano dello stabilimento Max Mara, sta appartato l’Atelier dell’ Errore, felice di avere qui il suo laboratorio (dal 2015), con la mostra Più penetrante di un cristallo di radio. Dove si sbaglia e non si sbaglia contemporaneamente, dentro il bestiario dei già bambini “certificati dalla neuropsichiatria infantile coordinati dall’artista visivo  Luca Santiago Mora. Sono sorprendenti i disegni narranti di animali ancestrali fatti da ragazzi ex bambini, ora diciottenni,dentro un cammino sperimentale che ci pare modello”, orientato a professionalizzarne i risultati. Un progetto nato errante, sostenuto ora dalla Collezione Maramotti, che meriterebbe d’esser clonato dappertutto.

Altro secolo, altri mondi a Mamiano di Traversetolo, presso Parma, nella deliziosa sede della Fondazione Magnani Rocca, col suo parco centenario a bilanciare il senso della visita. Cullati dall’eredità del musicologo e storico dell’ arte Luigi Magnani, un pregevole lascito inclusivo di opere di Gentile da Fabriano, Dürer,  Tiziano, Goya, Canova, Cezanne,  Morandi, Burri e Leoncillo, si torna alla scoperta del favoloso Oriente di Alberto Pasini (www.magnanirocca.it/pasini).

Scortati dalle ricerche dei curatori Paolo Serafini e Stefano Roffi, si ravviva il fuoco di quella fantastica stagione pre-impressionista, in cui è decollato il genio di uno dei talenti più cult del collezionismo dell’ Ottocento. La mostra racconta (e documenta) l’origine dei capolavori vedutistici e paesistici di Alberto Pasini, dei quali espone tanto i taccuini di viaggio – tra Medio Oriente e Persia – che le grandi pitture ad olio e le incisioni derivate. L’avventura orientalista di Pasini cominciò nel 1855, grazie al  viaggio diplomatico francese presso lo Scià di Persia, in cui egli subentrò al suo maestro parigino Chassériau, impossibilitato per motivi di salute, come disegnatore ufficiale.

Col mitico porto di Trebisonda (costa Nord del Mar Nero) chiuso dai Russi (era la guerra di Crimea), la spedizione, che mirava a staccare la Persia dall’ influenza dello Zar, dovette seguire una rotta più a Sud-Ovest attraverso Suez, circumnavigando la Penisola araba fino al Golfo Persico. Toccando gli attuali Yemen, Oman, Emirati Arabi, per arrivare all’ odierno Iran e a Teheran, attraverso l’ altopiano e le catene montuose dello Zagros. Pur provato dalle perigliose rotte e piste carovaniere, il nostro pittore venne a costruire un patrimonio di immagini e testimonianze di luoghi, costumi e civiltà prezioso, unico ed insostituibile. Due anni indimenticabili, a cui attinse per le grandi tele, che finalmente, divenuto celebre, poté presentare,al ritorno, nei Salons, la massima opportunità espositiva per i giovani pittori della metà del XIX secolo. Non solo: alla reale esperienza dell’ Oriente di Pasini, ancora non adeguatamente valorizzata dalla storiografia, attinsero poi i Peintres orientalistes de chambre, Morelli incluso, che quelle  avventure non le conobbero mai e indugiarono –diversamente da lui- in temi di maniera (harem, bagni, favorite del sultano, ecc.).

Tra i capolavori più impressionanti, la grande Carovana dello Scia scortata da un leone al guinzaglio e due elefanti, in cui si materializza magicamente la natura primaria del simbolo leonino, comune a tutte le tradizioni ed insegne regalio principesche, ovvero quella protettiva.

Presente nei sistemi difensivi, dalle mura babilonesi (British Museum) alle porte delle cattedrali, all’araldica occidentale ed orientale, qui marcia in testa all’ immenso seguito dello scia. Itinerante, tra i suoi popoli, come lo furono anche i sovrani Carolingi e  medievali fino al Trecento ed oltre, per assicurare la presenza dei loro eserciti tra i domini e i loro popoli.

Laura Traversi

Laura Traversi

Laura Traversi, laureata e specializzata in storia dell’arte all’ Università “La Sapienza” di Roma, ha svolto, tra 1989 e 2003, attività di studio, ricerca e didattica universitaria, come borsista, ricercatore e docente con il sostegno o presso i seguenti istituti, enti di ricerca e università: Accademia di San Luca, Comunità Francese del Belgio, CNR, ENEA, E.U-Unione Europea, Università Libera di Bruxelles, Università di Napoli-S.O Benincasa. Dal 2004 è docente di Storia del collezionismo presso l’Università degli Studi di Chieti-Università Telematica Leonardo da Vinci.
Ha pubblicato saggi ed articoli in riviste specialistiche italiane e straniere, atti di convegni in Italia e all’estero, opere enciclopediche, volumi collettivi, sui seguenti argomenti: ritrattistica e storia del collezionismo, pittura leonardesca, ebanisteria, medaglistica e scultura, materiali e tecniche artistiche, tecnologie scientifiche applicate allo studio delle opere d’arte.

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