Venezia, Biennale di Architettura 2014: Koolhaas 1.0

La 14. Mostra Internazionale di Architettura a Venezia, aperta al pubblico fino al prossimo 23 novembre, ha superato in meno di un mese i 25.000 spettatori. Presidente della Biennale è Paolo Baratta, mentre il curatore di questa edizione è Rem Koolhaas, nota archistar olandese impegnata da tempo nella demolizione di questo stesso appellativo.

E’ proprio questa la tesi che il curatore vuole dimostrare con la sua Biennale: liberare l’architettura dagli architetti e tornare ai Fondamentali, alle origini, a quello che costituisce quest’arte e non all’idolatria dei pochi grandi conosciuti che in questo momento di crisi possono ancora vantare committenti prestigiosi e imponenti cantieri.
Il tema centrale è quindi quello che dà il titolo alla manifestazione, Fundamentals, articolato in tre parti, Absorbing Modernity 1914-2014, compito assegnato ai Padiglioni Nazionali, tra i quali per la prima volta troviamo Costa D’Avorio, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Kenia, Marocco, Mozambico, Nuova Zelanda e Turchia. Elements of Architecture (Padiglione Centrale dei Giardini) e Monditalia (Corderie dell’Arsenale) sono il risultato di progetti di ricerca, indicati dallo stesso curatore, regolati da linee guida precisissime fino agli allestimenti. Una Biennale libera dagli architetti richiama alla mente la mostra di Bernard Rudofsky Architecture without architects. A short introduction to non-pedigreed architecture, presentata nel 1964 al MOMA di New York; il tema del ritorno ai Fondamentali che stanno alla base della disciplina, inserisce il Padiglione Centrale dei Giardini, sunto tridimensionale dell’ultima e omonima pubblicazione dello stesso Koolhaas, nel solco tracciato da tanti illustri predecessori. Da Vitruvio in poi, passando per l’Alberti fino ai più recenti e prosaici Neufert e Carbonara, la trattatistica è ampia e articolata.
Per raccontare questa storia, scegliamo di iniziare dalla fine, dalle premiazioni con Leone alla Carriera, Leone d’Oro, d’Argento e Menzioni Speciali, suddivisi tra partecipazioni nazionali e progetti di ricerca.
La Giuria Internazionale composta da Kunlé Adeyemi (Nigeria), Francesco Bandarin (Italia),
Bregtje van der Haak (Olanda), Hou Hanru (Cina), Mitra Khoubrou (Emirati Arabi Uniti),
assegna il prestigioso premio alla carriera all’architetto canadese Phyllis Lambert, con la seguente motivazione:

“Non solo come architetto, ma anche come committente e custode ha dato un enorme contributo all’architettura. […] Gli architetti creano architettura; Phyllis Lambert ha creato architetti …”.

Il Leone d’Oro come migliore partecipazione nazionale va alla Corea e all’articolato progetto intitolato Crow’s Eye View: the Korean Peninsula, come il poema scritto da Lee Sang, architetto e poeta, metafora della visione frammentata, che deriva dall’impossibilità di dare un modello unitario di modernità. Un secolo fa la Corea era uno Stato unico che nel 1948 viene suddiviso in due distinte nazioni, unite sulla linea di confine, ostili ma inevitabilmente simili, segnate entrambe dalla devastazione della guerra, dalla difficoltosa ricostruzione, dalla retorica monumentale e dalla propaganda governativa che cerca anche di attrarre un turismo sfuggente.

Leone d’Argento a Monolith Controversies del Cile, che al centro del proprio progetto e del padiglione che occupa, mette una parete di prefabbricato, simbolo della storia del Paese ed elemento basilare dell’architettura.
Questo pannello, progettato per la prima volta in Francia, viene poi costruito in Cile, grazie ad una donazione russa e diventa la base dell’edilizia popolare di quel periodo e dei successivi, tanto che Salvador Allende firma personalmente, nel cemento ancora fresco, quello che verrà poi posto all’ingresso della fabbrica che li produce, ad emblema dell’orgoglio nazionale. Destino amaro per il pannello e per il Paese: quando sale al potere, Pinochet lo fa intonacare e nell’apertura per la finestra fa inserire l’immagine sacra di una Madonna, azioni mirate a stravolgerne il significato simbolico, incarnando le controversie che hanno segnato la storia e la politica cilena.

Leone d’Argento per il miglior progetto di ricerca in Monditalia va a Sales Oddity. Milano 2 and the Politics of Direct-to-home TV Urbanism dello spagnolo Andrés Jaque che spiega come questa realtà, usando urbanistica e architettura, abbia creato le condizioni per lo sviluppo della televisione e incrementato il potere della pubblicità e del mercato commerciale.  Tesi affascinante, indubbiamente basata su ipotesi concrete, istintivamente condivisibile da tutti i progenitori dei nativi digitali, che trovano così una giustificazione alla genesi del loro mondo. Lascia qualche dubbio la scelta dello specifico caso-studio. Ritenere che l’architettura e l’urbanistica di Milano 2 volesse creare telespettatori e non abitanti, si scontra con le offerte accessorie di questo lussuoso progetto immobiliare, che prevede giardini, parchi, laghetti e ampi spazi di vita all’aperto, dove le nuove classi dirigenti possono simulare una serena vita da signori di campagna a due passi dal centro e con tutte le moderne tecnologie. Molto più credibile che siano gli enormi condomini-alveari delle più tristi periferie, prive di opportunità di svago interattivo, a generare telespettatori pronti a scoprire di desiderare cose di cui non sapevano nemmeno l’esistenza.

Tra le Menzioni Speciali per Absorbing Modernity, la prima viene attribuita al Canada, all’interessante Arctic Adaptations: Nunavut at 15, uno studio approfondito su come la modernità possa adattarsi, nel rispetto delle tradizioni locali, in condizioni climatiche uniche (la regione del Nunavut è la più settentrionale, la più recente, la più estesa e la meno densamente popolata del Paese, con pochissima luce solare, temperature di norma al di sotto del gelo glaciale e scarsissimi collegamenti), alle esigenze di minoranze culturali (convivono 25 comunità diverse), che hanno dimostrato nei confronti degli atti di ammodernamento tratti potenti di resilienza e flessibilità, a fronte di un’architettura che spesso è divenuta strumento di colonizzazione e sfruttamento.
Altra menzione speciale alla Francia per Modernity: promise or menace?, con la motivazione: “per aver saputo discutere le conseguenze dei successi e dei traumi legati a una visione utopica della modernità”, che promette una soluzione per ogni problema, fino a quando arriva la disillusione, molto ben rappresentata dalla commedia satirica di Jaques Tati Mon oncle del 1958 e dal modello della casa, Villa Arpel, la vera protagonista del film, dallo sguardo inquietante ed indagatore, che obbliga ad una modernità che imprigiona. Altro esempio è la Cité de La Muette a Drancy (1934), i primi cinque grattacieli della regione di Parigi, destinati a scopi abitativi, nel 1940 diventeranno invece un campo di concentramento.

Alla Russia la terza menzione speciale per Fair Enough: Russia’s past our Present: come rappresentare la commercializzazione globale dell’architettura? Trasformando il padiglione in una vera e propria fiera della città, con gli stand, le hostess in divisa, i prodotti in vendita sugli scaffali, i colori forti ed accattivanti.

Per la sezione Monditalia, contenitore che vuole rappresentare i molteplici aspetti del Paese avvalendosi anche del contributo di altre Biennali, Danza, Musica, Teatro e Cinema; le tre menzioni speciali vanno a: Radical Pedagogies: ACTION-REACTION-INTERACTION, che mostra come il pensiero architettonico italiano si sia diffuso e abbia avuto un importante impatto in differenti parti del mondo e come la conoscenza sia prodotta e sviluppata tramite reti di scambio che superano i confini e le identità nazionali. Tentativo lodevole e sicuramente gratificante per il piccolo patriota sopito in ognuno di noi, ma che stenta a convincere se si stanno analizzando gli stessi anni che hanno visto il Bauhaus, Le Corbusier, Niemeyer, Aalto, Gehry, Rogers.
Intermundia dà voce alla continua tragedia di Lampedusa (il primo punto di accesso al territorio italiano che un migrante solitamente trova), attraverso la documentazione fotografica di questi processi e una cabina nella quale lo spettatore sperimenta uno stato di disorientamento per evocare le condizioni dei migranti che attraversano il Mediterraneo da Sud a Nord.
Infine Italian Limes, che si occupa della questione dei confini italiani all’interno del contesto europeo, i quali a causa del surriscaldamento globale, si modificano continuamente, essendo posti su alcuni ghiacciai, tanto che una legge del 2009 li classifica come mobili e indefiniti.
È questo dunque, secondo Rem Koolhaas, lo stato dell’arte per quanto riguarda questa disciplina?

Peter Eisenman suo maestro ed estimatore, ritiene che Koolhaas voglia decretare la fine della sua carriera, dell’architettura e l’annientamento dello star system. Mentre Odile Decq critica pesantemente questa Biennale, ritenendola reazionaria, priva di speranza nel futuro e incentrata sull’esaltazione del curatore.

Proseguendo nel percorso vediamo il Padiglione Italia dove il curatore Cino Zucchi dà la propria interpretazione di Absorbing Modernity con il progetto Innesti/Grafting e lo introduce così:

“Se il funzionalismo del secolo scorso cercava il grado zero, il pensiero contemporaneo persegue nuovi fini e valori attraverso una metamorfosi delle strutture esistenti. Proprio questo appare il contributo originale della cultura progettuale del nostro paese nell’ultimo secolo: una modernità anomala, marcata dalla capacità di innovare e al contempo di interpretare gli stati precedenti. Non adattamenti formali a posteriori del nuovo rispetto all’esistente, ma piuttosto innesti capaci di agire con efficacia e sensibilità in contesti urbani stratificati.”

Per raccontare come l’Italia abbia assorbito la modernità, Zucchi sceglie Milano e forse dopo Sales Oddity e l’inevitabile Expo 2015, illustrata all’ingresso dello stesso padiglione, la penisola avrebbe potuto offrire casi esemplari più intriganti, come Torino del prima/durante/dopo la Fiat oppure Napoli e le sue vicissitudini urbanistiche.

Ad aprire e chiudere la mostra due segni, due innesti fisici nel contesto dell’Arsenale firmati dallo stesso Cino Zucchi: l’imponente portale arcuato dell’ingresso adiacente le Gaggiandre Archimbuto e la panca-scultura Il nastro delle Vergini che si snoda tra gli alberi dell’omonimo Giardino.

Collegandosi al tema Fundamentals, l’esposizione di Daniel Libeskind al Padiglione Venezia, esplora il rapporto fondamentale tra pensiero e disegno architettonico, materialità e poesia, la città e l’immaginazione.

Al di fuori delle premiazioni istituzionali e dei nomi altisonanti, molti altri progetti meritano attenzione, in questa edizione della Biennale di Architettura, uno tra tutti The Column, di Adrian Paci per l’Albania. La colonna è indubbiamente un elemento dell’architettura, ma Paci va oltre con il racconto poetico e intenso delle vicende umane e del lavoro che sta dietro a questo oggetto. La colonna è compendio esauriente di Utilitas, Firmitas e Venustas, sintesi non altrettanto riuscita al Padiglione Centrale, dove gli elementi esposti ci parlano di Utilitas, alcuni di Firmitas ma nessuno di Venustas, ovvero la bellezza, non intesa come puro esercizio estetico ma come attenzione alla funzione dell’architettura, attenzione agli utilizzatori, a chi la vive, la abita e modifica la sua vita in base ad essa.
Ciò che costruiamo è la scenografia della vita che viviamo. Gli architetti creano gli ambienti dove avrà luogo la vita di domani e le forme, gli spazi, gli oggetti influenzano inevitabilmente l’accadere degli eventi.
Questa è l’architettura anche senza le archistar, molto molto di più di un insieme di muri, finestre, maniglie che restano solo oggetti singoli, elenchi di parole.
L’architettura è la grammatica, la regola che dà un senso all’accostamento delle parole, la differenza tra il vocabolario e la Poesia.

« L’architettura è solo un pretesto. Importante è la vita, importante è l’uomo, questo strano animale che possiede anima e sentimento, e fame di giustizia e bellezza »
Oscar Niemeyer

Info

  • 14. Mostra Internazionale di Architettura
  • Fundamentals
  • 7 giugno > 23 novembre 2014
  • Biglietteria – Sedi, date e orari di apertura
  • Venezia, Giardini – Arsenale, 7 giugno > 23 novembre 2014 – h 10.00 – 18.00; h 10.00 – 20.00 sede Arsenale: venerdì e sabato fino al 27 settembre – Chiuso il lunedì (escluso lunedì 9 giugno e lunedì 17 novembre 2014)
  •  Catalogo Marsilio Editori
  • Sito web www.labiennale.org
  • Prenotazioni e informazioni – Visite guidate, gruppi, scuole Tel. 041 5218 828 lun/ven orario dalle 10.00 alle 17.30
  • Contatti Settore Architettura Telefono 041 5218711; email aav@labiennale.org
  • Ca’ Giustinian, San Marco 1364/A 30124 Venezia
Cristina Villani

Cristina Villani

Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia

Federica Casetti

Federica Casetti

Nata a Ferrara, a 5 anni realizza la sua prima casa delle bambole con spezzoni di travi in ferro; dal 1992 al 2006 vive a Venezia dove si laurea in architettura. Nel 2008 dopo un internship presso lo Studio Asymptote di New York rientra a Venezia, all' Università IUAV, dove lavora come assistente alla didattica nel corso di Architettura degli Interni. Attualmente è tornata a Ferrara dove prosegue l’attività di Architetto e Designer nel suo studio tra i tetti della città medioevale.

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